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Cos’è il complesso di Elettra?

È stata pubblicata a fine estate scorsa una sontuosa nuova traduzione della tragedia intitolata “Elettra” di Euripide.

Il ponderoso volume, edito da Fondazione Lorenzo Valla, è stato curato da Guido Avezzù, già docente di Filologia e Letteratura greca prima a Padova e poi a Verona e curatore per la medesima fondazione di diverse altre pubblicazioni.

Il nome Elettra, che deriva dal greco elektron e significa “splendente”, si collega a tutti e tre i grandi tragediografi della Grecia classica perché, seppur con variazioni di tono e di profondità, questo mito era già presente in Eschilo nelle “Coefore” (facente parte dell’unica trilogia dell’autore giuntaci completa) e nell’omonima tragedia che, probabilmente negli stessi anni di Euripide, aveva scritto anche Sofocle.

Per quest’ultimo Elettra è figura più forte, determinata e pugnace rispetto ad Eschilo- che ne fa un personaggio secondario- e rispetto allo stesso Euripide, il quale fu molto criticato in epoca moderna per questo suo capolavoro che invece in vita gli aveva valso molti onori (rammentiamo che delle quasi cento opere euripidee purtroppo ne sono giunte a noi meno di un quinto).

Molto pesò, infatti, il giudizio aristotelico contenuto nella “Poetica”, ove lo Stagirita scriveva che, mentre Sofocle “faceva gli uomini quali devono essere”, Euripide “faceva gli uomini quali sono”, criticandone gli escamotages narrativi come l’uso del Deus ex machina, i numerosi colpi di scena e la scarsa importanza data al coro, tanto che secoli dopo l’inclito scrittore Schlegel aveva giudicato l’Elettra euripidea la sua tragedia più brutta, diversamente da Goethe, il quale invece seguitò a leggerla sino a pochi giorni prima di morire, nel 1831.

Il corposo commento del curatore e la freschezza della traduzione danno, più che in passato, in questa edizione il giusto merito ad Euripide, il quale probabilmente compose questa tragedia intorno al 413 o al 422 a.C. e quindi cinque anni prima della più nota “Orestiade” e parecchi anni dopo le acclamate tragedie dedicate a “Medea” e ad “Alcesti”.

Il plot, come si direbbe oggi, è di per sé esile perché già nel prologo un umile quanto ammirevole contadino introduce l’argomento trattato: nella campagna Atride vive Elettra, sorella di Ifigenia sacrificata dal padre Agamennone, re di Micene, e di Clitennestra, sorella di Elena di Troia.

Siamo durante la Guerra di Troia che, secondo la storiografia più recente, durò almeno un decennio e fu veramente combattuta intorno al 1250 a.C. dopo il rapimento patito da Elena di Sparta ad opera di Paride.

Nel pieno dell’Età del bronzo, quindi abbiamo il punto di rottura della narrazione, costituito dall’adulterio di Clitennestra con Egisto, il quale decapita il re Agamennone mentre è in bagno e ne usurpa il trono. Ne consegue che il piccolo Oreste di appena dieci anni viene affidato alle cure di Anassibia, zia materna, mentre sua sorella, Elettra- appunto- viene anch’ella risparmiata ma viene data in sposa ad un umile contadino, autentica figura totalmente positiva della tragedia al punto dal non voler consumare il matrimonio ritenendosi indegno di giacere accanto ad una principessa.

Sette anni dopo Oreste, su impulso dell’oracolo di Delo, tornerà per vendicare il padre e sarà motivato a farlo subito dalla stessa Elettra, la quale fingerà di aver partorito per attrarre a sé Clitennestra, mentre Egisto verrà ucciso da Oreste, il quale approfitterà della sua distrazione cagionata dall’osservazione enigmatica del fegato di un toro sacrificato alle ninfe delle montagne, presagio di infausti accadimenti.
Queste drammatiche vicende hanno ispirato diversi autori; qui basterà rammentare il dramma intitolato “Le mosche” di Sartre del 1943 (per il quale Oreste è condannato a decidere) e l’omonimo dramma della Yourcenear dell’anno successivo, la quale stravolgerà il testo scrivendo che il mito è come un assegno in bianco dove ogni epoca aggiunge un dettaglio, attualizzandolo.
La pubblicazione di questo volume pare particolarmente cogente in questo periodo storico, soprattutto in relazione al concetto di “complesso di Elettra”, locuzione coniata da Jung ma da lui invero poco usata, assimilabile al “complesso di Edipo” teorizzato da Freud.

Quest’ultimo, nell’ “Introduzione alla psicanalisi” del 1915-1917 (in particolare nelle Lezioni 20 e 21), parlerà di una fase fallica del neurosviluppo della fanciulla dai tre ai sei anni, durante la quale la bimba è attratta dalla figura paterna e cova rivalità nei confronti della figura materna, generando una tensione psichica che- ove non rielaborata- porterà in età adulta a rapporti difficili con le altre donne e alla ricerca di un partner-padre addirittura con accenti psicotici di dipendenza affettiva.

Jung in “Simboli della trasformazione” e in “Tipi psicologici” parlerà del mito di Elettra e di Oreste collegandoli ai suoi concetti originali di Ombra (gli impulsi negati o repressi) e di Animus (l’archetipo maschile nella fanciulla).

“Elettra”
di Euripide
A cura di Guido Avezzù
Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori Editore- 2025
pp.640- Euro 60,00

*recensione a cura di Alessandro Epifani

 

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