Una visione alternativa alle ormai tradizionali classifiche sulla qualità della vita a cui ci ha abituato la stampa nazionale.
Quegli studi, per intenderci, che sulla base del punteggio raccolto da una serie ben definita di parametri relegano puntualmente il Mezzogiorno a “Italia di serie B”, alimentando stereotipi ormai consumati, ma anche quel vittimismo autolesionista che spesso caratterizza gli stessi abitanti del Sud.
La “vera qualità della vita”, una classifica delle province italiane stilata dall’architetto ambientale Pierpaolo Zampini e subito diventata virale, non nasce come provocazione ma come punto di vista differente e misura il benessere sociale non solo (e non soprattutto) in termini economici, ma essenzialmente di “sole, mare, aria pulita, cibo e legami familiari”. Un ribaltamento, insomma, dello status consolidato e privilegiato affibbiato al Nord, che in questa graduatoria scivola in basso, relegando Milano e le province padane all’ultimo posto per smog, inquinamento, clima e poche ore di luce.
Taranto, invece, si piazza in tredicesima posizione, valorizzata da mare, sole e da un clima mite tutto l’anno, oltre che da un vento che, a dispetto della realtà industriale, contribuisce a rendere la qualità dell’aria percepita migliore di molte città padane, in cui lo smog tende a ristagnare.
Secondo la definizione data nel 1995 dal gruppo di lavoro sulla QoL (Quality of Life) dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) la qualità della vita è la “percezione che gli individui hanno della loro posizione nella vita nel contesto della cultura e dei sistemi di valori in cui vivono e in relazione ai loro obiettivi, aspettative, standard e preoccupazioni”.
Ma è davvero possibile rendere oggettivo un concetto simile? Ne abbiamo parlato con lo stesso Zampini, allargando il discorso alle logiche che spesso si insidiano dietro certe classifiche e ai preconcetti talvolta paralizzanti che ne derivano.

Tarantino di nascita, vissuto a Milano per 27 anni e poi rientrato “a casa” per amore della famiglia: ci parli un po’ di lei.
“A 18 anni mi sono trasferito a Milano per studiare architettura ambientale e dopo la laurea sono rimasto lì per lavorare, come tanti concittadini. Ho iniziato nel campo informatico, poi mi sono dedicato al mercato immobiliare. La decisione di rientrare a Taranto è avvenuta essenzialmente per motivi familiari: ho cinquant’anni, i miei genitori sono anziani e non volevo lasciarli soli. Per questo ho venduto la mia azienda dietro un’ottima offerta e ho preso casa a poca distanza dai miei”.
Da Milano a Taranto: due stili di vita completamente differenti; lei quale preferisce?
“Lo studio che ho fatto con la vera qualità della vita nasce proprio da questa esperienza di vita. A Milano c’è perennemente una cappa di smog orribile, il cielo è pallido, piove tantissimo e questo influisce notevolmente sull’umore, come dimostrano molti studi in merito. Insomma, qualificare Bologna, Milano e altre città del nord Italia come le migliori città dove vivere per qualità della vita è assurdo, semplicemente assurdo: non si può considerare soltanto lo stipendio, la carriera, ma si deve considerare anche tutto il resto, E poi, parliamo anche del lato economico: senza dubbio Milano offre enormi possibilità rispetto a città come Taranto, ma viverci con un lavoro da impiegato o da dipendente pubblico, oggi non è più sostenibile economicamente perchè il costo della vita è letteralmente lievitato. Qui, invece, al netto del carovita che ha colpito tutta Italia, il costo della vita è ancora sostenibile. Prendiamo, ad esempio, il mercato immobiliare: io qui a Taranto ho comprato casa a 500 euro al metro quadro, a Milano vivevo in una casa che costava 15 mila euro al metro quadro.
E poi rimarco sempre il ruolo dei media nel creare questa illusione del Nord che ti cambia la vita, mentre il Sud viene sempre portato alla ribalta per la criminalità, la cronaca nera e dipinto, in generale, come il Terzo Mondo”.
C’è quindi, secondo lei, una volontà di far apparire il nord Italia come il posto magico che cambia la vita a scapito del Meridione?
