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“Giove e Campbell hanno incominciato sin dall’inizio a non ‘amarsi’ e forse anche a non fidarsi l’uno dell’altro al mille per mille. C’erano due caratteri completamente differenti, all’opposto e più il tempo passava più le possibilità che la trattativa di cessione del Taranto FC 1927 rischiasse di fallire era alta”, così Marcel Vulpis, giornalista esperto di economia dello sporto, ex vicepresidente della Lega Pro, comincia la chiacchierata con il corriereditaranto.it, ricordando quello che i tifosi rossoblù hanno poi definito il grande bluff..
“Tornando indietro nel tempo se io avessi avuto il mandato per acquisire il Taranto avrei detto ai due imprenditori americani, di darmi un assegno in mano per presentarmi dal notaio e chiudere in poche ore l’acquisizione del club. Ma non per altro perché sono italiano e conosco la nostra “cultura” applicata all’acquisizione dei club di calcio. In molti casi ed è successo concretamente chi ha acquisito per evitare complicazioni di tipo ambientale ha preferito acquisire subito e poi fare perfino in un momento successivo la due diligence. Il calcio italiano ha delle sue dinamiche e non può essere gestito come il pagamento di un F24, bisogna ad un certo punto anche rischiare qualcosa come in qualsiasi operazione imprenditoriale”.
Facciamo chiarezza. Hai presentato tu Campbell al presidente del Taranto?
“Io non ho mai presentato nessuno a Giove come è stato più volte scritto erroneamente e in alcuni casi forse anche con malizia su alcuni portali. Non conoscevo Campbell prima di questa operazione né conoscevo il socio americano di origini indiane che lavorava nel mondo della finanza prima di quell’incontro a Bari l’estate scorsa dove c’era anche il consulente romano Ciccioli. Campbell era un suo contatto perché Ciccioli lavora come studio all’interno di un network internazionale.
Io ho fatto solo la cortesia di rispondere a una normalissima domanda fattami in tempi non sospetti dallo stesso Ciccioli che stava cercando di individuare la migliore opzione possibile in quel momento storico in termini di eventuale acquisizione di un club di Serie C , ossia di segnalargli un club calcistico che potesse essere venduto ad un investitore straniero. E io ho risposto che Taranto poteva essere la piazza adatta da rilanciare perché ha una grande fame di calcio. La seconda opzione era il Foggia. La scelta era sul Sud Italia perché proposi come idea anche la Triestina al Nord per il valore evocativo di questo club e della città che rappresentava. Non c’è stato nulla di anomalo, non c’è nessun “amico ascoltato più di altri”, come dice un blogger di un’altra testata che evidentemente ha piacere di raccontare cose che non esistono se non nella sua mente. La verità purtroppo per lui è una sola ed è questa. Siccome sono io la fonte primaria si deve fidare di quello che dico. Solo io conosco questa storia non certamente lui a meno che non sia tra le tante cose anche mentalist. Ma non credo”.
Però la gente ma anche i mass media ti hanno visto come il parafulmine di Campbell se non proprio il suo rappresentante. C’è stato un tiro al bersaglio nei tuoi confronti, ti hanno definito anche in modo molto sgarbato in una trasmissione web.
“A Taranto c’è una categoria di persone, che io ho categorizzato idealmente come “avvelenatori di pozzi”, che vivono tutta la giornata per bloccare chi prova a fare cose, perché è stato chiaro sin dall’inizio che se io fossi venuto a Taranto sarebbero cambiate molte cose sotto il profilo della comunicazione, dei rapporti, delle interlocuzioni istituzionali. La mia storia ha un track record molto trasparente, basta andare su Google e vedere cosa c’è scritto. Di altri non possiamo dire lo stesso.
Io non ho mai partecipato alle riunioni fisiche e nemmeno online tra le parti in causa. Non ho mai avuto alcun ruolo attivo nella trattativa, anche se c’è qualcuno che continua a dire che io sono stato il grande regista di questa operazione, ma non è assolutamente vero.
Io sono entrato in gioco solo dopo la conferenza stampa un po’ improvvida che ci fu all’epoca, e che fu la ragione per cui venni chiamato a gestire la comunicazione futura di Campbell visto il caos che ne era generato subito dopo. Personalmente non avrei mai fatto nè consigliato di farla prima delle cessioni delle quote. Un errore di cui credo che ancora oggi chi la propose dovrebbe fare un profondo mea culpa. Tra l’altro il rapporto professionale sarebbe partito dal 1 gennaio 2025 perché sinceramente ritenevo che fondamentalmente lui (Campbell)in quella data avrebbe chiuso la trattativa. Non c’erano motivi all’epoca per pensare il contrario”.
Perché ti sei fidato di Campbell visto che parli di track record e quindi avrai notato sul web la fama che lo precedeva…
“Nel primo incontro Campbell mi ha parlato di un progetto di medio-lungo periodo che era finalizzato chiaramente all’acquisizione del club, ma anche ad una gestione dello stadio. Quest’ultimo aspetto ha rappresentato la molla che mi ha portato a dirgli sì, perché sicuramente a livello professionale mi interessava anche andare a gestire l’impianto, sia per quanto riguardava la gestione del match, ma anche in tutto quello che possono essere gli eventi extra-calcio, perché una volta consegnato, quello stadio potenzialmente può diventare il più importante stadio al sud in Italia per l’organizzazione di eventi anche extra calcio. Era sicuramente una sfida di alto profilo e non mi piacciano mai le cose banali o fatte da altri”.
