E’ rottura del tavolo negoziale a Palazzo Chigi sull’ex Ilva. Dopo una prima sospensione, il confronto è ripreso per pochi minuti. Il Governo non ha accolto le richieste di Fim, Fiom e Uilm che da proclamano lo sciopero di 24 ore in tutti gli stabilimenti dell’industria siderurgica, che sarà poi articolato a livello territoriale. Il piano ‘corto’, che il governo ha ribadito di non voler ritirare, prevede 6mila lavoratori in cassa integrazione entro gennaio. In più, riferiscono i sindacati, è stata annunciata la chiusura dei siti di Novi Ligure e Genova.

E’ l’esito questo dell’incontro tra Governo e sindacati a Palazzo Chigi, secondo quanto reso noto da Fim, Fiom e Uilm all’uscita.

La riunione è stata presieduta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Per l’esecutivo hanno partecipato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Marina Calderone, il ministro per gli Affari europei, le politiche di coesione e per il Pnrr, Tommaso Foti, e il consigliere per i rapporti con le parti sociali, Stefano Caldoro. Per i sindacati, i rappresentanti di Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm, Ugl metalmeccanici, Usb e Federmanager. Presenti, inoltre, i rappresentanti di Invitalia, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e i commissari straordinari del Gruppo Ilva. Da remoto hanno preso parte anche rappresentanti delle Regioni Puglia, Liguria e Piemonte.

L’incontro tra Governo e sindacati è iniziato alle 15 e dopo una pausa di oltre un’ora si è arrivati alla rottura dopo quasi 4 ore. La scorsa settimana, l’11 novembre, l’Esecutivo aveva presentato a rappresentanti dei lavoratori un piano che prevedeva la decarbonizzazione in 4 anni invece di 8 e l’aumento dei lavoratori in cassa integrazione dai 4.450 attuali a 6mila a partire da inizio 2026. L’orizzonte temporale di questo piano è fino al 28 febbraio 2026 e dopo quella data non sono state fatte previsioni o date indicazioni precise. I sindacati hanno ritenuto inaccettabile il piano, alla luce dell’aumento dei dipendenti coinvolti dall’ammortizzatore sociale, della mancanza di chiarezza sul futuro della produzione e della vendita a una nuova proprietà. Per i sindacati questo piano è in realtà un piano che porta alla chiusura dell’ex Ilva e non al suo rilancio, mettendo a rischio tutti gli stabilimenti e non fornendo garanzie ai lavoratori. I sindacati non si sono trovati rassicurati dal fatto che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha parlato di quattro soggetti potenzialmente interessati all’asset industriale siderurgico, considerando che due nomi restano “segreti” e che il Governo non risulta intenzionato ad accogliere la richiesta dei rappresentanti dei lavoratori di un intervento diretto nella proprietà, anche al fianco di operatori privati, vista come una garanzia per il proseguimento dell’attività e delle risorse necessarie per garantire il rilancio.

Nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi fra Governo e organizzazioni sindacali sull’ex Ilva, l’Esecutivo ha chiarito che non ci sarà un’estensione ulteriore della Cassa integrazione, accogliendo così la principale richiesta avanzata dagli stessi sindacati nel corso del precedente tavolo. In alternativa, saranno individuati adeguati percorsi di formazione in favore dei lavoratori, anche per coloro già in Cassa integrazione. La formazione servirà a far acquisire ai lavoratori le competenze necessarie alla lavorazione dell’acciaio prodotto con le nuove tecnologie green. La formazione per 60 giorni (gennaio e febbraio 2026) potrebbe quindi essere una alternativa o una modalità di gestione alla cassa integrazione per 1.550 lavoratori di Acciaierie d’Italia in As. Il commissario di AdI in As Giancarlo Quaranta ha portato al tavolo questa ipotesi per la gestione dei lavoratori durante la fase di manutenzione degli impianti e delle cokerie da inizio 2026 che – secondo il piano presentato ai sindacati la scorsa settimana e confermato nel vertice odierno – porterà i dipendenti in cassa integrazione dagli attuali 4.450 a 6.000 con l’inizio del nuovo anno.

Il Governo ha confermato, inoltre, piena volontà di concentrare le risorse sulla manutenzione degli impianti per mettere in sicurezza i lavoratori e in prospettiva aumentare la capacità produttiva.

