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C’eravamo tanto odiati. Frecciate, accuse, rivendicazioni: tutto messo da parte in nome di una ritrovata quanto fittizia unità d’intenti. È il potere del ballottaggio che si avvicina.

Più che apparentamenti, insomma, unioni forzate con l’unico scopo di non permettere allo schieramento avversario di trionfare, sulla base della più ovvia delle classificazioni: destra e sinistra. In barba alla tanto ostentata importanza di “mettere da parte le bandiere a favore del civismo”, quello che orienta le coalizioni nel raggruppamento finale è proprio l’appartenenza ad un determinato orizzonte politico.

Partiamo dalla coalizione di centrosinistra: la campagna elettorale del M5S, iniziata e terminata al primo turno in solitaria, è stata improntata ad una differenziazione marcata non solo nei confronti degli avversari politici di parte opposta, ma anche (e soprattutto) vero la coalizione guidata da Piero Bitetti. 

È stato più volte rimarcata la richiesta di fare un passo indietro sul nome che doveva rappresentare il centrosinistra a queste amministrative, la diversità sui temi definiti identitari dai pentastellati, la novità rappresentata dalla candidata Annagrazia Angolano e la coerenza nell’aver “sciolto il patto” con l’amministrazione Melucci in tempi non sospetti. Insomma, un percorso caratterizzato dall’enfatizzazione di quanto divideva e distingueva i pentastellati dal restante centrosinistra.

Un filone polemico alimentato anche dopo la conclusione del primo turno di votazioni: nelle assemblee tenutesi nei giorni scorsi si è lamentata la famosa “telefonata” da parte di Bitetti arrivata troppo tardi, per non parlare dei numerosi riferimenti alle dichiarazioni del presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che in campagna elettorale aveva formalmente invitato a non votare la candidata dei 5 stelle proprio per evitare di finire al ballottaggio (e alle inevitabili dinamiche che ne conseguono).

L’11% riportato dai pentastellati diventa “un patrimonio”, ma soprattutto una risposta a chi “pensava di vincere al primo turno senza di noi”.

Una dimostrazione di forza, rivolta in primis a sè stessi, che rischia però di sacrificare sull’altare delle logiche egoistiche la vittoria dell’appartenenza politica: la “resa” di Bitetti, che a pochi giorni dal ballottaggio accetta finalmente di esporsi pubblicamente sui famosi “no” richiesti dai pentastellati, ha più il sapore di un “contentino” dell’ultima ora specie a fronte dell’alleanza Tacente-Lazzaro.

Salvare capra e cavoli, convergendo su questioni che, per la verità, più che amministrative sono per la maggior parte di competenza del governo nazionale e regionale, in cambio di un appoggio formale ma non della condivisione del futuro governo cittadino. Mario Turco, vicepresidente nazionale del M5S, si spinge a dire che il voto dei pentastellati andrà al “meno peggio” tra i due candidati al ballottaggio e che loro rimarranno comunque all’opposizione (24 ore dopo, correggendo il tiro, ndr), mentre tra gli iscritti radunati in assemblea ai Giardini Virgilio c’è chi si lascia sfuggire: “Li abbiamo criticati per tutta la campagna elettorale e ora dovremmo apparentarci?”.

Tutto per un nome saltato fuori troppo in fretta, “prima di mettere sul tavolo i temi” come hanno ripetuto spesso i Cinque Stelle, ma soprattutto che ha scavalcato a piè pari la propria candidatura: un passo indietro che il PD, con nomi altrettanto autorevoli e attrattivi (basti pensare a Mattia Giorno) ha saputo fare a stretto giro. E mentre Bitetti cerca di serrare le fila in vista dell’ultima prova, tra Emiliano e Turco continua il botta e risposta sulle responsabilità di non aver passato il primo turno uniti.

Ma, se possibile, sul fronte del centrodestra la situazione è ancora più paradossale.

