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Li vediamo incontrare i cittadini nelle piazze, nei comitati elettorali, per strada, ai mercati. Girano per associazioni datoriali e sindacati ma la loro audience è per la maggior parte composta da gente dall’età media alta (dai 50 anni in su).

In qualche caso si attorniano di vecchi tromboni (o trombati) della politica tarantina, quelli che c’erano già 40 anni fa.

Ma i candidati sindaci alle prossime elezioni amministrative (25-26 maggio) non si rivolgono mai (o quasi) a una fascia di elettori giovane (quella dai 18 ai 25 anni) alla quale la politica non interessa per nulla.

Giovani che non percepiscono il voto come dovere civico e che quindi alimentano l’astensionismo, quello volontario e quello cosiddetto involontario ( riguarda un importante numero di studenti fuori sede, che non rientrano nel comune di residenza per votare).

Data l’assenza delle loro istanze nell’agenda politica, questi giovani non si sentono rappresentati, maturano la convinzione che il voto non incida sulla loro vita e sul loro futuro e pertanto disertano le urne. 

Fateci caso, provate a scorrere sui social le varie foto di tutti questi incontri dei candidati a sindaco di Taranto. Su quelle classiche sedie bianche da giardino o da bar si accomodano quasi sempre soltanto cittadini e cittadine dai 50 anni in su. E non basta certo qualche birrata per coinvolgerli…

Nessuno parla di questi giovani, nessuno parla a questi giovani. È quasi come se non esistessero, come se non ci fosse il bisogno di coinvolgerli né con i temi ma nemmeno con il linguaggio. Non basta essere presenti su Instagram o Tiktok, quasi sempre con gli stessi contenuti di Facebook, social definito per boomer.

E quindi, analizzando i vari programmi elettorali sembra proprio che questi giovani non vengano menzionati, non viene dedicata loro alcuna sezione se non quella in cui si parla di università con il solito ritornello, già sentito decine di volte, della crescita del Polo Universitario Jonico (andare ad ascoltare i ragazzi del Politecnico, isolati dal resto del mondo al quartiere Paolo VI…) e della ricerca di una sua autonomia. Si accenna alla creazione di un Campus urbano diffuso, ad accordi Università, Imprese e Comune, ad un concorso per idee (“Magna Grecia Young Competition”)  “che solleciterà ai ragazzi nuovi progetti per la Città e ogni anno quelli vincenti saranno inseriti nell’ambito della nuova Programmazione di Bilancio”.

Anche nell’ambito sport  ci si mantiene sul generico: creazione di un fondo comunale per supportare le associazioni sportive dilettantistiche nei quartieri, promozione della creazione di playground e aree giochi in ogni quartiere per garantire spazi sicuri e inclusivi, realizzazione di un sistema culturale urbano diffuso, con teatri, musei, biblioteche e spazi rigenerati.

Nei programmi si trova, invece, spazio per gli anziani e finanche per gli animali (il nuovo trend del politico 2.0).

Insomma una fascia di popolazione votante ignorata che pure avrebbe bisogno di essere rassicurata sul futuro, che pure avrebbe bisogno di essere convinta a restare e a non ad andarsene via da Taranto, che pure meriterebbe in città degli spazi pubblici condivisi dove socializzare (il Parco della Musica? Un contenitore vuoto. Parco Cimino? Va riqualificato e maggiormente valorizzato. Parco del Mirto a Paolo VI? In completo stato di abbandono).

A loro pare non ci sia nulla da promettere. E, invece, c’è bisogno di riportare i giovani al centro delle politiche, delle scelte, della vita cittadina. C’è bisogno di avere una visione che vada oltre il decoro, la raccolta differenziata, i parcheggi.

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