Il comunicato diffuso da Acquedotto Pugliese il 15 ottobre segna l’ennesimo tentativo di esercitare pressione psicologica sull’opinione pubblica, evocando lo spettro della siccità per giustificare un’opera che, nei fatti, non risolve il problema idrico e rischia invece di aggravarne le conseguenze ambientali ed economiche.
Se oggi si parla di riduzione delle portate ai rubinetti, è anche perché le risorse già disponibili non sono state mai valorizzate in modo efficiente. L’invaso del Pappadai, ad esempio, è pieno ma inutilizzato: una cattedrale d’acqua mai resa operativa, riesumata solo in occasione delle campagne elettorali.

Si è preferito invece puntare tutto sul dissalatore più grande d’Italia, previsto sulle sorgenti del fiume Tara, con una portata di soli 3.000 litri al secondo. Un progetto nato male, collocato in un’area agricola classificata A4 e A5 — dove il Piano Urbanistico consente solo piccole strutture a uso agricolo — e in zona ferroviaria B3. Le autorizzazioni hanno seguito un iter lunghissimo, ostacolato da vincoli ambientali, paesaggistici e perfino da interferenze con il Sito di Interesse Nazionale di Taranto.

Nonostante ciò, l’opera è stata dichiarata “strategica” e finanziata con fondi PNRR, che impongono il completamento e collaudo entro il 31 marzo 2026. Tuttavia, il cronoprogramma pubblicato da AQP parla chiaro: per costruire il dissalatore servono almeno 450 giorni, cioè quindici mesi. È impossibile completare in cinque ciò che richiede almeno il triplo del tempo. La conseguenza è evidente: i 27 milioni di euro di quota PNRR andranno irrimediabilmente persi, e con essi la credibilità di chi continua a sostenere questo progetto.

Non è solo una questione di tempi. Nella stessa analisi costi-benefici ufficiale, la principale “alternativa” considerata non era un invaso, una rete efficiente o un impianto di recupero, ma l’utilizzo di autobotti. Una scelta che la dice lunga sull’approccio con cui è stato costruito l’intero iter decisionale: nessuna valutazione reale di soluzioni più sostenibili, nessuna comparazione con interventi già pronti o più rapidi, come la riattivazione del Pappadai o la manutenzione straordinaria delle reti idriche per ridurre le perdite, che in Puglia sfiorano ancora il 50%.

Il risultato è un’opera che consuma più energia di quanto dichiari, dipende quasi interamente dalla rete elettrica nazionale, produce salamoie e residui chimici di cui non si conosce il destino, e minaccia il delicato equilibrio ecologico del fiume Tara e del Mar Grande.

A tutto questo si aggiunge l’aspetto economico: l’appalto, partito da circa 90 milioni, è arrivato a sfiorare i 130 milioni di euro, con un incremento di oltre il 40% approvato prima ancora che il progetto definitivo fosse completato.

Se davvero la priorità fosse la sicurezza idrica della Puglia, le risorse sarebbero state investite nel recupero di infrastrutture esistenti, nel risanamento delle reti e in un piano di gestione delle acque coerente con il cambiamento climatico.
Invece, si continua a difendere un’opera nata sotto il segno dell’improvvisazione e dell’urgenza costruita a tavolino.

Ed è proprio questa la verità che nessun comunicato può nascondere: la crisi idrica non si risolve moltiplicando le cattedrali nel deserto, ma recuperando ciò che è stato colpevolmente abbandonato.

* comunicato Rete difesa fiume Tara

*Foto Marcello della Rena

3 Responses

  1. A malignare ci si azzecca” sempre”a Taranto ,questa crisi idrica impone sotto ogni forma la realizzazione del dissalatore del cappero è questo il punto ,ė questo il dilemma ,la soluzione c’è già ,ma devono scassare la min. A Taranto l’unica fonte pugliese di rilascio di sostanze inquinanti e quel tizio che dice che siamo la città del no è sicuramente uno di quelli che butta la monnezza per terra e che non gliene frega un tubo di questa città perché è indifferente al fatto che Taranto sta veramente uccisa e non a caso è l’ultima provincia italiana, non a caso è tra le cinque città più brutte d’Italia ,infatti è un cesso a cielo aperto ,ogni cinque metri c’è monnezza ,schifo e l’aria che tira fa veramente schifo ,quattro ristoranti e una monnezza il titolo del nuovo format ,ce ne ne futte a me ,ultrapaz ,Taranto ole ,che tristezza infinita ..

    1. Sicuramente sulle urgenze (?!?!), sia a livello nazionale che regionale, la torta è sempre stata ghiotta. In tal senso, siamo Campioni Mondiali! Se, oltretutto, son soldi comunitari diventa ancor più ghiotta. Che si riesca a mantenere il finanziamento comunitario, ha poca importanza: i soldi saranno stati comunque spesi e ce li rimetterà lo Stato (chi? ah, dimenticavo che lo Stato siamo sempre noi!). Quindi i conti tornano.
      Disquisendo sulla Città di Taranto, concordo sul fatto che la città è ridotta malissimo, sotto tutti i punti di vista. Peccato perché, ripeto per l’ennesima volta, sarebbe una bella città (esagererei ma mi tengo basso) se non fosse per i suoi “aborigeni”.
      Una città priva di personaggi politici (dx e sx) di spessore che riesca a risollevarne le sorti: nessun Guerriero Spartano.
      Dopo oltre 100 giorni della nuova gestione, nulla di nuovo all’orizzonte. Sarà forse valido il detto “NESSUNA NUOVA, BUONA NUOVA”? Rimango con i miei dubbi (quasi certezze).

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