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Bauman e la società liquida

In allegato con il Corriere della Sera, in queste settimane viene proposto uno dei libri cardine per interpretare la nostra epoca così incerta e pregna di contraddizioni. Si tratta del libro intitolato “Modernità liquida”, già pubblicato nel 2000 da Laterza, che ne curò nel 2011 una seconda edizione che- come quest’ultima- è arricchita da una preziosa introduzione della professoressa Donatella Di Cesare, allieva di Gadamer e ordinaria di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma.

Nato polacco ma naturalizzato britannico, ex agente segreto per i sovietici e poi studioso di Gramsci e Simmel, Zygmunt Bauman è mancato a gennaio del 2017 lasciando un’indelebile impronta con testi illuminanti e profetici, che già anticipavano “Modernità liquida”, come ad esempio gli ormai classici libri intitolati “Il disagio della postmodernità” (1997), “La solitudine del cittadino globale” (1999) e altri ancora. L’autore anzitutto precisa la differenza etimologica e semantica di due sostantivi non di rado confusi e cioè “moderno” e “contemporaneo”, insistendo soprattutto sul primo.

Circa la parola“moderno” Bauman indugia ricordando che, sebbene essa derivi dal latino modo (subito), invero ha assunto significati diversi nel corso dei secoli: sembrerebbe infatti che essa derivi anche da “modus parisiensis” (alla maniera dei parigini) a significare, nell’Alto Medioevo, la rivoluzione apportata nella diffusione delle informazioni mediante l’uso della penna d’oca nella trascrizione amanuense, resa in tal modo più celere e pertanto capace di una riproduzione “in serie” dei manoscritti prima della decisiva scoperta di Gutenberg e della stampa a caratteri mobili.

“Moderno” era stato definito già del Vasari il nostro Giotto, con il quale la bidimensionalità bizantina veniva superata per un’arte più realistica e già Isidoro di Siviglia nel VII secolo e Abelardo nel XII avevano contrapposto i classici greci ai moderni commentatori di questi ultimi usando questo aggettivo, come pure aveva fatto polemicamente nella “Summa teologica” Tommaso d’Aquino (i moderni doctores erano i teologi come Anselmo che studiavano gli antiqui) e ancora, con punte severe, sia Petrarca che Poliziano, Pico della Mirandola e Lorenzo Valla: invero anche nella Divina Commedia troviamo questo aggettivo due volte per parlare letteralmente di uso “moderno” esattamente nei Canti XVI e XXVI. Ma allora quando nasce la modernità e cosa la contraddistingue?

L’autore sembra concordare con lo storico dell’arte Philippe Daverio, secondo il quale si può dire che è nel 1764 che con gli studi dell’archeologo tedesco Winckelmann si produce una netta cesura rispetto al passato. Per la prima volta infatti viene scritta una storia dell’arte e non una storia degli artisti e l’autore indugia sul fatto che in quel libro il passato viene interpretato come matrice ancora presente nelle idee e nelle produzioni “contemporanee” (Winckelmann scrive di aver bevuto la stessa acqua dei bisonti antichi alle fonti di Pompei da lui visitate e lì di aver percepito l’odore dei medesimi oleandri degli antichi).

Per Bauman la parola “modernità” ha contorni sfumati e complessi. Come già aveva asserito Tito Livio parlando di interregno, l’uomo moderno vive in un tempo in cui è crollato il sistema di valori precedente, ma- come intuito da Gramsci- non è ancora emerso un sistema nuovo. Se quindi la modernità inizia idealmente con Gutenberg e Colombo e finisce con Robespierre e Napoleone, oggi viviamo in un’analoga fase liminale, ovvero di soglia. Prima vi era il mondo solido perché solido era il capitale (immobili, macchinari imponenti, ricchezze tangibili) e solide erano anche le appartenenze, le ideologie, le certezze nel lavoro e nelle relazioni interpersonali, mentre l’uomo postmoderno vive quella che Lyotard nel 1978 chiamava la fine delle grandi narrazioni.

Ideologie sfarinate, cristianesimo messo in discussione, evanescenza, disorientamento, caos, paura, precarietà e principio di piacere prevalente sul principio di realtà sono- a detta del sociologo polacco- i tratti peculiari di questo tempo, caratterizzato dalla trasformazione dell’homo oeconomicus tutto proteso alla razionale massimizzazione del profitto in homo ludens e in homo consumens, orientato cioè ad un consumo puerilizzato ove l’unico appiglio o rifugio di continuità e di stabilità è l’idolatria del proprio corpo fisico, attraverso goffi e patetici tentativi di life extension come crioterapie, fitness, tattoo, diete e quant’altro (nel 1906 Loss aveva scritto che la decorazione è un delitto, e oggi decoriamo in nostri corpi…).

In tal senso Bauman definisce la nostra epoca con il termine “liquida”, a significare che essa è instabile perché appunto priva di punti di riferimento e proteiforme ossia, come una sostanza allo stato liquido, capace di mutare continuamente assumendo la forma del contenitore di volta in volta cangiante. A tal proposito, gli ultimi anni della sua vita l’autore li aveva dedicati in articoli giornalistici e innumerevoli interventi, conferenze e interviste, all’adattamento del concetto di liquidità a tutti gli aspetti del vivere contemporaneo (nel nostro caso postmoderno), ovvero all’amore, alle appartenenze politiche e religiose, all’identità di genere, alle trasformazioni dei mezzi di produzione, alle trasformazione dei mezzi di informazione e finanche all’uso dei sempre più pervasivi strumenti tecnologici.

Recensione a cura di Alessandro Epifani

“Modernità liquida”
di Zygmunt Bauman
Introduzione di Donatella Di Cesare
In allegato al Corriere della Sera- 2025 (Prima edizione 2000)
pp. 264- Euro 11,90

 

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