Scegliere lo scatto più rappresentativo tra quelli che compongono la mostra fotografica “Amy Winehouse before Frank” di Charles Moriarty è impresa non semplice.
Eppure la foto in copertina è, a mio avviso, fortemente emblematica di quello che aspetta chi si accinge a visitare l’esposizione.
La freschezza e la serenità dello sguardo di Amy raccontano tutti i sogni di una ragazza diciannovenne quasi inconsapevole del proprio talento, così come del successo mondiale e del tragico destino che la attendono.
Le istantanee parlano di una giovane promessa della musica internazionale, dotata di un timbro inconfondibile e di una passione pura per la musica che ha un solo obiettivo: cantare.
La parabola di Amy Winehouse potrebbe essere racchiusa in due scatti: quello in copertina, appunto, e la foto dolorosamente nota in tutto il mondo in cui, con lo sguardo spento e disperato, si abbraccia durante l’ultimo concerto a Belgrado del giugno 2011, appena 8 anni dopo, un mese prima della sua morte.
La distanza che separa i due scatti è immediatamente riconoscibile proprio nella differenza abissale dei suoi occhi magnetici e iconici: tanto sognanti e ricchi di speranza prima, altrettanto disillusi poi.
In fondo, come spiega lo stesso Moriarty, l’obiettivo principale dell’esposizione è di mostrare al mondo un’altra Amy, lontana dagli eccessi su cui spesso la stampa internazionale ha indugiato: basta cercare i titoli sui giornali comparsi immediatamente dopo il crollo di Belgrado per rendersi conto di quanto impietoso sia stato il ritratto offerto dai media internazionali, troppo incentrati a rinchiuderla nello stereotipo del talento sregolato per comprendere a fondo le mille sfaccettature e fragilità di una ragazza diventata icona mondiale.
“Sembra un’altra persona”, è la frase che si sente ripetere dai primi visitatori della mostra, a testimonianza del fatto che Moriarty ha centrato lo scopo di offrire una visione differente, ma ugualmente vera, rispetto a quella con cui siamo abituati a etichettare la cantante.
La mostra
Siamo nel 2003: il mondo porta i segni dell’11 settembre di due anni prima, Charles Moriarty non è ancora il fotografo di fama internazionale che tutti conosciamo (sarà proprio questo a segnare l’inizio ufficiale della sua carriera) ed Amy Winehouse sta per debuttare con quello che il Times definirà “un disco che le persone continueranno ad ascoltare anche in un lontano futuro”, l’album “Frank”.
Questa trama sottile di potenzialità ancora inespresse permea tutta la mostra: nei colori fluo tipici della Londra e della New York (i due set in cui sono stati realizzati gli shooting) di quegli anni, nello sguardo divertito di una Amy più ragazzina e non ancora star mondiale, nonostante siano già presenti quegli elementi che l’hanno caratterizzata negli anni a venire, dall’eyeliner marcato all’acconciatura iconica. “Tutto realizzato in casa da lei – racconta Moriarty, visibilmente emozionato – Si truccava, si pettinava, sceglieva i vestiti. Giorni frenetici, appena 24 ore in ciascuna città. L’acquazzone che trovammo a New York ci costrinse a scattare anche in una cabina telefonica, pur di trovare qualche elemento rappresentativo del posto”.
Aneddoti, risate, due giovani artisti che si incontrano e quasi per caso danno vita ad un racconto fatto di immagini che diventeranno celebri.
Dapprima incerta e titubante, Amy trovò in Moriarty una persona che sapeva comprendere e rispettare la sua interiorità complessa: fu l’inizio di un rapporto di fiducia che resta impresso in questi scatti irripetibili, da cui emerge un quadro del tutto personale ed intimo della cantante.
La chitarra amata, il trucco, la lavatrice, il divano, ma anche bellissimi primi piani in cui il resto è assente in quanto superfluo.
“Lo scatto che amo di più? Domanda difficile – spiega Moriarty – Eravamo molto emozionati perchè non sapevamo cosa stavamo facendo di preciso. Improvvisamente lei si è lasciata andare e ne è nato un dialogo intimo. Penso che Amy abbia capito che cercavo di essere onesto, rappresentandola come lei avrebbe voluto”.
Un “album dei ricordi” composto da 50 fotografie che parlano della “Amy che avrei voluto che conoscesse il resto del mondo”, a cui si aggiungono una decina di nature morte e nudi artistici selezionati accuratamente tra l’opera di Moriarty per “dialogare” con la mostra su Penelope, presente fino al 6 luglio nelle sale attigue del MArTA.
“Amy Winehouse potrebbe essere una sorta di Penelope del mondo contemporaneo“, ha spiegato la direttrice del MArTA, Stella Falzone, raccontando la potenza di una delle figure femminili omeriche più belle, la cui storia “continua ad affascinarci perché racconta situazioni e stati d’animo che parlano anche di noi, la solitudine, il dolore, la delusione, la speranza, l’amore”.
La mostra “Amy Winehouse before Frank”, che segna l’inizio degli eventi previsti per il Medimex 2025, sarà fruibile dal 17 giugno al 6 luglio presso il Museo Archeologico nazionale di Taranto.





