Il MArTA inaugura la 64^ edizione del Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia con la mostra “Archè, il principio e l’acqua”, il cui obiettivo principale è sottolineare l’importanza dell’acqua dolce per la nostra terra.
L’esposizione sarà disponibile sino al 1° febbraio con una selezione accurata dei tantissimi reperti ritrovati, messi a disposizione del pubblico, organizzata tra la bussola della Temporary Art nella Hall del Museo e la Sala mostre temporanee, al piano terra, in un dialogo costante con le opere della collezione permanente presente nei due piani del Museo.
All’inizio del percorso, accoglie il visitatore la grande teca di cristallo presente nella hall, spazio dinamico per eccellenza, che costituisce lo scrigno dove è possibile apprezzare la molteplicità dei contenitori legati all’acqua, e la loro diacronia.
Un numero limitato di opere è stato invece prelevato dalle sale e allestito temporaneamente nel piano terra del Museo, per offrire nuove chiavi di lettura per i reperti stessi: il nuovo allestimento degli oggetti offre così il vantaggio di coagulare temi e argomenti differenti, come possono essere gli aspetti rituali, i contenuti delle decorazioni figurate da leggersi in chiave religiosa, mitica o profana, i quali, uniti alla varietà dei contenitori, ci svelano funzioni multiformi, specchio della complessità della mentalità antica come della quotidianità del vivere.

Hydria, Louterion di epoca ellenistica, ma anche Trozzelle e Anfore e borracce “da pellegrino” di età medievale che avvicinano il visitatore fino alla grande tradizione della ceramica d’uso della vicina Grottaglie.
Modernità che la mostra ripropone anche accentando il tema dell’acqua che manca o va gestita nell’interesse della collettività.
A Taranto, in assenza di fiumi di grande portata, come sono il Tara o il Cervaro, l’acqua si riceveva direttamente dai pozzi scavati nel banco calcarenitico, fino alla falda freatica, attraverso le tubature in terracotta oggi in esposizione.
E così l’acqua si fa anche arte urbana con splendidi gocciolatoi, a cui si aggiunge la valenza apotropaica ed estetica della loro conformazione a protome leonina.
Poi i Romani con la loro capacità di captare l’acqua con le murature di sostegno agli acquedotti in opus reticulatum, ancora visibili lungo Corso Italia o la capacità di imbrigliare la pioggia (compluvium/impluvium) e veicolarla negli edifici pubblici, i ninfei o le vicine Terme Pentascinensi.
L’accuratezza regna sovrana tra le sale destinate alla mostra, che si divide in due parti principali; in ognuna si notano il dettaglio e la passione dietro il lavoro svolto. È stato dato spazio alla sperimentazione dei testi che accompagnano i reperti: molto semplici, direi, ma efficaci, e disponibili anche in inglese mediante un QR facilmente scansionabile, a prova di turista.
L’uso dell’acqua viene ripreso in svariati modi; sembra quasi che ci si immerga e ci si lasci trasportare. Dai colori utilizzati, dall’allestimento, si arriva fino a un video definito dagli stessi creatori, Società Moscabianca, “storico ma anche concettuale”. Guardandolo, si ha una suggestione fluida. I corpi rappresentati, e sui quali la protagonista della mostra – l’acqua – scivola, sembrano quasi degli schermi.
Per la creazione di questa esperienza è stato fatto un vero e proprio lavoro di metodo, ricercando ed esplorando le varie funzioni dei reperti esposti che, in modo molto semplicistico, possiamo dividere in quotidiane e rituali: un gioco fra sacro e profano che si intreccia inevitabilmente.
E in una mostra come questa, destinata a esaltare quanto l’acqua sia importante per il nostro territorio, è abbastanza logico associarla alla questione che riguarda proprio uno dei fiumi rappresentati dall’opera della Moscabianca: Il Tara.
Il Tara, fiume importantissimo per l’identità della terra tarantina, presto occupato e snaturato da un dissalatore. Proprio al Direttore Generale della Direzione Generale Musei, Prof. Massimo Osanna abbiamo chiesto cosa ne pensa di un periodo storico come questo, dove l’acqua è un bene fondamentale. “Ragionare sul passato in funzione del presente è fondamentale – risponde – I nostri musei sarebbero sterili se fossero solo un luogo di conservazione della memoria e senza nessun confronto con il contemporaneo. Credo sempre che sia fondamentale proporre dei temi che abbiano un senso nel contemporaneo e ci permettano anche di riflettere e magari trovare soluzioni a temi che interessano la società.”

Grazie al lavoro svolto dalla società della Moscabianca si ha la possibilità di osservare il nostro territorio con occhi esterni, quindi non velati dall’amore per la propria terra:
“Ci siamo affidati a un’archeologa del posto per farci indicare alcuni tratti dei fiumi Galeso e Tara in cui fosse più pulito e risaltasse la loro bellezza” – spiega il prof. Osanna – . Ad esempio, c’è un tratto del Galeso molto bello che per fortuna ancora oggi rimane leggermente pulito perché c’è un gruppo di anziani che ogni mattina lo pulisce e se ne prende cura. Il resto è tutto completamente trascurato, diventa anche difficile ammirarlo e vederne la bellezza di un tempo. La percezione che abbiamo avuto, non essendo abitanti di Taranto, è che alcuni di questi fiumi, un tempo famosi e bellissimi, sono stati completamente dimenticati. Ed è proprio la caratteristica più importante del nostro video: siamo andati a riscoprire la bellezza dell’acqua dolce di Taranto”.
“Nello scenario contemporaneo in cui sull’acqua che scarseggia si imbastiscono importanti discussioni o si assumono decisioni politiche, noi da studiosi proviamo a dare il nostro contributo, richiamando anche preziose indicazioni che arrivano dal passato – ha sottolineato, invece, la direttrice Falzone – come già avvenuto con l’esposizione della Lex Municipii Tarentini.
E se l’obiettivo principale di questa esposizione è proprio quello di esaltare e ricordare la bellezza celata dietro alla trascuratezza e all’instabilità del mondo contemporaneo, si può affermare a gran voce che l’obiettivo è stato raggiunto.
