E’ una delle tante vertenze del lavoro che ha colpito negli ultimi anni la nostra provincia: parliamo dei circa cento lavoratori dello stabilimento HIAB di Statte incanalata sul percorso della reindustrializzazione come tante altre vertenze che insistono sul nostro territorio.

“Fino a poco tempo fa, lo stabilimento era punto di riferimento nella produzione di gru industriali, ma ora i lavoratori sono in cassa integrazione, con la speranza di una ripresa che tarda ad arrivare” ricordano dalla Uilm di Taranto. Che ribadisce “l’impegno a non interrompere la battaglia per trovare una soluzione, anche durante il periodo estivo, e a mantenere alta l’attenzione sulla vicenda”. E consapevole delle difficoltà vissute dalle famiglie dei lavoratori, chiede, in una nota, “l’intervento delle istituzioni competenti, in primis il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e la Regione Puglia. L’obiettivo è quello di attivare misure concrete per garantire una soluzione stabile e duratura”.

“La cassa integrazione, purtroppo, non basta e non può di certo bastare a risolvere una situazione che richiede impegni e investimenti più consistenti. Vi è la necessità di cercare nuovi investitori per rilanciare lo stabilimento e riprendere la produzione, creando così occupazione stabile e prospettive future per i lavoratori. Questa vertenza non è solo una questione economica, ma anche una battaglia per il futuro e la dignità dei lavoratori di Statte, da non lasciare soli” concludono dalla Uilm.

Come si ricorderà, il 30 gennaio si è raggiunto un accordo dopo un mese di occupazione del sito da parte dei lavoratori, a fronte della decisione della multinazionale svedese di chiudere lo stabilimento. Il 5 marzo è stato definito l’accordo con Hiab Italia per fronteggiare la chiusura del sito di Statte, dopo l’ultimo giorno di produzione nello stabilimento tarantino datato 28 febbraio, con l’avvio della cassa integrazione l’11 marzo per una durata di 12 mesi.

L’ultimo incontro sulla vertenza si è svolto lo scorso 23 giugno. In quell’occasione il rappresentante dell’Advisor ha illustrato lo stato dell’arte del secondo processo di ricerca dell’investitore. A conclusione del primo mandato, vi erano state infatti cinque manifestazioni d’interesse, quattro accordi di riservatezza con soggetti di diversi settori, due dei quali sino a poco più di un mese fa avevano ancora un dialogo aperto con società e advisor. In totale sono state identificate più di quattrocento aziende italiane che potrebbero essere compatibili con lo stabilimento di Statte con le quali sono stati avviati i contatti per sondare il terreno in vista di eventuali manifestazioni d’interesse.

Potenziale acquirente il cui interesse sarebbe maggiore qualora trovasse nell’azienda asset produttivi, personale e immobile hanno sottolineato dal ministero. Questo è il motivo per il quale l’affitto dell’immobile è stato prolungato fino al termine di gennaio 2026 per venire incontro alle richieste del Ministero, iniziativa che è stata accolta con favore anche dalle organizzazioni sindacali, che hanno auspicato rimangano all’interno del sito anche i macchinari utili alle attività. A tal proposito l’azienda ha chiarito che sono stati trasferiti solo i macchinari utili alla riorganizzazione produttiva di Minerbio e che l’azienda sarebbe disponibile a condividere il quadro dello stato attuale e definitivo degli impianti. Assicurando che non è previsto alcun cambiamento rispetto al piano industriale del sito bolognese.

L’ultimo incontro sulla vertenza svoltosi lo scorso 23 giugno a Roma

Per quanto riguarda invece la proposta che Vertus intende fare ai potenziali acquirenti, in termini di macchinari, personale e competenze, la stessa è stata costituita da immobile, impianti e personale e che il discriminante per portare a termine il processo sarà sicuramente la ricollocazione di un numero congruo di lavoratori. Mentre la profilazione del personale avverrà prossimamente, con le due proposte ancora in trattativa che riguardano un’azienda italiana e una joint venture italo-tedesca. Con la Regione Puglia che ha dato disponibilità ad avviare dei confronti in sede regionale. Ha annunciato l’apertura di nuovi bandi per la riqualificazione del personale.

