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La dimensione di un cantautore non è solo misurata da quanto vende o da quanti spettatori vanno al suo concerto ma anche da come arriva al cuore dei suoi ascoltatori. Che siano cento, mille o diecimila, non importa. È il caso, questo, di Niccolò Fabi, in giro per promuovere il suo nuovo disco “Libertà negli Occhi” (domenica sera a Spazioporto a Taranto), esempio raro di artista che ha mantenuto un suo status quo (né di nicchia né mainstream) e che ha cercato sempre di toccare l’anima dei suoi fan con una sensibilità fuori dal comune.
Fabi si commuove al termine dell’incontro esclusivo con un’ottantina di fan soprattutto quando uno di questi esprime con trasporto quanto significato possano avere nella vita di chi le ascolta le sue canzoni. Ma anche quando, poco dopo, ammette che Taranto è un posto speciale per lui, sottolineando che questa stata l’unica volta, sinora, in cui gli hanno rivolto domande o spunti di riflessione solamente degli uomini: “Lungi dall’essere statistica di genere, ma sappiamo quanto gli uomini facciano un’enorme fatica ad esprimere i sentimenti più profondi perché costretti a mostrare un altro tipo di atteggiamento. Il fatto che io possa essere l’esempio di un uomo che stimola altri uomini a parlare di sè con questa profondità è un privilegio”.
In realtà per lui quella tarantina è stata una giornata densa di emozioni, nel pomeriggio era stato al Parco Sorrisi dei Tamburi (da lui donato qualche anno fa grazie ad un progetto condiviso con l’Amministrazione comunale) ed aveva incontrato una comunità di migranti che gli ha intonato la canzone “Io sono l’altro” che tratta del nostro rapporto con coloro che di solito ignoriamo.
Il giornalista che si mischia tra il pubblico e che fa la sua domanda come un ascoltatore qualsiasi – “Mi chiamo Giovanni….” – è un aspetto che avevo sottovalutato e che invece si è rivelato il punto di forza di questa sorta di cortocircuito di emozioni che ha contraddistinto l’incontro con l’artista. Le risposte di Fabi, se si fosse trovato innanzi ad una platea di giornalisti, non sarebbero state certo così sincere e profonde.
Il cantautore romano cita un frase della cantautrice nord americana Joni Mitchell che rappresenta un bel traguardo per chi fa musica: “Se tu ascolti me, nelle mie canzoni, ti perdi una grandissima occasione. Se ascolti te, invece, ho raggiunto il mio scopo”.
Prima di cominciare questo tour di presentazione del disco, Fabi, pubblicamente – nel booklet che accompagna l’edizione limitata del cd ma anche nel corso di qualche intervista – aveva lasciato intendere che questo potesse essere il suo ultimo lavoro: “Spero che la vita possa sempre sorprendermi ma sinceramente sento di non avere molto altro da aggiungere al mio percorso di cantautore. Non voglio cadere nel trabocchetto della pubblicazione per inerzia. Si fa fatica a pensare a un territorio inesplorato e credibile artisticamente a questo punto della carriera. La musica non è fatta per descrivere la maturità. Sento che per me sta diventando sempre più difficile scrivere canzoni. E poi c’è il rischio di scrivere per mestiere”.
Fabi in realtà è un conservatore che aveva bisogno di conferme da sé stesso e dai suoi fan : “Nel momento in cui io mi dimenticavo dell’ansia di dover essere qualcosa in particolare, forse mi usciva una spontaneità che credo sia quello che voi dobbiate esigere da me, piuttosto che, chissà quale innovazione. Non credo che l’innovazione sia la mia caratteristica artistica principale. Ora che inizio a sentire un po’ il ritorno da parte vostra mi rendo conto molto meglio di quello che può significare un disco. Fino al giorno prima dell’uscita è evidente che il significato di quel disco è quello che rappresenta nella mia vita, quelle che sono state le ragioni che mi hanno portato a registrarlo, i dubbi che avevo, la sensazione magari di aver fatto qualcosa di buono, qualche canzone forse speciale, piuttosto che la delusione del non essere riuscito a fare esattamente quello che volevo”.
