Sulle sorti del centro siderurgico è il momento della chiarezza e della condivisione delle scelte: Confindustria Taranto, attraverso l’appello del suo presidente Salvatore Toma, del presidente della sezione metalmeccanica Pasquale Di Napoli e del vicepresidente con delega alle Grandi Industrie Michele De Pace, torna a chiamare al dialogo tutte le parti e rivendica la sua diretta partecipazione al tavolo del Governo
“Lo stabilimento siderurgico di Taranto rappresenta, da oltre mezzo secolo, un pilastro della manifattura nazionale e dell’intera filiera dell’acciaio. La sua presenza ha inciso profondamente non solo sull’economia locale e regionale, ma anche sulla competitività del sistema industriale italiano”. Da questa premessa prende le mosse la dichiarazione congiunta del presidente di Confindustria Taranto Salvatore Toma, del presidente della sezione metalmeccanica Pasquale Di Napoli e del vicepresidente con delega alle Grandi Industrie Michele De Pace.
Oggi, che vive una delle fasi più difficili della sua storia recente, dopo oltre tredici anni di trattative, mutamenti gestionali e tentativi di rilancio, è chiaro come la sopravvivenza e il rilancio del complesso dei suoi impianti non possa prescindere da una decisa accelerazione dei processi di decarbonizzazione. Il futuro della grande siderurgia passa inevitabilmente attraverso tecnologie più pulite, investimenti strutturali e una visione strategica che coniughi sviluppo, salute e sostenibilità.
“Abbiamo contezza che realizzazione di questi processi stia alimentando timori concreti per migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto, un patrimonio di competenze che il territorio non può permettersi di perdere, guardando anche a percorsi alternativi di diversificazione produttiva – affermano i tre rappresentanti di Confindustria Taranto -. Ma sappiamo anche che il Governo sta lavorando per individuare un punto di convergenza tra tutte le parti coinvolte: un lavoro che si sviluppa in un contesto estremamente complesso, segnato da scelte difficili, vincoli economici e normative ambientali stringenti. È un impegno che riconosciamo e che riteniamo fondamentale in questa delicata fase. Tuttavia, la complessità del quadro attuale impone una partecipazione più ampia e strutturata”.
“Per questo, come Confindustria Taranto, riteniamo indispensabile essere presenti al tavolo delle trattative. Il momento è decisivo non solo per le sorti dell’ex Ilva, ma per l’intera economia del territorio. La siderurgia, a Taranto, non è un comparto come gli altri: è un generatore di valore, occupazione, filiere produttive, opportunità per centinaia di aziende locali – proseguono -. Occorre avere chiari i passaggi essenziali: la certezza dei necessari livelli di produzione, assicurata dall’attività, in tempi brevi, di tre altiforni, e la consapevolezza che dai gruppi industriali che hanno manifestato interesse – e che al momento mantengono un necessario riserbo – possano quanto prima arrivare, pubblicamente, prospettive di investimento precise e circostanziate”.
“Abbiamo urgenza di avere chiarezza circa le risorse da mettere in campo. Senza investimenti certi e adeguati, ogni progetto rischia di rimanere solo un annuncio. In questo quadro, la nazionalizzazione, con l’ingresso dello Stato come socio di maggioranza, costituisce un passaggio indispensabile almeno nella prima fase della transizione verso le nuove tecnologie. Il sostegno pubblico potrà garantire stabilità, continuità gestionale e la possibilità di attuare un piano di investimenti coerente con le sfide globali del settore siderurgico – concludono il Presidente Toma, il Presidente Di Napoli e il vicepresidente De Pace -. È il momento, lo ripetiamo, della chiarezza e dell’impegno comune. Pertanto, in un momento così delicato, riteniamo essenziale che tutte le parti in campo tornino a dialogare con spirito costruttivo e responsabilità. Solo attraverso un confronto aperto, trasparente e orientato al futuro sarà possibile definire una strategia condivisa per salvaguardare produzione, occupazione e prospettive di sviluppo”.
(leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva https://www.corriereditaranto.it/?s=ilva&submit=Go)
Allo stato attuale l’Ilva non produce nemmeno 2 milioni di tonnellate all’anno; il fabbisogno italiano è di più di 20 milioni di tonnellate, quindi la storia dell’industria fondamentale non regge e non reggerebbe nemmeno raddoppiando la produzione.
Ciò detto, non si spiega come essa possa rappresentare ancora oggi “un pilastro della manifattura nazionale”.
Anche se si volessero spendere questi 5 miliardi per produrre 4 milioni di tonnellate l’anno con impianti “decarbonizzati”, si tratterebbe, visti i costi dell’energia in Italia, di acciaio carissimo a cui tutta la manifattura italiana preferirebbe sempre alternative più economiche.
La scelta più rispettosa da fare è parlare con i lavoratori tarantini, vere vittime di questa storia infame, ed essere onesti: l’Ilva sta già chiudendo, come la chiusura delle cokerie testimonia. È ora di finirla di prendere tempo continuando a raccontare fandonie su decarbonizzazione con idrogeno green (prodotto dove?) o utilizzo del metano (da fare arrivare come?).
È inutile mantenere il moribondo in vita per un altro anno, bisogna pensare ad una città dopo l’Ilva, ma ci vuole coraggio.