Avrei voluto stringergli la mano e fargli i complimenti da semplice spettatore – non ne avevo avuto ancora l’occasione – incrociandolo nell’area hospitality del Medimex, prima del concerto dei Massive Attack (sabato 21 giugno scorso) – ma mi sono stranamente inibito, forse anche perché stava chiacchierando con l’attrice Jasmine Trinca e non volevo intrufolarmi.
Michele Riondino con la sua opera prima da regista, Palazzina Laf, vincitrice lo scorso anno di tre David di Donatello e cinque Nastri d’Argento, assieme ad Antonio Diodato, in questo momento è l’ambasciatore di Taranto fuori dai confini pugliesi. Non c’è intervista dove entrambi non facciano riferimento alla nostra bella e maledetta città.
Per questo con un pizzico di orgoglio abbiamo accolto la notizia che Palazzina Laf sarebbe stato programmato, in prima visione tv, sabato scorso alle 21.30 su Rai3, all’interno della rubrica “Al Cinema con…” della giornalista Maria Latella.
Per chi non lo avesse ancora visto, il film, tratto dal libro “Fumo sulla città” dello scomparso giornalista e scrittore Alessandro Leogrande, è uno di quegli esempi di cinema civile. Si racconta il mondo dell’acciaieria tarantina in un momento storico (il 1997) di crisi e di lotta fra proprietà e sindacati. I vertici dell’Ilva convincono, il protagonista della pellicola, l’operaio Lamanna (interpretato dallo stesso Riondino) a diventare un loro delatore e lo trasferiscono nella “Palazzina Laf”, ufficio in cui sono relegati i dipendenti che non hanno accettato le proposte di demansionamento dell’azienda.
Un film duro, reale, un pugno nello stomaco che tratta un argomento come il mobbing sul luogo di lavoro che difficilmente trova sfogo a livello mediatico sebbene sia radicato in tanti contesti spesso a noi molto vicini nei quali o siamo direttamente coinvolti o indirettamente spettatori, a tratti omertosi, in uno scenario di guerra tra poveri in cui i lavoratori, anziché unirsi e combattere il datore di lavoro tirannico, si pestano i piedi tra loro.
Mi sono subito chiesto come mai la visione di una pellicola così apprezzata, dall’argomento cosi interessante, non sia stata programmata dalla tv di Stato in autunno e non in un sabato sera qualunque di questo caldissimo inizio d’estate.
Secondo i dati Auditel, Palazzina Laf ha raggiunto 556.000 spettatori ed il 4.5% di share, che non è poco ma rappresenta, forse, un’occasione sprecata da parte del servizio pubblico di rappresentare ad un’audience più vasta questa riuscita opera prima di Riondino.
L’attore e regista tarantino con un post su Facebook ha, però, spostato l’attenzione su un altro aspetto: “Ringrazio infinitamente Rai3 e Rai Cinema per aver dato vetrina al mio film. È stata una scelta decisamente coraggiosa che ho apprezzato moltissimo. Mi spiace solo che nella messa in onda del film si siano persi i sottotitoli di tutte le parti dialettali. Sottotitoli che facevano parte integrante del film e che avrebbero aiutato la comprensione di chi, ovviamente, non capisce il nostro dialetto”.
Tra l’altro interessante, oltre la visione del film, è stata la parte in studio in cui Riondino ha risposto a delle domande, tra queste quella in cui si fa riferimento alla frase di uno dei mobbizzati che si chiedeva come mai vicino alla più grande acciaieria d’Europa non vi fosse neanche una fabbrica di forchette. Una domanda semplice che nasconde una realtà amara, ossia che la ricchezza di ciò che si produce viene goduta altrove.
“Quella è una frase di Massimo Battista. Massimo Battista è stato un operaio, è stato un sindacalista, estromesso poi dalla FIOM ed è stato l’anima e l’inventore del comitato a cui appartengo a Taranto. Lui è un operaio che è stato mobbizzato, lui fu messo addirittura a contare le barche. E in un’assemblea tra di noi, un’assemblea pubblica, Massimo, che voglio ricordare, fece questa domanda a tutti noi. Ed è simbolica questa cosa perché noi davvero quello che produciamo lo esportiamo e rappresenta la ricchezza sempre di qualcun altro. Quello che a noi resta sono gli scarti”, questa la risposta di Riondino.
Altro passaggio da menzionare è quando Riondino chiarisce che, contrariamente a ciò che si pensa, Palazzina Laf non è un film su Taranto ma un film sull’acciaieria: “ Taranto ci entra in alcune parti, ci entra nella processione della Settimana Santa che per noi è qualcosa di importantissimo. Caterino rappresenta la città e in quell’ultima scena (Lamanna tossisce ripetutamente mentre si fa la barba nel bagno degli spogliatoi dello stabilimento siderurgico, ndr) la sua malattia è la malattia della città. Io non ho mai voluto mostrare la morte che consegue poi a una grave malattia e in quella scena secondo me c’è la sospensione della vita di Caterino che è la sospensione della vita della città”.
Infine è stato curioso apprendere che Fantozzi di Paolo Villaggio sia stato il riferimento per questo film che racconta il mondo del lavoro (argomento raro in questi anni nel cinema italiano): “Queste sono storie che devono essere concepite, elaborate, scritte per prendere una posizione e quindi oggi forse mancano gli autori che negli anni ‘70 e ’80, da tradizione italiana assumano delle posizioni per poter dire la propria, attraverso la storia che raccontavano nei film dire la propria”.
In realtà vengono in mente due pellicole, sia pur con una narrazione da commedia, che a loro modo hanno trattato il mondo del lavoro, quello precario: “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì ambientato nel mondo dei call center e “Generazione 1000 euro” di Massimo Venier – che vide nel cast proprio Paolo Villaggio – un titolo ancora oggi molto attuale.
Chi se lo fosse perso, sia al cinema che sabato sera su Rai3, Palazzina Laf è disponibile su Rai Play.

