È tornata in libreria nelle scorse settimane per i tipi Einaudi la “Civitas Solis” di Tommaso Campanella.
Si tratta di una ristampa ampliata del volume che lo stesso editore aveva pubblicato (per venti lire!) nel 1941 con testo a fronte in latino.
L’opera è il frutto di un meticoloso lavoro filologico che Norberto Bobbio aveva compiuto sulle edizioni critiche pubblicate dallo stesso Campanella nel 1623 prima a Francoforte e poi- come alcune non secondarie aggiunte di argomento astrologico- a Parigi.
La storia de “La città del Sole” fu tormentosa sia in fase di stesura- come vedremo- sia in fase di pubblicazione: solo nel 1895 e nel 1904 prima Croce e poi Amabile avevano dato risalto ai contenuti poetici e politici di quest’opera, la quale era invero circolata nei primi anni del Novecento in tre o anche quattro edizioni carenti sotto il profilo filologico: il grande politologo Bobbio, proprio come aveva fatto Barbi per la Divina Commedia di Dante, aveva dedicato anni alla collazione, cioè al confronto simultaneo, di ben dieci edizioni manoscritte dell’opera, ricavandone il testo che pubblicò la Einaudi e nel quale emerge lo scopo più teorico che rivoluzionario di quest’opera, non a caso ritenuta il capolavoro del filosofo calabrese, invero autore anche di una “Storia della medicina” in sette volumi e di numerosi altri scritti inerenti ai più diversi temi, come anche autore di componimenti poetici rivalutati solo da studi recenti.
Per Bobbio, infatti, lo schema politico campanelliano non va confuso con l’analogo disegno sociologico contenuto nell’ “Utopia” di Tommaso Moro perché, se è vero che entrambi questi testi molte cose attingono dalla “Repubblica” di Platone, vero è che, come già rilevato da Ernst Bloch in un saggio del 1923, lo scopo dell’autore era primariamente uno sfogo contro l’inerzia dei nobili e il parassitismo dei proletari.
Questa edizione de “La città del Sole” è in sostanza un libro triplice: essa contiene infatti la versione che curò Bobbio, la nota critica al testo cui si è accennato e una succosa quanto documentata postfazione di Addante inerente lo “scontro” tra Bobbio e il maggiore degli esperti di studi campanelliani, ovvero quel Luigi Firpo a cui si deve un incessante approfondimento su tutta una pluralità di scritti di Campanella, a cominciare dai verbali del suo processo, rinvenuti su un carretto che vendeva carta da ardere per puro caso dal medico Amabile, che nel XIX secolo aveva, dopo tale ritrovamento, abbandonato la sua carriera scientifica per dedicare il suo ultimo decennio di vita allo studio di quei carteggi.
Figlio di un modesto ciabattino, Campanella era entrato giovanissimo nell’Ordine dei domenicani, garantendosi così la possibilità di accedere a studi avanzati al punto da studiare le opere del conterraneo Bernardino Telesio, che decise di andare a trovare, arrivando tuttavia poco dopo il suo trapasso e potendo così dedicargli solo una commossa ecloga funebre. Sceltosi il nome di fra’ Tommaso in memoria di Tommaso d’Aquino, egli si allontanò dalla natìa Calabria viaggiando verso Padova e stringendo amicizia con Galileo Galilei (che difese dalle accuse della Chiesa con un accorato scritto astrologico).
Decisivo era stato poi l’anno 1599 poiché, insieme a una piccola flotta saracena, Campanella aveva organizzato una sommossa a Napoli contro gli Spagnoli: erano gli anni della Controriforma e l’Italia era sotto il giogo straniero. La rivolta fu soffocata sul nascere, Campanella fuggì da un amico contadino che tuttavia lo tradì consegnandolo agli Spagnoli, i quali non lo uccisero subito solo in quanto domenicano, ma lo sottoposero alla famigerata “tortura della veglia” della durata di trentasei ore.
Il giovane filosofo venne di fatto tirato da corde che ne cagionarono dolorose lussazioni e la perdita di quasi due litri di sangue (come scoperto da Firpo), ma egli riuscì a fingersi pazzo invocando nel dolore alternativamente la madre e…dieci cavalli bianchi, così da aver salva la vita in quanto ai folli il podestà non poteva infliggere un’ulteriore condanna.
A Castel dell’Ovo a Napoli Campanella trascorse ben ventisette anni in carcere, godendo di una sola ora di luce al giorno, che egli si fece bastare per scrivere, su delle striscioline di carta recuperate furtivamente, il suo capolavoro. Solo Papa Urbano VIII, amante degli astrologi e Luigi XIII (cui Campanella pronosticò la nascita del Re Sole) avrebbero garantito, sia pur tardivamente, la salvezza di questo fenomenale pensatore.
Oggi “La città del Sole” resta uno dei libri capitali del Seicento perché capace di anticipare tematiche ancora attuali, sebbene esso sembri nel concreto più il rimpianto di un recluso che una teoresi politologica.
Un nocchiero di Cristoforo Colombo, nella finzione del libro, scopre nell’attuale Sri Lanka una società che è popolata non da “buoni selvaggi” alla Rousseau, ma da esseri umani razionali che però hanno scelto di vivere lavorando solo quattro ore al giorno, dedicando le loro giornate allo studio, alla ginnastica e a passeggiate nei sette gironi in cui è divisa, appunto, l’altura della città del Sole: in essa tutti sono uguali, imparano passeggiando e dialogando alla maniera platonica, non esiste la proprietà privata (spropriatezza), si vive in comunità come frati e senza legami di famiglia e si imitano gli studi sulle razze canine, favorendo cioè incroci tra persone sane ma con genomi differenti allo scopo di sviluppare una eugenetica.
Come per Pico della Mirandola, anche per Campanella l’uomo è così artefice del suo proprio destino perché, grazie al raziocinio, egli studia e domina la natura, anticipa i movimenti planetari da cui la vita umana è dipendente e agisce utilizzando in senso costruttivo quel libero arbitrio condannato e/o negato da Lutero e Machiavelli. Solo i casi più complessi della vita sociale vengono gestiti dall’alto. Non, tuttavia, da un’autorità severa e totipotente, come sarà il “Leviatano” di Hobbes o il “Principe” machiavellico, bensì dalla ristretta cerchia dei sapienti culminante nel Gran Metafisico, il quale tutto conosce fatta eccezione per le lingue straniere.
Profetica in tal senso è la critica sociologica campanelliana inerente ai pochi attivi e produttivi ai quali- egli scrive- a Napoli in ben 300.000 devono la vita, essendo in maggioranza gli esseri umani inclini all’immoralità e al sudiciume (i poveri) e agli eccessi e all’ozio (le elite delle famiglie danarose).
“La città del Sole”
di Tommaso Campanella
Traduzione a cura di Norberto Bobbio, postfazione a cura di Luca Addante
Einaudi Editore- 2025
pp. 568- Euro 34,00
*Recensione a cura di Alessandro Epifani