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Incontrando i sindacati metalmeccanici nelle scorse ore a Taranto, Acciaierie d’Italia – rappresentata per l’occasione dal direttore generale Maurizio Saitta e dal direttore delle Risorse Umane, Claudio Picucci -, ha informato le organizzazioni sindacali che dal 14 maggio, la cassa salirà a 4.046 lavoratori nel gruppo. In particolare, il sito di Taranto avrà 3.538 cassintegrati divisi tra le varie aree, quello Genova 178, Novi Ligure 163 e Racconigi 45. Attualmente l’accordo del 4 marzo scorso al ministero del Lavoro tra AdI e sindacati aveva previsto nel gruppo un massimo di 3.420 cassintegrati a rotazione su poco meno di 10mila dipendenti, di cui 2.955 a Taranto su poco meno di 8mila addetti. Prima dell’incendio di mercoledì, la cassa viaggiava su questi numeri: 2.100-2.200 a Taranto, 150 a Genova e 100-110 a Novi Ligure. L’incremento dei numeri potrebbe non essere definitivo, visto che Acciaierie d’Italia non esclude una seconda, ulteriore estensione qualora l’attività produttiva del siderurgico subisse altri rallentamenti.
“Noi avevamo allarmato in tempo, io stesso l’avevo fatto quando mi sono recato a Taranto, che era assolutamente necessario autorizzare subito le attività di messa in sicurezza dell’impianto, come ovviamente è noto per tutti coloro che si occupano di siderurgia, e che vi erano poche ore di tempo per farlo. Purtroppo, l’autorizzazione è stata data troppo tardi rispetto a quando avrebbe dovuto essere e per quello che dicono i tecnici dell’acciaieria l’attività produttiva è compromessa, ovvero l’altoforno 1. Il che vuol dire che non ci sarà più la possibilità di riprendere un livello produttivo significativo come previsto nel piano industriale che avrebbe portato alla piena decarbonizzazione degli impianti mantenendo una fase di transizione produttiva e quindi occupazionale comunque significativa”. Così il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso intervenendo a Radio24 mentre a Taranto era in corso la riunione tra azienda e sindacati. “Il negoziato è in corso ed è proprio giunto sui nodi cruciali e noi andiamo avanti con determinazione e con chiarezza di intendimenti e di obiettivi” ha detto ancora il ministro rispondendo alla domanda se esista o meno il rischio che Baku Steel si ritiri dopo le ultime vicende relativa alla ex Ilva a Taranto.
“Ci auguriamo che tutti collaborino, le autorità locali per quanto di loro ha competenza, quelle nazionali, sindacati come stanno facendo. Se remiamo tutti insieme nella stessa direzione possiamo giungere all’obiettivo che tutti ci prefiggiamo; uno stabilimento che contribuisca in maniera significativa all’autonomia strategica italiana e europea nel campo della siderurgia con la prospettiva della piena decarbonizzazione a tutela dell’ambiente e della salute. Mi auguro che tutti contribuiscano in questa direzione. Faccio un appello alla responsabilità” ha poi concluso Urso.
Immediata è arriva la reazione dei sindacati metalmeccanici. al termine della riunione con l’azienda. La Fiom-Cgil dichiara che “non accetterà percorsi di cassa integrazione senza alcuna chiarezza sulle prospettive future dell’ex Ilva. Non può essere che i lavoratori ancora una volta paghino le conseguenze dell’incapacità di far partire la decarbonizzazione degli impianti. In questo modo si mettono in discussione tutte le tutele salariali, occupazionali e di messa in sicurezza dei lavoratori e degli impianti, che abbiamo conquistato nei precedenti accordi – afferma Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil -. Da mesi diciamo che le risorse non sono state garantite in modo sufficiente ad assicurare il piano di ripartenza ed ora non può essere che la soluzione sia collocare i lavoratori in cassa integrazione chissà per quanto tempo. Per quel che ci riguarda va contrastato questo percorso unilaterale. Nelle prossime ore ne discuteremo con i lavoratori e le altre organizzazioni sindacali”.
“A nostro avviso la discussione va condotta su due piani paralleli: il primo che si basa sull’accordo di cassa integrazione esistente, che dovrà continuare a dare una copertura immediata rispetto all’emergenza che si è venuta a creare – affermano il segretario generale FIM CISL Ferdinando Uliano e del segretario nazionale FIM CISL Valerio D’Alò -. Contemporaneamente c’è tutta una discussione da tenere a Palazzo Chigi con i ministeri competenti per capire come sta procedendo la trattativa con Baku Steel e il governo e soprattutto quali sono le soluzioni per l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) senza la quale uno stabilimento come quello tarantino non ha prospettive e soprattutto, quali sono le prospettive del piano industriale ora dopo l’incidente ad Afo 1. Per questo chiediamo al Governo di convocarci nel più breve tempo possibile, abbiamo la necessità di chiarire tutti questi aspetti, soprattutto l’AIA e lo stato della trattativa con Baku Steel, le garanzia di carattere industriale e al ruolo dello Stato nella prossima compagine societaria oltre alle difficoltà nell’approvvigionamento di gas e acqua che stiamo registrando e che possono mettere ulteriormente in crisi la situazione del sito” affermano i due sindacalisti della Fim Cisl.
