| --° Taranto

Quando l’Italia perse la faccia

Esattamente quarantadue anni fa, era il giugno del 1983, l’Italia fu sconvolta da una delle pagine più nere della sua storia giudiziaria. Erano gli anni in cui la tecnologia già cominciava a proporre l’embrione di Internet denominato Arpanet e i primi telefoni portatili, mentre l’Italia si preparava alle elezioni politiche in un periodo di particolare tensione dovuto al sequestro di Emanuela Orlandi e all’attentato al Papa compiuto da Alì Acga nel 1981.

In quel contesto, all’alba del 17 giugno, vennero emessi 856 ordini di cattura in trentatrè province, in un’operazione che impegnò oltre diecimila poliziotti: furono arrestati numerosi fiancheggiatori del clan camorristico cutoliano e tra essi imprenditori, amministratori locali e finanche celebrità dello spettacolo tra cui il cantante Franco Califano (per spaccio con il mafioso Turatello, il cui figlio era ritratto sulla copertina dell’album “Tutto il resto è noia”) e il conduttore televisivo Enzo Tortora. Sia l’uno che l’altro verranno prosciolti anni dopo e a questa vicenda sono legati i nomi di numerosi libri e film.

Tra essi è meritoria l’operazione compiuta dal giornalista Francesco Kostner e dall’avvocato Raffaele della Valle, facente parte del collegio difensivo di Tortora, ai quali si deve il bel libro edito nel 2023 ed ora in ristampa presso l’editore Pellegrino e intitolato “Quando l’Italia perse la faccia: l’orrore giudiziario che travolse Enzo Tortora”. E veramente di orrore giudiziario si deve parlare a proposito di una vicenda a dir poco surreale, ben documentata già nel 1999 dal film intitolato “Un uomo perbene” con Michele Placido e dalla miniserie tv intitolata “Il caso Tortora” di e con Ricky Tognazzi del 2012, opere dalle quali trae spunto un’attesissima serie tv in sei puntate che sta girando per Warner Bros il regista Marco Bellocchio e che uscirà agli inizi del 2026.

Enzo Tortora aveva iniziato la sua fulgida carriera come attore di fotoromanzi, poi presentatore a Sanremo nel 1959 e soprattutto co-ideando e conducendo per quattro anni la Domenica sportiva per poi raggiungere una fama ed un apprezzamento trasversali grazie al fortunato programma intitolato “Portobello”, contenitore di idee che avrebbero poi ispirato numerosi format ancora attuali. Forte di un successo straripante (si calcolavano 26 milioni di spettatori, ma ancora non esisteva l’Auditel) Tortora in Rai era stato addirittura allontanato due volte, una semplicemente per aver ospitato Noschese che imitava Fanfani, e la seconda volta per aver criticato in un’intervista i vertici della tv di Stato. Mai avrebbe potuto immaginare- e l’Italia intera con lui- che la telefonata dell’amico Guglielmo Zucconi, direttore de “Il Giorno”, la sera prima del suo arresto, non era uno scherzo ma nasceva da una fuga di notizie che tutti avevano sottovalutato e invece si concretizzò nell’infamante accusa di traffico di stupefacenti e associazione camorristica sostenuta da ben 19 pentiti di camorra. I magistrati inquirenti credettero, senza mai approfondire, quanto veniva dichiarato da personaggi come Giovanni Pandico (schizofrenico omicida per la camorra) o Pasquale Barra (che invero fece il nome di Tortora al diciottesimo interrogatorio in uno dei procedimenti incardinati sui suoi oltre sessanta omicidi).

Come si sarebbe dimostrato solo anni dopo, tutta l’operazione era stata orchestrata per ottenere sconti di pena, rivelando nomi che nulla c’entravano con la droga e le vicende degli scontri tra clan di quegli anni: la sola colpa di Tortora era quella di aver scritto una lettera di scuse al detenuto Pandico a nome della Rai perché erano andati smarriti alcuni centrini che questi gli aveva spedito per porli in una vendita di beneficenza durante Portobello. Inoltre fu interpretato con il cognome del conduttore un appunto trovato sull’agenda di un boss della camorra che invece si riferiva a un tal “Tortona” per una dazione di stupefacenti.

L’eco mediatica dell’arresto di Tortora fu travolgente e devastante, paragonabile solo all’altrettanto drammatica storia del povero Alfredino Rampi, che due anni prima aveva inaugurato l’ipertrofia voayeuristica delle immagini televisive: Tortora in manette fu l’epitome di una “giustizia per tutti” contro la quale si scagliarono in pochi, tra i quali Montanelli, Bocca, Baudo e soprattutto gli amici Piero Angela ed Enzo Biagi (quest’ultimo scrisse su Repubblica il 7 agosto 1983 una lettera aperta al Presidente Pertini).

Solo sette mesi dopo l’arresto furono concessi al presentatore gli arresti domiciliari e solo nell’estate del 1984 Tortora tornò libero benchè il suo martirio processuale non fosse ancora concluso, tanto che il 26 aprile 1985 egli fu condannato a dieci anni di reclusione, tornando ai domiciliari in quanto rinunciò all’immunità da europarlamentare che intanto aveva guadagnato: solo in Appello nell’estate del 1986 e in Cassazione nel 1987 Tortora avrebbe visto riconosciuta la totale estraneità a vicende che mai lo avevano neppure sfiorato e che alcuni accusatori ritrattarono senza vergogna.

Nel bel libro di Kostner e di della Valle trovano spazio tutti i capitoli di questa lunga e nera pagina del Belpaese, sino alla sua chiusura più emblematica che attiene ai magistrati inquirenti, i quali non furono sfiorati da alcun procedimento nonostante il colossale errore: benchè il caso Tortora avesse generato nel 1987 un referendum che per l’80% dei votanti decretava il risarcimento in solido dell’inquirente in errore, per un vizio procedurale inerente la Legge Vassalli, tutti i giudici che avevano operato quelle centinaia di arresti, risultati in larga parte infondati, non ebbero né retrocessioni di carriera né subirono azioni risarcitorie in favore degli accusati.

“Quando l’Italia perse la faccia: l’errore giudiziario che travolse Enzo Tortora”

Conversazione di Francesco Kostner con Raffaele della Valle

Prefazione di Salvo Andò

Pellegrini Editore- 2023, ristampa 2025

pp.160- Euro 15,00

 

I più letti