Perché riconvertire gli impianti nella più grande industria siderurgica d’Europa? Cosa succederà ai lavoratori e a Taranto?

A oltre 60 anni dalla nascita dello stabilimento, il capoluogo jonico continua ad essere lacerato dal conflitto tra due fondamentali diritti umani: Salute e Lavoro. Una contraddizione che sembra non finire mai nonostante le grandi promesse politiche, gli scioperi dei lavoratori, gli interventi della magistratura e i piani di bonifica.

Per tanti anni lo stabilimento siderurgico ha garantito occupazione e benessere economico alla città di Taranto ma soprattutto i cittadini di alcuni quartieri periferici come Tamburi e Paolo VI,  continuano a denunciare le emissioni di inquinanti come polveri sottili e gas nocivi che comportano gravi rischi per la salute.

Proprio in questi quartieri le quantità di PM10 (polveri) sono superiori a 40 m3 mentre il limite è di 15 m3. Altri gas come azoto Benzo e pirene superano il limite.

È quanto emerge dal dossier Mal’Aria 2024 di Legambiente che conferma la criticità della qualità dell’aria a Taranto, classificando la città tra quelle con i peggiori dati su polveri sottili e ozono anche per effetto della presenza del polo industriale.

Oltre all’industria siderurgica contribuiscono all’inquinamento la raffineria Eni e altre attività industriali presenti nell’area.

Studi fatti hanno dimostrato negli ultimi decenni, una crescita delle malattie respiratorie, oncologiche, di altre malattie e di malformazioni fetali.

La città vive costantemente sospesa tra salute e lavoro. Per molti cittadini la chiusura significherebbe disoccupazione ed un’incertezza economica, mentre per gli altri una sorta di liberazione e sicurezza ambientale.

Eppure questo dilemma non dovrebbe esistere. La decarbonizzazione è la soluzione che potrebbe conciliare la salute con il lavoro.

Il governo e il ministro delle imprese e del Made In Italy, Adolfo Urso, sono chiamati a prendere delle decisioni, quanto prima, per garantire il progetto di decarbonizzazione degli impianti, una riconversione dell’industria ed un rilancio sostenibile della siderurgia.

I cittadini di Taranto e gli operai che lavorano nello stabilimento sono stanchi delle promesse ricevute in tutti questi anni. Secondo le organizzazioni sindacali si rischia una vera e propria “bomba sociale”. Nei giorni scorsi le iniziative di mobilitazione sono sfociate in proteste all’interno dello stabilimento e nell’attuazione di blocchi di importanti arterie stradali come la S.S 100 e la Statale 106.

Il principale motivo di questi scioperi è la paura del licenziamento in caso di chiusura, l’incertezza di trovare un lavoro da parte degli operai che chiedono dei piani seri, sicuri e duraturi e una garanzia per la produzione futura, la salute e la sostenibilità.

Le sigle maggiori — Fim, Fiom e Uilm – hanno rigettato il piano presentato dal governo, definendolo “un piano di morte” per l’ex-Ilva, perché di fatto prevede una drastica riduzione dell’attività e una pesante cassa integrazione.

I sindacati contestano la cessione dell’impianto a un nuovo acquirente privato, sostenendo che non ci sono “pretendenti di livello”, come è già accaduto precedentemente quando lo stabilimento siderurgico è stato venduto ad ArcelorMittal.

L’azienda indiana, a loro dire, ha solo sfruttato le risorse aziendali senza un minimo di manutenzione. Pertanto, l’unica via credibile sarebbe l’intervento dello Stato come soggetto imprenditore.

Dopo l’incontro del 12 novembre scorso con il governo, i sindacati hanno dichiarato che non c’è stato un vero piano di rilancio: mancano investimenti concreti, garanzie sul lavoro e sulla salute e non è stato illustrato un chiaro progetto industriale.

Hanno chiesto che il piano proposto venga ritirato e che lo Stato — eventualmente con partecipazione diretta — assuma la guida del processo di decarbonizzazione e di rilancio, garantendo continuità produttiva e occupazionale.

Al momento, le trattative restano aperte e lo stato di mobilitazione continua: i sindacati chiedono un confronto diretto a livello centrale, non solo tecnico.

Quindi rispondendo alla domanda iniziale: lavoro o salute? Attualmente non c’è una risposta definitiva anche perché non si può e non si deve scegliere tra due diritti umani in quanto devono essere garantiti entrambi con la stessa importanza.

Secondo diverse testimonianze raccolte tra gli alunni della scuola “Renato Moro”, con i genitori che lavorano nello stabilimento siderurgico, si evince l”incertezza verso quelle che sono le prospettive future. Senza un lavoro in grado di permettere la realizzazione di progetti importanti, come comprare una casa, ma anche con il timore di non poter curare le malattie legate alla fabbrica in assenza di un salario garantito. Oltre al danno anche la beffa.

“Non si può chiedere ai tarantini di rinunciare alla salute per lavorare, né al lavoro per vivere”.

2 Responses

  1. Concordo appieno su quanto scritto nell’articolo, i cottadini tarantini non devono rinunciare alla salute per lavorare e sostentarsi.

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