“Adesso il Governo prenda una decisione chiara sull’ex Ilva, azienda strategica e di interesse nazionale, occorre passare velocemente ad una società a capitale pubblico che garantisca la continuità produttiva, attraverso investimenti certi e l’avvio del processo di decarbonizzazione”. Lo dichiara in una nota Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, dopo la comunicazione dei Commissari straordinari di AdI in AS sull’esito delle offerte arrivate per il bando di gara per la vendita degli asset dell’ex Ilva.

“Come volevasi dimostrare – sottolinea – non ci sono interessi industriali che si siano manifestati alla gara per la vendita dell’ex Ilva, ma solo speculazioni finanziarie. L’unica cosa certa, in questo momento, è che mancano le risorse necessarie a garantire continuità e gli interventi di manutenzione per la sicurezza dei lavoratori e dell’ambiente, situazione che porta alla richiesta di aumento della cassa integrazione per le lavoratrici e i lavoratori che continuano a pagare scelte sbagliate e gli indugi del Governo.

La Presidente del Consiglio prenda atto che il piano industriale proposto dai commissari che prevede l’integrità del gruppo e la decarbonizzazione non si fa con i bandi di vendita del Ministro Urso ma con la costituzione di una società pubblica necessaria a garantire l’occupazione, l’ambiente, la continuità produttiva e la decarbonizzazione. Serve urgentemente che il Governo convochi Fim, Fiom, Uilm al tavolo permanente a Palazzo Chigi – conclude Scarpa – per affrontare questi temi”.

“Il comunicato dei commissari conferma ciò che denunciamo da tempo: non esiste oggi un’offerta credibile da parte di un gruppo industriale disposto ad acquisire l’intero perimetro produttivo e a garantire un futuro solido al polo siderurgico ex Ilva“. Lo afferma il segretario generale Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, sottolineando che “un asset strategico di questa portata non può essere smembrato né abbandonato a soluzioni tampone. Senza un progetto industriale unitario, in grado di rilanciare la produzione di acciaio di alta qualità e a basse emissioni, il rischio è quello di una deriva drammatica sul piano sociale e di un fallimento imbarazzante per il nostro Governo”.

Per Uliano “non ci sono più alibi: lo Stato deve mettersi alla guida di un piano serio e lungimirante, pretendendo anche dalla grande imprenditoria italiana un impegno concreto, che vada oltre logiche speculative e frammentarie. Servono investimenti importanti, non sussidi al debito. Occorre finanziare capitale produttivo per garantire circa 8 milioni di tonnellate di acciaio green: 6 milioni a Taranto e 2 milioni al Nord, attraverso la realizzazione di 4 forni elettrici, 4 impianti DRI per la produzione di preridotto e un forte rilancio delle filiere di trasformazione e verticalizzazione. Il Paese non può permettersi l’ennesimo rinvio. Abbiamo già chiesto con forza un incontro urgente con la Presidenza del Consiglio: questa convocazione non è più procrastinabile. Lo Stato – conclude – deve assumere fino in fondo il ruolo di primo attore nel rilancio di tutti gli stabilimenti del gruppo ex Ilva”.

La gara per la vendita dell’ex Ilva si è conclusa, purtroppo come prevedibile, con un fallimento totale. Le manifestazioni di interesse per l’intero gruppo sono state presentate solo da due fondi di investimento che non hanno alcuna solidità industriale e progettuale, peraltro con offerte risibili”. Lo dichiara in una nota Rocco Palombella, segretario generale Uilm. “Purtroppo – aggiunge – non siamo meravigliati perché, fin dall’inizio, eravamo convinti che anche questa riapertura del bando non avrebbe portato a niente. E’ stato l’estremo gesto del ministro Urso per evitare di certificare l’incapacità sua e del governo di rilanciare effettivamente l’ex Ilva, con il rifacimento e la messa in sicurezza degli impianti, l’aumento della produzione e l’avvio della decarbonizzazione. Una responsabilità che non appartiene solo al governo ma anche ai commissari che si sono dimostrati inadeguati al rilancio dell’ex Ilva, facendo pagare ai lavoratori le loro scelte sbagliate. Ora per evitare la chiusura totale e un disastro ambientale e occupazionale senza precedenti c’é solo una strada: la nazionalizzazione”.

“Un atto forte, già fatto in altri Paesi come la Gran Bretagna, ma fondamentale in situazioni cosi’ drammatiche. Nel frattempo negli stabilimenti registriamo una situazione preoccupante – aggiunge il leader Uilm – con aumento della cassa integrazione e l’unico altoforno in marcia che si è fermato temporaneamente, per l’ennesima volta, per un guasto tecnico, e una condizione economica aziendale con ingenti perdite. Ora è il momento del coraggio e della responsabilità da parte di tutte le istituzioni, locali e nazionali, perché non siamo mai stati così vicini alla chiusura. Non è l’ora dei Ponzio Pilato ma di chi mette al primo posto l’interesse del Paese e dei lavoratori. Ribadiamo la nostra ferma contrarietà a qualsiasi ipotesi scellerata di spezzatino con la vendita di singoli impianti o siti – conclude – chiediamo un immediato incontro a Palazzo Chigi per avere chiarimenti e certezze su cosa vuole fare il governo per il futuro dell’ex Ilva. Abbiamo le ore contate”.

“L’attuale situazione che vede in piedi 10 offerte per l’acquisizione degli stabilimenti,  di cui solo due per l’intero asset produttivo, chiarisce, qualora non fosse ancora evidente, che la nazionalizzazione è l’unica via percorribile per mettere al sicuro 18mila lavoratori e le relative famiglie. Lo ribadiamo ormai da 13 anni, e il Governo continua invece caparbiamente a fare tentativi di vendita a privati, anche dopo la fallimentare esperienza di Arcelor Mittal”. Così Francesco Rizzo e Sasha Colautti dell’Esecutivo Nazionale Usb. 

“Noi non accetteremo mai che si proceda a una vendita a pezzi. Chiediamo che si metta innanzitutto fine alla logorante attesa,  in cui vengono lasciati i lavoratori in questo momento, sia quelli diretti per i quali è stato chiesto un aumento inaccettabile delle ore di cassa integrazione ( 4.450, di cui 3.803 a Taranto), ma anche Ilva in Amministrazione Straordinaria e appalto – proseguono i due sindacalisti -. Inutile che si tenga l’incontro di lunedì sull’ammortizzatore sociale, in un momento in cui regna sovrana la confusione.  Si convochi prima di tutto un confronto  a Palazzo Chigi, per poi di conseguenza occuparsi della cassa integrazione e si mettano finalmente in campo strumenti per salvare i lavoratori. Prima dell’Ilva si salvino i lavoratori e le loro famiglie”.

(leggi tutti gli articoli sulla vertenza ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

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