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Un viaggio affascinante nella storia dell’Arma dei Carabinieri, attraverso il linguaggio silenzioso ma eloquente delle sue uniformi.

È il cuore della mostra inaugurata al Castello Aragonese di Taranto, dove fino all’8 giugno sarà possibile ammirare dodici divise storiche che tracciano l’evoluzione della Benemerita dal tardo Ottocento agli anni Sessanta del Novecento.

L’esposizione, realizzata in occasione del 211° anniversario della fondazione dell’Arma, è resa possibile grazie alla collaborazione tra il Comando Provinciale dei Carabinieri di Taranto e l’11° Reggimento “Puglia”, custode della collezione di Paolo Caradonna Moscatelli. Un patrimonio privato, arricchito nel tempo con pezzi recuperati in Italia e all’estero, ora messo a disposizione del pubblico per valorizzare una memoria collettiva fatta di simboli, stoffe, tagli, decorazioni e trasformazioni.

Ad accompagnare il visitatore lungo il percorso, le parole del colonnello Antonio Marinucci, comandante provinciale, che ha illustrato contenuti e significati delle uniformi esposte. “Questa mostra – ha spiegato – racconta chi siamo stati e chi siamo oggi, attraverso ciò che indossavamo. Non è solo un’esposizione estetica, ma un racconto identitario. L’Arma è fatta di uomini, certo, ma anche dei segni che ne definiscono il ruolo, il prestigio e la vicinanza al cittadino”.

La divisa più antica in mostra risale alla fine del XIX secolo, periodo umbertino, con i galloni ricamati a mano. Seguono le uniformi dei primi anni del Novecento, tra cui quella di un carabiniere ferito in servizio che portava un berretto con la fiamma e le iniziali VE, in omaggio al Re Vittorio Emanuele. È un abito che parla di fedeltà istituzionale in un’Italia ancora giovane e monarchica.

Con l’inizio del XX secolo arrivano importanti cambiamenti: nel 1903 nasce ufficialmente il ruolo dei marescialli e le divise iniziano a riportare i gradi distintivi sulla manica – due strisce per il maresciallo ordinario, tre per quello maggiore. Ma l’uso dei gradi cambierà nel tempo: “Fino ai primi anni Venti – ha ricordato Marinucci – venivano portati sulle maniche, poi spostati sulle spalline durante il Ventennio, quindi di nuovo sulle maniche e infine stabilmente sulle spalline dopo l’armistizio del 1943 per uniformarci agli alleati”. Una scelta tecnica, ma anche simbolica. “C’è chi dice – ha aggiunto con un sorriso – che i gradi sulle maniche indicano la vittoria, quelli sulle spalline la sconfitta. Ma è solo folklore”.

Il percorso prosegue con una rara uniforme della Seconda guerra mondiale appartenuta a un tenente, caratterizzata da un berretto senza fiamma, derivazione della tradizione asburgica. “Era utilizzata in Algeria anche dalle truppe franco-algerine per proteggersi dal caldo – ha spiegato il colonnello – e poi adottata anche nelle nostre scuole militari. L’azzurro delle divise venne abbandonato in favore del grigioverde, dopo che si scoprì che quest’ultimo offriva maggiore mimetizzazione sul campo di battaglia. Un esperimento evidenziò che il 95% dei soldati in divisa blu veniva colpito, mentre in grigioverde la sopravvivenza aumentava drasticamente”.

Non mancano le divise coloniali, in particolare quelle utilizzate dai carabinieri in Africa. Una di queste è quella delle truppe cammellate dell’AFIS (Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia), con ampi indumenti color sabbia e un elmetto adatto al clima del deserto. “Il Mara – ha detto Marinucci – è una regione dove si allevano cammelli di razza pregiata, dal galoppo velocissimo. Le divise dovevano adattarsi a quel tipo di servizio. Con queste unità, l’Italia vigilò sulla Somalia nel secondo dopoguerra per conto delle Nazioni Unite”.

Interessante anche la cosiddetta Sahariana, uniforme in uso fino alla fine degli anni Settanta, dotata di ghette impermeabili e bandoliera. Nata in epoca bellica, era pensata per offrire protezione e isolamento dall’umidità e dai tagli. Le scarpe venivano tenute asciutte grazie all’altezza delle ghette, mentre il soldato portava con sé tutto

l’equipaggiamento: fucile, giberna, munizioni e perfino una pistola Mod. 34.

La mostra dedica anche spazio alle divise da parata. Tra queste, l’elegante uniforme del corazziere in tenuta da palazzo, un tempo al servizio del Re, oggi del Presidente della Repubblica. “Essendo la prima Arma dell’Esercito – ha ricordato Marinucci – i carabinieri venivano schierati davanti a tutti”.

Spicca poi l’uniforme del capitano Raimondo D’Inzeo, leggendario cavaliere olimpico degli anni Sessanta, che si allenava alla caserma Salvo D’Acquisto a Roma.

E infine, quasi come una nota di colore, la divisa da radiomobile in uso negli anni Sessanta, con il classico giubbotto di pelle nera e i para-guanti bianchi per le cerimonie. Una tenuta simile a quella resa celebre da Alberto Sordi in un celebre film dell’epoca.

“Ogni divisa racconta un pezzo di storia – ha concluso Marinucci – e mostra come l’Arma si sia evoluta, restando sempre fedele ai suoi valori: disciplina, servizio, legalità. Questa mostra è un modo per avvicinare la cittadinanza a ciò che siamo stati e a ciò che vogliamo continuare ad essere”.

L’ingresso alla mostra è gratuito e il percorso, all’interno del Castello Aragonese, si integra perfettamente con la suggestione storica del luogo. Un’occasione per riscoprire l’identità di una Forza Armata che ha attraversato, in uniforme, ogni passaggio della storia italiana.

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