“La Lega non ha partecipato a queste elezioni, non vedo simboli nella coalizione di Tacente” replicava l’onorevole Dario Iaia di Fratelli d’Italia a chi faceva notare l’incongruenza di un centrodestra spaccato in due schieramenti rivali, in barba alla venuta a Taranto di Matteo Salvini proprio per “benedire” la candidatura di Checco Tacente. 

“Siamo noi il centrodestra”, rispondevano gli esponenti della coalizione nel giorno dello spoglio dei voti, sottolineando che nel raggruppamento guidato dal giovane avvocato tarantino erano presenti numerosi esponenti “di quella amministrazione che abbiamo contribuito a far cadere“.

Anche in questo caso, un’intera campagna elettorale basata sull’enfatizzazione delle differenze, sulla rivendicazione della paternità del “cambiamento”, ma c’è di più: il nome di Luca Lazzaro è emerso a quasi un mese dalle elezioni proprio per il mancato accordo con la Lega su Tacente.

Eppure, a pochi giorni dal ballottaggio, arriva il comunicato degli esponenti regionali delle forze politiche in campo, da Forza Italia alla Lega, da Noi Moderati a FdI: il diktat (da Roma) è di convergere su Tacente, anche in questo caso il male minore. Riunire il centrodestra (ma non era già rappresentato dalla coalizione di Lazzaro?) mettendo insieme rappresentanti della vecchia maggioranza e chi ha contribuito a mandarli a casa.

Il vero problema di questi giochi politici è un altro: a prescindere dai risultati elettorali, in tanti si sono chiesti in questi mesi se Luca Lazzaro avrebbe rappresentato il vero cambiamento e quella credibilità costruita in campagna elettorale rischia ora di essere minata dagli accordi inevitabili pre-ballottaggio.

Quella percentuale in lieve risalita dei cittadini votanti, invogliati dalla prospettiva di una reale ventata d’aria nuova, era un dato da non sottovalutare e sacrificare a vantaggio delle poltrone da conquistare, un piccolo seme da coltivare nel tempo. Prova del fatto che non basta schierare volti nuovi se la sostanza alle spalle resta uguale.

L’impressione che si ottiene da questo quadro è di un pasticcio tutto italiano, un esercizio di dialettica basato sui termini coerenza e cambiamento che cozza con la realtà dei fatti nel caso del centrodestra, una disarmonia interna che rischia di portare alla disfatta per il centrosinistra.

Solita minestra, direbbe qualcuno: eppure, parte delle radici dell’astensionismo nasce da qui.

Caso a parte Mirko Di Bello: che la percentuale raggiunta non abbia invogliato alcuno schieramento politico a tentare di portarlo dalla propria parte non è dato saperlo, ma resta il fatto che tirarsi fuori da certi meccanismi non può che garantirgli almeno la menzione d’onore per la coerenza.

 

One Response

  1. Chi lo ha detto che il civismo sia una buona novella? Quale civismo poi? quello di una miriade di liste e candidati da zero preferenze? Liste senza anima e corpo a “palla fa tu” come si diceva delle squadre di calcio di scarse qualità? Piuttosto il problema riguarda la consistenza dei partiti, delle loro coerenze e capacità di sintesi. Quando le coalizioni sono così frazionate e differenti al loro interne dovrebbe prevalere la capacità di sintesi e mediazione che spesso manca. In questa realtà si inserisce il ballottaggio che obbliga i raggruppamenti ad avvicinarsi e a fare quello che non hanno voluto o saputo fare nel primo turno. Appare, perciò, stucchevole la critica al fatto che adesso si cerchi di costruire alleanze per uno dei due candidati. Questo consente il sistema e questo si fa. Personalmente penso che il guasto principale stia nella strumentalità inconsistente delle liste civiche che dovrebbero salvare la patria e alla critica costante contro la politica e i partiti. Non che non meritino critiche, ma per il fatto che ne viene indebolita la partecipazione e la democrazia. In fondo non esiste alternativa democratica se non la piena partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica in modo organizzato e critico proprio attraverso e dentro i partiti, secondo le proprie e convinzioni e idealità e senza sottovalutare la qualità dei candidati. Non me ne voglia dottoressa Paletta.

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