L’Esecutivo ha fatto poi il punto sullo stato delle trattative per la vendita del Gruppo e ha manifestato la propria disponibilità a tenere aperto il confronto. Informando che continua il dialogo con i tre investitori che hanno manifestato interesse nei confronti dell’ex Ilva. Nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha spiegato che con Bedrock Industries è in programma un incontro giovedì, mentre rappresentanti di Flacks Group faranno un sopralluogo agli impianti di Taranto la prossima settimana. Da parte del terzo investitore, con cui è in corso una trattativa riservata e di cui non è noto il nome, ha detto Urso che continuano le valutazioni: il ministro avrebbe chiarito che si tratta di un soggetto extra-UE, ha firmato l’accordo di riservatezza e ottenuto l’accesso alla data room. L’analisi dei suoi tecnici è ora in fase di completamento. Ci sarebbe anche un quarto investitore industriale, anch’esso extra-UE, potenzialmente interessato al bando di gara per la vendita del gruppo siderurgico. Nel contempo, avrebbe detto poi Urso, si sta percependo un crescente interesse anche da parte di operatori del nostro Paese.

Dagli esami strumentali effettuati nello stabilimento ex Ilva di Taranto non è emersa la presenza di alcuna sostanza pericolosa per la salute. è quanto comunicato dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia ai sindacati nell’incontro, relativamente a un presunto incidente denunciato dai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza di Fiom, Fim e Uilm. Secondo quanto riferito dai commissari di Acciaierie d’Italia, il cattivo odore avvertito dai lavoratori proveniva da un’area esterna al perimetro dello stabilimento ex Ilva. Questa mattina, il comitato di sicurezza dello stabilimento di Taranto ha inviato una lettera all’Arpa Puglia e ad Acciaierie d’Italia in As lamentando la presenza di un “odore nauseabondo di presunta origine gassosa all’interno dell’impianto, tale da rendere l’aria quasi irrespirabile e da provocare malessere tra il personale presente. Per questo, si chiedeva l’intervento immediato di Arpa Puglia e della direzione centrale di AdI in As ‘per accertare le cause dell’accaduto. In realtà l’azienda ha comunicato una fase di attenzione per emissioni non convogliate da Afo 4 oggi alle 12,15 il che fa supporre che le emissioni abbiano avuto origine proprio dall’impianto in questione.

“Il Governo ha confermato il piano di chiusura – secondo noi – dell’Ilva. Abbiamo chiesto al Governo di sospendere la decisione. Abbiamo chiesto che intervenisse la Presidente del consiglio. È mancato il senso di responsabilità delle istituzioni e del governo. Noi abbiamo chiesto alla presidenza del Consiglio di sospendere, di ritirare il piano e di fare intervenire direttamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ci hanno risposto di no. La risposta che ci ha dato il Governo è stata quella di confermare il piano. E’ per questo che noi, tutte le organizzazioni sindacali, abbiamo deciso di dichiarare sciopero a partire dalla giornata di domani”. Così il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, dopo l’incontro a Palazzo Chigi.

“Abbiamo chiesto di ritirare il piano che ci avevano presentato, un piano che di fatto va a ridimensionare l’attività perché ferma tutte le aree a freddo e questo per noi è inaccettabile perché ha riflessi importanti su tutti gli stabilimenti, non solo su Taranto e quindi abbiamo chiesto e ribadito più volte di ritirare questa posizione perché ci sembra la prospettiva di chiudere lo stabilimento per poi metterlo a disposizione di eventuali possibili potenziali acquirenti che oggi non ci sono e quindi questa è una cosa per noi inaccettabile” ha dichiarato il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, dopo l’incontro a Palazzo Chigi sull’ex Ilva, sottolineando che “già da domani faremo assemblee, dichiarazioni di sciopero di 24 ore in tutti gli stabilimenti e quindi si procederà con questa posizione”. Per Uliano, “la cosa poi singolare è che il Governo ci ha informato che il piano industriale che noi abbiamo discusso nel mese di luglio e condiviso con i commissari, condiviso con il Governo, di fatto nel bando nuovo non c’è più. C’è un ridimensionamento totale, spiegando che oggi le condizioni concordate a luglio non ci sono e quindi andiamo con questa posizione di scontro e chiediamo ai lavoratori di partecipare e far cambiare idea al Governo rispetto a questo atteggiamento”. In sintesi, ha concluso Uliano, “non c’è nulla, non c’è neanche un disegno diverso rispetto a quello di esaminare i potenziali acquirenti che di fatto oggi non ci sono. Abbiamo ribadito la necessità di farsi impresa da parte del Governo, se questo è un asse strategico, cioè si pensa tanto al militare, ma si poi chiudono le industrie civili del nostro paese”.

