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Quando un’ora d’amore valeva un litro d’olio

“Per un’ora d’amore non so cosa darei” cantavano nei tumultuosi Anni Settanta i Matia Bazar e all’amore parcellizzato in incontri anche più brevi di un’ora le cronache locali hanno dedicato ampio spazio la scorsa primavera, quando è stata diffusa la notizia che è stato istituito dal Ministero del Tesoro il codice ATECO 96.99.92 riguardante le “attività di servizio e di incontro”.

In sostanza, si sta cercando di ricondurre ai flussi in entrata per l’Erario anche l’attività di meretricio, attualmente non vietata nel nostro Paese ma per molti decenni priva di regolamentazione e non solo a livello fiscale. È di questi giorni, a tal proposito, il ritorno in libreria di un utile libretto di poco più di cento pagine curato dalla Ega Edizioni e scritto dalla giornalista Mirta Da Pra Pocchiesa. Il volume si intitola “Cara senatrice Merlin” ed è la riedizione ampliata di un bestseller del 2018 ispirato alle testimonianze dirette raccontate da giovani prostitute, le quali scrissero numerose lettere all’indirizzo di Lina Merlin, prima donna eletta nel Senato italiano.

Alla Merlin si deve, infatti non solo un’intensa attività parlamentare con la quale ella riuscì nel 1955 ad abolire per gli orfanelli la definizione di “N.N.” (nescio nomen= si ignora il cognome), ma anche una serie di interventi parlamentari in favore delle vittime delle alluvioni di quegli anni, addirittura sollecitando l’invio di cibo non solo per le persone ma anche per gli animali coinvolti in tali eventi disastrosi.

Figlia del segretario comunale di Pozzonovo, paesino di tremila anime presso Padova, e di un’insegnante, la Merlin si era laureata in Lingue straniere in Francia per poi rientrare in Italia e collaborare con il deputato socialista Matteotti (rapito e assassinato dai fascisti nell’estate del 1924 per aver denunziato gli illeciti di Mussolini). Per la sua vicinanza agli ambienti di sinistra, la Merlin perse il lavoro di insegnante, per ben cinque volte fu arrestata e infine mandata al confino prima a Nuoro e poi nelle frazioni sarde di Gorgali ed Orone. Dopo la Guerra, grazie alla sua natura indomita e pugnace, la Merlin fu inserita tra i settantacinque incaricati di elaborare la bozza della nostra Costituzione.

Ma, come emerge in questo libro, è alla battaglia contro la prostituzione che si deve la notorietà della senatrice: ispirandosi all’attività analoga della ex prostituta Marthre Richard, autrice col deputato Marcel Roclore del disegno di legge che di fatto portò alla chiusura il 13 aprile 1946 dei centottanta bordelli di Parigi e degli oltre mille dell’intera Francia, la Merlin elaborò una proposta di legge che ebbe una burrascosa vita parlamentare ma che alla fine i partiti dovettero approvare (dopo dieci anni dalla bozza originaria) in quanto l’Italia aveva intanto aderito nel 1955 alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e aveva dichiarato in Costituzione (Artt. 3 e 32) l’illegalità di ogni sfruttamento degli esseri umani.

Sebbene alcuni eminenti intellettuali dell’epoca come Croce e Nenni avessero manifestato freddezza e diffidenza nei confronti di una normativa che rischiava di produrre effetti collaterali peggiori del male stesso che voleva curare, finalmente a firma del Presidente Gronchi si ebbe la Legge n.75 del 20 febbraio 1958, con la quale si imponeva la chiusura di tutte le oltre settecento “case chiuse” italiane entro sei mesi, normativa ancora oggi ricordata come “Legge Merlin”.

Nel libro della Da Pra Pocchiesa trova spazio non solo il controverso iter parlamentare della Legge, ma anche il documentato sfogo di giovani che scrivevano alla senatrice lamentandosi di dover sostenere fino a sessanta incontri al giorno (per l’equivalente del costo di un litro d’olio o di tre chili di pasta) o anche di essere ridotte alla fame dai tenutari autorizzati dalle Prefetture alla gestione delle case chiuse: “molti padroni danno da mangiare polli interi, biscotti e zabaione ai loro cani e licenziano la cuoca se a noi dà una bistecca più grande del solito”, si legge in una di queste drammatiche missive.

Vero è che tale attività non era desueta già ai tempi di Gesù, se pensiamo al personaggio controverso di Maria Maddalena, per secoli ritenuta prostituta o addirittura sposa del Nazareno per un errore tramandato a lungo circa l’interpretazione del Vangelo di Giovanni. Invero risale già a oltre cinque millenni fa una prima traccia di meretricio: presso i Sumeri esistevano “templi” ove si potevano scegliere prostitute di strada a basso costo o anche avvenenti escort dell’epoca in tour, per non annoiare gli utenti; addirittura Solone, uno dei Sette saggi dell’antica Grecia, aprì dei bordelli per democratizzare il sesso, per non citare Messalina, moglie dell’imperatore Claudio che nel I secolo a.C. nottetempo sotto falso nome si esibiva in simili postriboli, che sarebbero stati poi immortalati- tra gli altri- da Picasso (“Le damoiselle d’Avignon”), da Van Gogh (“Bordello di Arles”) e anche da scrittori come Balzac, Hugo, Dostoevskij e in precedenza citati già nel Purgatorio dantesco.

Trovano infine spazio alcune considerazioni circa la legalizzazione della prostituzione attualmente in essere in Germania, Olanda, Austria, Ungheria, Lettonia, Svizzera e Grecia (ove di fatto esistono case chiuse istituzionalizzate), nonché sapide riflessioni dell’autrice di carattere etimologico che qui sintetizziamo: “bordello” deriverebbe da “piccolo borgo” in francese a indicare l’area periferica ove essi sorgevano, “lupanare” deriverebbe da “lupa” cioè meretrice in latino, “meretrice” sarebbe la meretrix latina, ossia la “donna che guadagna”, “postribolo” indicherebbe invece, alla latina, lo “star davanti all’uscio di casa” tipico delle prostitute, mentre “casino” indicherebbe la piccola casa adiacente il palazzotto nobiliare ove i padroni di casa si riunivano per nottate improntate a libagioni, gioco d’azzardo e anche per congressi carnali. “Peripatetica” infine è il sinonimo raffinato del vocabolo prostituta e deriva dall’abitudine di queste donne di passeggiare in attesa di clienti, rievocando l’attività del Peripato, ovvero il passeggiare in antica Grecia tipico delle dotte discettazioni tra filosofi.

La parola volgare infine più usata a indicare questo genere di “professione”, avrebbe invece un etimo delicato: essa probabilmente deriva da “putta”, ossia “fanciulla”, a indicare tristemente la precoce età in cui queste sventurate venivano e vengono avviate alla vendita del proprio corpo.

“Cara senatrice Merlin. Lettere dalle case chiuse. Ragioni e sfide di una legge attuale”
di Mirta Da Pra Pocchiesa
Ega Edizioni- 2018, ristampa 2025
pp. 144- Euro 13,00

*recensione a cura di Alessandro Epifani

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