Quando Fabi comincia ad avere cognizione della percezione che gli ascoltatori hanno del disco, quando comincia a vedere le reazioni emotive che suscita, i collegamenti con le loro esperienze di vita, si rende conto che ha un valore completamente diverso e ritratta in parte quanto detto in precedenza: “Quando lo sento adesso il disco è immutabile, si è cristallizzato, mentre poco prima di pubblicarlo era una struttura aperta, e qui avevo sempre la sensazione di voler cambiare qualcosa. Adesso proprio è che non cambierei nulla. Forse nelle piccole note che ho inserito nel disco c’è qualche considerazione che a ripensarci non avrei messo perché ho capito che ha indirizzato un po’ troppo l’ascolto con quella previsione apocalittica che potesse essere l’ultimo disco”.
IL DISCO: LIBERTA’ NEGLI OCCHI
Uscito nel giorno del suo 57mo compleanno è un disco che parla del rapporto tra gioventù e maturità sin dalla copertina, nella quale cattura l’attenzione un pallone arancione. Non un pallone qualunque ma un Super Santos (oggetto cult dei nati negli anni ’70) che evoca ovviamente la gioventù ed il gioco: “Anche se nel disco parliamo di cose tristi occorre non dimenticarsi mai che la vita è anche un gioco”.
Niccolò Fabi ha cristallizzato un momento della sua vita in questo disco registrato dopo una “reclusione monacale” di una decina di giorni in una baia di montagna in Trentino. Ha fermato il tempo e restituito – grazie alla presenza non solo del suo sodale chitarrista Roberto Angelini, ma anche di collaboratori e musicisti più giovani – energia fisica e vitalità in una sessione di registrazione che è assomigliata anche ad una vacanza.
“Non c’è stato un disco che ho pubblicato che sia stato registrato nello stesso posto perché così nella mia vita io so che quando ascolterò quelle canzoni ascolterò il me stesso che era in quel luogo e gli darò una propria collocazione” ha affermato Fabi.
“Libertà negli occhi” è un modo di guardare le cose del mondo con gli occhi di un uomo che indirizza consapevolmente la propria esistenza ma che si stupisce come un bambino innanzi alle meraviglie del creato – “Acqua che scorre, sole che sorge” – con la consapevolezza adulta di chi afferma che ” la vita va dove va il tuo sguardo”.
Il disco è aperto da una canzone che ha una lunga intro strumentale, “Alba”, incastonata lì dove doveva essere, ossia all’inizio dell’album. E’ la preferita di Fabi che ci introduce a quello che è lo spirito meditativo dell’album. L’atmosfera musicale rarefatta accompagna un testo che non invade ma che è una sorta di narrazione per lo stato d’animo di chi l’ascolta, un momento di riflessione ” capire se cambiare o no”. Un inizio elettronico, un crescendo di chitarre e suoni filtrati e questa frase mantra: “Io sto nella pausa che c’è tra il capire e il cambiare”.
Ci sono altri momenti catartici nel disco come il primo singolo “Acqua che scorre” che trasporta l’ascoltatore con la mente ma anche con delle sensazioni uditive e olfattive in quel bosco innevato della copertina, magari immaginando di esser seduto sulla riva di un ruscello ad ascoltare il rumore dell’acqua che scorre.
Altri due brani del disco, a parere di chi scrive, meritano attenzione ascolto dopo ascolto: “Chi mi conosce meglio di te”, con Roberto Angelini. Dopo una lunga intro strumentale, tra le note troviamo la tematica dell’ispirazione e della scrittura “Solo un foglio in attesa di inchiostro”. Poi la title track “Libertà negli occhi”, insieme di cartoline nostalgiche provenienti direttamente dall’infanzia, “disegniamo sopra un foglio bianco i nostri mostri e supereroi / tanto il finale della nostra storia lo decidiamo solamente noi”.
“Libertà negli occhi” è un disco intimo e introspettivo. Un disco che suona come dovrebbe suonare un disco di Fabi. Merita di essere ascoltato con attenzione.
