La questione più importante nella vicenda ex Ilva, quella dirimente, riguarda oramai da anni l’impatto ambientale e sanitario che la produzione del siderurgico ha sul territorio e sulla popolazione. Che non può certo essere lasciato nelle mani e alla propaganda di chi, ancora oggi, insegue un posto al sole lucrando sui problemi del territorio. 

Breve, ma doverosa premessa: in questi anni, non abbiamo mai mancato di pubblicare tutti i dati prodotti dagli studi realizzati sull’area di Taranto, ribadendo sempre un concetto semplice e chiaro: è la scienza che deve parlare ed esprimersi sul come e sul quanto il siderurgico debba produrre (il principio vale anche per tutte le altre aziende presenti sul territorio), per rientrare nel recinto dell’impatto sanitario minimo accettabile. Che è ancora oggi il parametro sul quale essa si basa. 

Stiamo parlando dell’approccio US-EPA che è citato nelle Linee Guida dell’Istituto Supreiore di Sanità (D.Lgs 104 del 16 giugno 2017 che recepiva la Direttiva VIA 2014/52/CE), ovvero quando il numero di decessi attesi per un’esposizione nell’arco di una vita intera è compreso fra 1 su 10000 e 1 su 1000000. 

Il documento attualmente più aggiornato sui rischi sanitari e ambientali è la Valutazione del Danno Sanitario 2024 redatto da Asl Taranto, AReSS e ARPA Puglia, nel quale in premessa si legge che “il procedimento in itinere di riesame con valenza di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dello stabilimento siderurgico di Taranto riveste un’importanza strategica per definire nuove misure di controllo e mitigazione degli impatti ambientali, al fine di garantire la tutela della salute pubblica”. 

Dettaglio non da poco, visto che anche l’Istituto Superiore di Sanità all’interno dei suoi pareri, sui quali si sta scatenando l’ennesima ondata di disinformazione gratuita ad orologeria, giudica “fondamentale nei contributi decisionali la considerazione dei rapporti di Valutazione di Danno Sanitario elaborati dalle competenti istituzioni locali sanitarie e ambientali sulla base di analisi ambientali, tossicologiche ed epidemiologiche”. 

Il documento della Valutazione del Danno Sanitario nell’area di Taranto, ricostruisce gli scenari emessivi autorizzati delle varie aziende ed anche le ricadute di rischio sanitario qualora tutti gli impianti autorizzati e valutati producessero al massimo delle loro possibilità. In relazione al siderurgico, lo scenario emissivo che è stato preso in considerazione è a 6 milioni di tonnellate post operam, che segue la configurazione impiantistica a seguito del soddisfacimento all’adeguamento delle prescrizioni attuate in relazione all’AIA del DPCM del 2017. 

L’attività ha previsto una modellistica che ha esaminato oltre 23 inquinanti per 10 impianti, definendo due scenari: il primo con la presenza dell’Ilva e del contributo delle aziende insistenti nell’area di Taranto soggette alla normativa regionale ed il secondo esaminando tutti gli altri stabilimenti senza la presenza del siderurgico. Nel redigere la relazione gli enti hanno seguito un approccio di tipo tossicologico, che consiste nell’associare alle concentrazioni degli inquinanti il loro dato tossicologico per stimare un rischio cancerogeno e non cancerogeno, ed un approccio di tipo epidemiologico che stima gli eventi sanitari attribuibili all’esposizione al particolato atmosferico. 

A valle di questo complesso e unico processo condotto in Puglia, è emerso un rischio sanitario cancerogeno non accettabile legato alla presenza di due inquinanti: il benzene e il cromo esavalente. Il benzene per il 99% ascrivibile alle emissioni del siderurgico, il cromo esavalente per circa il 62% ascrivibile alle emissioni dell’ex Ilva e in quota parte percentuale ad Eni centrale elettrica e di AdI Energia, ovvero la centrale termoelettrica del siderurgico. 

Come riportato nella relazione sulla Qualità dell’Aria di ARPA Puglia (2024) e dallo stesso Istituto Superiore della Sanità, l’andamento relativo alle emissioni di benzene (in crescita nel periodo 2020-2023) sembra però attualmente rientrato a seguito di interventi di manutenzione effettuati sugli impianti siderurgici dell’area a caldo responsabili dell’emissione. Infatti, a partire da aprile 2024 non sono stati più registrati gli anomali aumenti e le concentrazioni medie di benzene registrate fino a novembre 2024 mostrano valori per le stazioni Machiavelli e Orsini di 1,6 µg/m3 e 2.1 µg/m3 rispettivamente, che si avvicinano a quelli misurati ante 2020. 

Per quanto riguarda il rischio non cancerogeno alcuni superamenti si sono avuti per gli inquinanti H2S (idrogeno solforato), cobalto, arsenico, con responsabilità diverse rispetto alle aziende studiate. 