“L’incidente della scorsa settimana all’altoforno 1 ha smascherato la reale situazione dell’ex Ilva che vede il bando di vendita e la trattativa con Baku in una situazione indefinita, la nuova AIA non è stata ancora approvata dal Ministero dell’Ambiente e potrebbe subire ulteriori slittamenti, c’è insufficienza di risorse economiche per la manutenzione e il ripristino degli impianti e le fonti di finanziamento già percepite, compreso il prestito ponte, sono in fase di esaurimento”. Così il segretario generale Uilm, Rocco Palombella. “Tutto questo – spiega – ha provocato il raddoppio della cassa integrazione attuale, da 2mila a 4mila lavoratori, e l’avvio di un’altra procedura per aumentarla ulteriormente, senza conoscere realmente l’entità del danno subìto dall’altoforno 1. Si prefigura, inoltre, la fermata strutturale di due altoforni (1 e 2) e il mantenimento in esercizio del solo AFO 4, fatte salve ulteriori decisioni negative”. “La lotta dei lavoratori – dice il leader Uilm – ha scongiurato a gennaio del 2024 la fermata totale degli stabilimenti gestiti da ArcelorMittal, a distanza di un anno e mezzo purtroppo la situazione è diventata di nuovo insostenibile. Come prevedibile, è iniziata la fase delle strumentalizzazioni e dello scarica barile, ma bisogna evitare di far pagare ancora una volta ai lavoratori gli errori degli altri prospettandogli una cassa integrazione a vita”.
“Pertanto – esorta Palombella – il Governo deve prendere atto che l’unica strada rimasta da percorrere è quella di interrompere l’inutile e dannosa trattativa di vendita con Baku, poiché gli azeri non hanno mai voluto impegnarsi a mettere risorse di tasca propria. Occorre quindi avviare rapidamente la chiusura dell’amministrazione straordinaria con il passaggio dell’azienda allo Stato attraverso la nazionalizzazione, per il tempo necessario, anche con il supporto di produttori siderurgici italiani”. “Con le risorse già previste da precedenti provvedimenti – continua – occorre avviare una reale decarbonizzazione attraverso l’immediata costruzione dei forni elettrici e dell’impianto di preridotto, come previsto dal programma dei commissari straordinari; mettere in sicurezza i tre altoforni e farli produrre fino a quando non entreranno in esercizio i due forni elettrici e non oltre il 2030; avviare tutti gli impianti di laminazione e tubifici rimasti fermi da lunghi anni”.
“In questa fase – dice ancora – si rende indispensabile attivare immediatamente un tavolo alla Presidenza del Consiglio per individuare strumenti straordinari per gestire la complessa transizione, come una Legge speciale di pensionamento anticipato e strumenti di risarcimento per i lavoratori (Ilva AS, ADI AS e dell’appalto). Inoltre, vogliamo conoscere nel dettaglio gli annunciati progetti di sviluppo di nuove attività industriali. Solo a queste condizioni si possono individuare ammortizzatori sociali per poter gestire la complicata riorganizzazione”. “Bisogna fare in fretta – conclude Palombella – prima che la situazione diventi irreversibile con veri danni all’ambiente, alla salute e ai livelli occupazionali”.
“Abbiamo appreso, nell’incontro con l’azienda, che le condizioni attuali non consentono una trattativa equa con Baku Steel. La richiesta fatta dall’azienda al Ministero di una nuova corposa procedura di cassa integrazione, (circa unità, per un totale di 5.500 lavoratori) alimenta le nostre preoccupazioni. È ovvio che ora, di fronte ad un quadro profondamente cambiato, è indispensabile che il Governo dia prova della sua autorevolezza, operando scelte coraggiose a tutela di tutti gli attori in campo, avviando una volta per tutte la nazionalizzazione dell’acciaieria, con la messa in sicurezza dei posti di lavoro e dell’ambiente“. Questo quanto affermato da Francesco Rizzo e Sasha Colautti Esecutivo Nazionale Usb.
“Come nel caso Sanac, bisogna chiudere una trattativa portata avanti con una strategia sbagliata, che ha messo Baku Steel in condizioni di avere il coltello dalla parte del manico. Come sbagliato è stato dettare tempi troppo stretti per il bando destinato all’acquisto, prima da perfezionare entro il 2024, ora slittato a giugno 2025 – proseguono -. Tutto questo va a compromettere ancor di più la questione occupazionale. Tocca ricordare che tutto quello che accade determina inevitabilmente i propri effetti sui lavoratori, e non solo su di essi. Questi i numeri: 10.300 i diretti, 1.500 gli ex Ilva in As e oltre 4.000 dell’appalto. Oltre che sui numeri della produzione di acciaio a rischio, si rifletta dunque molto bene soprattutto su questi numeri, che sono volti di lavoratori e famiglie. In mancanza di rapidi sviluppi, è necessario uno scatto di orgoglio da parte del Governo per evitare che il peso di tutta la vertenza venga scaricato sui lavoratori”.
“Ci aspettiamo a strettissimo giro la convocazione di un tavolo di confronto nel quale discutere di quello che in realtà accade oltre le dichiarazioni, dal momento che non abbiamo documenti ma solo parole – concludono -. L’Usb ha intanto prodotto un corposo fascicolo, consegnato a marzo scorso alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e ai Ministri, nel quale avanziamo, motivandole, tutta una serie di proposte suddivise in cinque assi: la cessione degli asset dell’ex Ilva; il contesto sociale e lavorativo; il varo di misure straordinarie; il patto generazionale e la salvaguardia della occupazione, il Paese; il protocollo operativo per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. È un dovere confrontarsi sulla direzione verso cui sta andando questa trattativa, motivo per il quale è inevitabile adesso l’istituzione di un tavolo permanente di informazioni e confronto. In assenza, Usb non starà a guardare”.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2025/05/13/ex-ilva-veleni-e-polemiche-sul-caso-altoforno/)