“Abbiamo dichiarato 24 ore di sciopero a partire da subito, da domani, con assemblee su tutti i luoghi di lavoro perché i nostri dubbi dell’incontro precedente sono diventate delle certezze, la realtà”. Così invece il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, al termine dell’incontro. “Dal primo di marzo non ci saranno più 6 mila lavoratori in cassa integrazione – ha spiegato Palombella – ma ci sarà la totalità dei lavoratori“. “Ci siamo insospettiti e abbiamo chiesto che cosa succederà dal primo di marzo, visto che questa cassa integrazione durerebbe fino a febbraio. E qui è scoppiato il vero problema perché loro non sono stati in grado di dirci cosa succederà il primo di marzo”. Pertanto, allo stato attuale, “dal primo di marzo si chiudono definitivamente tutti gli stabilimenti con tutti i lavoratori in cassa integrazione. Abbiamo provato a dire: sospendete, è un disastro, succederà la fine del mondo nel momento in cui voi manterrete questa posizione. Si sono riservati un’ora di verifiche, sono ritornati ed hanno detto che utilizzeranno i 1.500 lavoratori che partirebbero da subito in cassa integrazione per fare la formazione. Per che cosa? Per quale finalità? Ovviamente era solo un modo per dirci di no. E noi ovviamente abbiamo deciso di programmare l’iniziativa di lotta: si assumeranno una grande responsabilità. Mettere sul lastrico più di 10.000 lavoratori sociali, dopo anni di sofferenza, con tutta una serie di iniziative che loro hanno voluto prendere, ma alla fine il re è nudo. Purtroppo hanno scaricato interi territori e sono fuggiti dalla loro responsabilità”.

“Al tavolo di oggi a Palazzo Chigi su Acciaierie d’Italia è emerso un dato incontestabile: il Governo ha confermato integralmente il piano già presentato la scorsa settimana, un piano irricevibile perché fondato sulla riduzione della produzione, sulla fermata degli impianti e sulla gestione del declino attraverso la cassa integrazione. L’unica novità introdotta è un pacchetto di formazione dedicato a 1.550 lavoratori, pari a 93.000 ore: uno strumento utile solo a coprire l’assenza di attività produttive, non a costruire un futuro industriale. È stato lo stesso management a confermare che anche tutti gli impianti del Nord saranno fermi: una scelta che smentisce definitivamente la narrativa della “manutenzione temporanea” e certifica una riduzione nazionale del perimetro produttivo. Migliaia di persone non lavoreranno, punto”. Così i rappresentanti dell’USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale.

USB ha ribadito che il percorso proposto dal Governo e dall’azienda “contraddice apertamente il piano di rilancio indicato dai Commissari un anno fa, e che la strada scelta oggi va verso la dismissione dell’intero gruppo, finalizzata alla vendita al ribasso a fondi privati – in larga parte stranieri. Il Governo continua a ripetere che la nazionalizzazione non sarebbe possibile, ma evita di affrontare il tema vero: la mancanza di risorse e la totale assenza di una scelta politica di intervento pubblico. Lo strumento del controllo pubblico esiste, è pienamente costituzionale e già utilizzato anche in Italia. È esattamente ciò che USB chiede da tredici anni – affermano ancora i rappresentanti del sindacato di base -. È stato inoltre evidente come il Governo tenti di farsi scudo dietro le scelte del Comune di Taranto, sostenendo che la mancata realizzazione delle “condizioni abilitanti” richieste da un soggetto poi uscito dalla gara, Baku Steel, dipenderebbe dalle decisioni dell’amministrazione locale. Una giustificazione che conferma ancora una volta la totale subalternità dell’Esecutivo ai progetti dei privati: se il futuro dell’acciaio dipende da ciò che vuole un investitore estero o dal rapporto tra questo e un Comune, significa che lo Stato rinuncia al suo ruolo e abdica alla propria responsabilità industriale e politica. USB ha richiamato al tavolo anche la necessità di misure straordinarie non solo per i lavoratori diretti, ma anche per quelli dell’appalto e per i lavoratori di Ilva in Amministrazione Straordinaria, più volte annunciate e mai attivate, mentre la situazione nei siti produttivi continua a peggiorare – concludono -. USB non avallerà alcun percorso che accompagni lo smantellamento dell’acciaio italiano. Serve un intervento pubblico immediato, una governance statale e un vero piano industriale fondato su investimenti, sicurezza, lavoro e decarbonizzazione reale”.

(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)

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