“Sì, ripeto, conosco le realtà editoriali che ci sono dietro queste classifiche e so che da Roma in su l’interesse è creare e mantenere una comunicazione che spinga ad investire nel settentrione, a far trasferire cittadini attirati dalle possibilità di migliorare la propria vita, comprando case e muovendo l’economia. Un gatto che si morde la coda, insomma, perchè è chiaro che più perdiamo forza lavoro e future menti brillanti, più impoveriamo la parte meridionale del Paese.
Secondo me il Sud dovrebbe avere uno scatto d’orgoglio e fare una controproposta di storytelling su questi temi, grazie alle testate locali: posso assicurare che anche qui esistono tantissime realtà di successo, persone che vivono bene, spendono bene, guadagnano bene, però restano nel dimenticatoio perchè non ne parla nessuno ed è un peccato”.
Ha l’impressione, a volte, che un certo tipo di tarantino quasi si compiaccia vittimisticamente di vivere in un luogo noto a livello nazionale per le sue problematiche, negando o minimizzando qualsiasi spiraglio positivo possa aprirsi per uscire dall’immagine della città dell’ex Ilva?
“Sì e talvolta questo diventa un alibi per alimentare un certo immobilismo che sicuramente non fa bene alla città. Il problema dell’ex Ilva esiste, certo, e io sono uno dei primi fautori della chiusura, Credo che i lavoratori abbiano rischiato già troppo lavorando lì e che lo Stato stia continuando a buttare denaro inutilmente, invece di chiudere e pensare ad una soluzione per il futuro degli operai, fosse anche la cassa integrazione a vita.
Ma al di là dell’ex Ilva, il punto è che c’è una concezione dell’economia del lavoro in qualche modo centralizzata, ovvero c’è la laurea, il posto fisso, insomma uno stereotipo che si abbina molto meglio a quello del mercato del Nord. Se, invece, dovessimo pensare a un’economia su misura di quelle che sono le risorse del posto in cui si vive, chiaramente il turismo è una risorsa gigantesca: quando sono venuto qui ho investito nell’affitto delle ville e posso garantire che il 95% dei miei clienti è costituito da stranieri che, tramite un gigantesco passaparola in cui i media possono avere ruolo fondamentale, voglio conoscere la Puglia.
Certo, esistono ancora luoghi come l’Asia e l’India che non conoscono proprio l’esistenza della nostra regione, quindi c’è un potenziale gigantesco che ci permetterebbe di avere un’economia sicuramente alternativa a quella della grande fabbrica e non solo della grande fabbrica, ma anche dei lavori così chiamati stereotipati, che sono i lavori da impiegato, da professionista eccetera.
C’è tanto da fare anche in merito al patrimonio immobiliare che va valorizzato, ristrutturato, riqualificato e non lasciato nell’attuale incuria e trascuratezza, bisognerebbe continuare ad andare avanti con incentivi come Minipia Turismo, fare formazione d’impresa, aggiornare le università e i percorsi formativi affinché possano formare le persone per il contesto socio-economico in cui vivono, in modo da conoscerlo e sfruttarlo per la propria collettività.”
Bisognerebbe lavorare anche su una certa mentalità ristretta, che lotta contro una raccolta differenziata che altrove funziona da decenni, contro l’uso dei mezzi pubblici giudicato scomodo, contro l’egoismo che non permette di sentirsi parte di una collettività.
“Sì, è una mentalità provinciale sicuramente, però c’è anche a dire che queste persone dovrebbero viaggiare di più, capire cosa c’è al di fuori, aprire un po’ i confini, fare proprio delle esperienze di vita in grandi realtà come Milano o città europee, poi tornare con una visione differente delle cose.
Devo anche aggiungere che non si può dare ogni colpa ai cittadini: da parte di chi amministra la città (e non m riferisco tanto al sindaco quanto ai funzionari) c’è troppa sciattoneria, troppo pressapochismo che crea servizi inefficienti e maldispone la popolazione a rispettare certe regole. Insomma, l’impegno deve essere da entrambe le parti”.