Scendendo più nello specifico, il rischio cancerogeno inalatorio ottenuto valutando il primo scenario relativo alle emissioni di AdI, ENI, CISA, APPIA ENERGY, AdI Energia, Ecologica, KYMA Ambiente, Italcave, HIDROCHEMICAL risulta superiore alla soglia di accettabilità pari a 1:10.000, oltre la quale è necessario pianificare un intervento di riduzione dell’esposizione. In particolare, il valore di rischio nell’area di massimo impatto, situata in un’area industriale a ridosso dello stabilimento siderurgico, è pari a 1,76 x 10-4. Nel quartiere Tamburi si evidenzia, nel punto di massimo impatto, un valore di rischio pari a 1,17 x 10-4.

Il rischio cancerogeno inalatorio ottenuto valutando il secondo scenario relativo alle emissioni degli impianti ENI, CISA, APPIA ENERGY, AdI Energia, Ecologica, KYMA Ambiente, Italcave e HIDROCHEMICAL risulta inferiore alla soglia di accettabilità pari a 1 x 10-4, ma compreso nel range di discrezionalità 10-6 – 10-4. Il valore di rischio nell’area di massimo impatto identificata nella zona residenziale a ridosso dell’Arsenale è pari a 7,15 x 10-5.

Con riferimento al primo scenario emissivo, l’inquinante che contribuisce in maggior misura alla stima di rischio per l’apparato respiratorio è l’H2S (prodotto principalmente da Italcave, CISA e APPIA ENERGY), mentre in alcune aree residenziali (a ridosso dell’Arsenale) il contributo maggiore deriva dall’arsenico (che deriva in misura maggiore da AdI Energia) seguito da Cobalto, che deriva principalmente da ENI Centrale e da AdI Energia, e da Nichel, emesso in maggior misura da AdI Energia, ENI Centrale ed AdI; per quanto riguarda il sistema nervoso, l’H2S è l’inquinante da cui deriva il maggiore contributo alla stima del rischio; nel caso della pelle, il maggior contributo deriva dall’arsenico (61,4%), seguito da cobalto (38,6%). Per quanto riguarda l’approccio epidemiologico invece, ancora una volta si è registrato un rischio sanitario non accettabile per la popolazione che risiede nel rione Tamburi per l’esposizione a polveri. 

La valutazione dell’impatto sanitario associato alle emissioni di frazioni fini di particolato, PM10 e PM2,5, stimato attraverso l’approccio dell’Health Impact Assessment, ha consentito di valutare i decessi attribuibili alle ricadute delle polveri per entrambi gli scenari emissivi in studio.

Ai fini della valutazione dell’accettabilità del rischio, è stato stimato l’Incremental Lifetime Cumulative Risk (ILCR) per tumore del polmone associato all’esposizione a PM2,5 e PM10 in relazione agli scenari valutati. Per il primo scenario, i risultati mostrano ai Tamburi rischi superiori alla soglia di accettabilità fissata a 1×10-4 per entrambi gli inquinanti oggetto di studio (ILCR associato all’esposizione a PM10 paria a 1,6 x10-4, ILCR associato all’esposizione a PM2,5 pari a 1,3×10-4); nell’intera area in studio, i rischi stimati sono superiori a 1×10-5, ovvero all’interno dell’intervallo (1×10‐6 – 1×10‐4) per il quale US-EPA indica l’esigenza di valutare in modo discrezionale l’opportunità di interventi di contenimento.

Invece, considerando lo scenario emissivo di Altre Aziende (escluso AdI) le stime sono comprese nel range 1×10-6 e 1×10-4 per il quale sono previsti interventi discrezionali.

Un altro elemento operativo della VDS al fine di fornire indicazioni circa il livello di contenimento delle polveri, è l’identificazione della percentuale di riduzione delle stesse al di sotto delle quali il rischio associato allo scenario emissivo tornerebbe ad essere accettabile al rione Tamburi perchè non diverso da quello a cui è esposto la popolazione, a prescindere dal funzionamento o meno di queste aziende. Che è pari al 36% per quanto riguarda il PM10 (pari al valore massimo di 0,6 μg/m3) e al 21% per il PM 2,5 (se il valore fosse pari a 0,4 μg/m3). Quindi in qualce modo la VDS definisce anche un perimetro operativo e funge da incentivo al contenimento delle emissioni ed alla diminuzione dell’esposizione dellal popolazione e della minimizzazione del rischio sanitario.

Si osserva, pertanto, una convergenza dei risultati dei due approcci, tossicologico ed epidemiologico, che portano, per l’intera area, a raccomandare l’adozione di ulteriori misure finalizzate al contenimento dell’esposizione agli inquinanti considerati. Con le politiche e le strategie di mitigazione degli impatti ambientali che dovranno continuare a essere rafforzate per garantire la salute pubblica, proprio a partire dal riesame dell’AIA. E visti i dati, non ci sembra un’impresa impossibile. Almeno sino a quando si produrrà a carbone.

(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

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