La scadenza del mandato di Vertus è prevista per il 30 settembre, con possibilità di proroga in caso di concrete manifestazioni d’interesse, con la possibilità venga prorogato sino alla fine dell’anno.

Il prossimo incontro di aggiornamento si terrà a settembre, con la speranza di avere notizie più concrete e soprattutto positive per i 97 lavoratori coinvolti nella vertenza. A cui non piacque il contenuto dell’accordo dello scorso marzo, con la possibilità di trasferimento volontario di 25 unità,  nel sito di Minerbio (BO), un incentivo pari a 10mila euro ed il pagamento di un alloggio per 90 giorni: offerta che nessun lavoratore prese in considerazione. Inoltre, vi era la possibilità dell’esodo volontario incentivato pari all’equivalente di 10 mensilità lorde e ulteriori 800 euro per la transazione sul rapporto di lavoro, con l’integrazione della Cigs prevista per il personale non rientrante tra i pensionandi (non più di 5-6 unità).

La vertenza si aprì con la decisione irrevocabile e unilaterale dell’azienda di voler dismettere l’attività del sito di Statte, per trasferire il tutto in Emilia Romagna (anche se sono sorti anche lì dei problemi), per poi probabilmente per delocalizzare il tutto negli impianti esteri, tra cui quello di Saragozza in Spagna. Scelta legata a logiche e scelte di mercato tese alla massimizzazione del profitto attraverso la riduzione dei costi, visto che per anni quello di Statte è stato uno stabilimento d’eccellenza, con decine di operai specializzati impegnati nella produzione di gru di piccola e media portata ad alto livello, diventando così il cuore del processo produttivo della società.

Che ha provato a giustificare la chiusura alla crisi di mercato ed al calo degli ordinativi. Tesi rispedita al mittente dai sindacati che hanno evidenziato come il rapporto intermedio del 2024 dica esattamente il contrario, con gli ordini in costante aumento (come avvenuto anche per tutto il 2022, con un fisiologico calo nel 2023). Anche per questo i lavoratori hanno provato ad opporsi in tutti i modi possibili, arrivando anche ad occupare per diverse settimane lo stabilimento. Senza dimenticare quelli delle tante aziende che ruotano intorno all’indotto della HIAB: la ditta delle pulizie, le aziende di trasporto, i fornitori di minuteria, le manutenzioni elettriche e di macchine speciali, la ditta addetta al taglio e quella addetta a trattamenti e verniciature speciali delle lamiere. Parliamo di un numero che oscilla tra i 50 e i 100 lavoratori che rischiano di avere anch’essi ripercussioni a seguito della chiusura del sito di Statte. 

Strategie imprenditoriali, quella intrapresa dalla HIAB e tante altre aziende, con la quale da anni si sta smantellando processi produttivi di interi comparti, cancellando storie industriali decennali e desertificando l’economia del nostro territorio. Oltre a distruggere l’esistenza di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. Con la politica locale e nazionale che da anni ha smesso di avere un’idea di sviluppo industriale degna di questo nome.

E così, mentre da queste parti si continua a favoleggiare di decarbonizzazione, di economica green, di transizione giusta, di centinaia di milioni di euro da investire in progetti di dubbia utilità per rioccupare le migliaia di lavoratori che saranno espulsi dai processi produttivi della grande industria, le aziende del territorio tarantino continuano a chiudere una dopo l’altra, abortendo sul nascere qualsiasi speranza per un presente (non per un futuro) migliore. Con la cassa integrazione che è diventata una dimensione esistenziale alienante per migliaia di lavoratori della nostra provincia, senza che all’orizzonte s’intraveda una nuova alba.

(leggi tutti gli articoli sulla vertenza Hiab https://www.corriereditaranto.it/?s=hiab&submit=Go)

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