Ti ha deluso Campbell?
“Più che deluso sono rimasto dispiaciuto. Il fatto di non chiudere una trattativa non vuol dire che tu sei una persona poco di buono, vuol dire che non c’è stato un punto di incontro fra la domanda e l’offerta, tra acquirente e venditore.
In realtà Campbell non è un imprenditore del calcio vero e proprio, mi hanno riferito che abbia un network di caffetterie nel Messico e in Nord America. Io l’unica cosa che mi permetto di dirgli. se dovesse leggere l’articolo, è che se decidesse di continuare a tentare l’ingresso nel mondo del calcio, soprattutto italiano, spero che questa esperienza gli sia servita per capire che in Italia le cose non possono essere portate all’infinito e che quando una trattativa va all’infinito, prima o poi si chiude male. Glielo dico in profonda trasparenza perché mi dispiace che non sia riuscito a chiuderla ma non essendo parte in causa nella trattativa la mia consulenza era solo finalizzata alle media relations”. E’ indiscutibile però che nei mesi che hanno portato alla esclusione l’unico che ha messo concretamente soldi (circa 400 k) resta solo e soltanto Campbell”
E quella famosa conferenza stampa che avevate promesso?
“Io ho proposto e ho detto a Mark che dovevamo farla e il mio consiglio era quello assolutamente di venire a Taranto perché ci metto sempre la faccia, sia la mia che quella dei clienti che si avvalgono della mia consulenza. Dopodiché Mark ha percepito che c’era un’atmosfera molto ostile nei suoi confronti e probabilmente si è credo un po’ spaventato. Questa è una mia impressione a pelle, ma non credo di sbagliarmi.
A parte le posizioni caratteriali di Giove e Campbell c’era da gestire una situazione ambientale in cui ognuno diceva la sua, si è perso del tempo a rintuzzare la disinformazione che arrivava dai social ed anche da alcuni mass media. Se fatto ad arte? Qualcuno pensa di sì e lo pensa seriamente. In alcuni momenti ho visto troppa ostilità che andava oltre un livello di normalità come se qualcuno puntasse a far saltare tutto”.
La Lega in tutto ciò?
“Mi sarei aspettato sicuramente un pronunciamento ufficiale da parte dei vertici per poter spiegare, illustrare meglio che cosa realmente è successo e soprattutto quali erano stati i rapporti, le relazioni, le interlocuzioni tra la Lega stessa e il Taranto. Evidentemente nella vita è questo avviene spesso c’è chi preferisce rimanere sotto coperta e aspettare che la tempesta finisca.
Se fossi stato io al posto dell’attuale presidente chiaramente sarei venuto a Taranto, avrei parlato con il sindaco, avrei chiesto di conoscere i nuovi potenziali acquirenti perché pur essendo una trattativa privata e la Lega non può metterci naso ed influenzarla, in ogni caso è opportuno sapere chi siederà in futuro al mio tavolo. Non capisco perché ciò non sia avvenuto invece”.
Il calcio a Taranto resterà ora in ostaggio dei soliti personaggi?
“C’è un tema di diritto. Il titolo sportivo ad oggi è della famiglia Giove perché il Taranto Calcio tecnicamente non è stato radiato, è stato solo escluso. Quindi se entro i termini previsti dai regolamenti la famiglia Giove personalmente e o attraverso soggetti terzi riesce a saldare tutti i debiti che ci sono in questo momento, ha le carte per potersi iscrivere comunque in un altro campionato.
La problematica sono le posizioni debitorie da saldare, debiti che comunque esistono e credo che Giove in questo momento stia provando dal suo punto di vista a trovare tutte le soluzioni idonee perché da quello che ho capito non vuole rinunciare assolutamente alla sua società. Se tu hai un diritto cerchi di difenderlo fino all’ultimo. Una volta che questo diritto non fosse più tutelabile è chiaro che si apre un altro scenario con un bando del sindaco, con incontri con la FIGC, potrebbe nascere un secondo Taranto, un nuovo Taranto in un’altra serie, con dei soggetti di riferimento diversi da Giove.
Però poi alla fine bisogna mettere i soldi sul bancone come sottolinea spesso il blogger dell’altra testata. E i soldi non sono tanto solo per l’eventuale eccellenza perché il campionato di eccellenza alla fine è un torneo di profilo locale che può essere gestito anche da un solo imprenditore. Qua si tratta di mettere soldi pesanti, c’è bisogno di un piano industriale serio. Oggi il calcio purtroppo è diventato un affare per ricchi e per far tornare il Taranto tra i professionisti ci vorranno almeno 4 milioni di euro. La passione non basta, ci devono essere degli obiettivi aziendali ben chiari”.

