In un contesto economico segnato dalle difficoltà del comparto manifatturiero e da un export che, specialmente nel Mezzogiorno, fatica a trovare nuovi sbocchi, Confindustria Taranto lancia un appello per la rapida conclusione dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur.

Secondo il Presidente degli industriali jonici, Salvatore Toma (nella foto di apertura con l’ambasciatore brasiliano De Souza, ndr), l’intesa con il blocco composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay rappresenta una scelta strategica e lungimirante, capace di trasformarsi in un volano concreto per la crescita e l’occupazione nel Sud Italia. Il rischio sottolineato dall’associazione è che, in assenza di una firma immediata, l’Europa e l’Italia possano subire un progressivo arretramento in un’area geografica fondamentale, cedendo spazio ai competitor internazionali.

Salvatore Toma, che ricopre anche la carica di vicepresidente di Confindustria Moda con delega al Centro Sud, evidenzia come i vantaggi per le regioni meridionali sarebbero particolarmente significativi. L’abbattimento delle barriere doganali andrebbe infatti a beneficio di settori che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo locale: dall’agroalimentare alla meccanica, passando per il tessile-abbigliamento, il chimico-farmaceutico e l’arredamento. Attualmente, queste filiere sono penalizzate da dazi estremamente elevati, che raggiungono il 35% per macchinari e prodotti tessili e il 18% per la chimica e la plastica. L’eliminazione di questi oneri eliminerebbe una zavorra che oggi colpisce in modo sproporzionato proprio le piccole e medie imprese del Mezzogiorno.

La mancata ratifica dell’accordo, dopo ben 25 anni di complessi negoziati, viene vista da Confindustria Taranto come una grave minaccia per la centralità economica del Paese. Per questa ragione, l’associazione rivolge un sollecito diretto al Governo italiano e al Ministro degli Esteri Antonio Tajani, affinché venga sostenuta con decisione la chiusura della trattativa. Rinunciare a questa intesa in una fase di frammentazione dei mercati globali significherebbe, secondo Toma, accettare un indebolimento strutturale della nostra industria, con ripercussioni negative che si farebbero sentire con maggiore intensità proprio nelle aree geografiche più esposte e fragili della penisola.

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