È di Palagianello (TA) la regista Mariangela Addolorata Petrera, classe 2001. Specifichiamo subito la sua provenienza perché ci ha raccontato che è stata segnata profondamente dall’essere nata in un comune di circa 7 mila abitanti. Palagianello lo ha definito un “micro cosmo” in cui le è parso sempre di rimanere stanziata nella piazza di paese mentre il mondo intorno a lei sembrava stesse progredendo.
Per tutta l’adolescenza ha affrontato un profondo disagio non essendo stata circondata da fonti d’interesse. Non ci ha nascosto di aver coltivato un forte desiderio di evasione tanto da ritenersi fortunata a vivere in un posto con una stazione che le ha permesso, sin dai 15 anni, di raggiungere Taranto e Bari. Alla città dei due mari è molto legata anche per esser stata una frequentatrice di quel che ha definito “l’ormai non più fiume Tara” e per esser andata ad un liceo linguistico a Castellaneta.
In quegli anni ha sviluppato un interesse verso i temi sociali e si è appassionata di cinema. Non si limitava a guardare film ma scriveva tanto. Si è così incanalata verso un percorso che a soli 17 anni l’ha portata alla consapevolezza di voler diventare, pur temendo di dirlo palesemente, una regista.
Con un’inclinazione verso le materie umanistiche, dopo il liceo si è iscritta a “Lettere, Arte e Spettacolo” all’Università degli Studi di Bari. Parallelamente ha frequentato Spaziotempo, una scuola di fotografia, cinematografia, video, grafica e arti visive dove ha seguito il suo primo corso di regia cinematografica.
Munita di macchina fotografica, sin da adolescente, riprendeva i suoi genitori e gli amici che sono stati le sue prime “cavie” fino a firmare la regia del suo primo cortometraggio documentario, nel 2024, dal titolo “Ieri, Oggi, Domani”. Prodotto e richiesto dall’Associazione Don Vincenzo Paradiso di Palagianello, il corto è sulle persone che hanno contribuito a realizzare la storia del loro paese.
Mariangela Addolorata ha puntato gli occhi sulla sua terra di appartenenza e non ha intenzione di porre lo sguardo altrove perché ritiene che qui ci sia tanto da raccontare e da far emergere, altrove non saprebbe di che parlare.
Il suo ultimo cortometraggio “Wind Days”, ma primo d’autrice, è in fase di pre-produzione con la casa di produzione Bambu Film. Narrerà una storia che sentiva dentro e che aspettava solo di tirar fuori. L’idea alla base di questo lavoro è quella di situare una famiglia, in una giornata di ordinaria quotidianità, all’interno di una casa al quartiere Tamburi. Sembrerebbe uno scenario definibile “normale” ma gli eventi che si succederanno faranno presagire che qualcosa non andrà per il verso giusto.
Il titolo non è casuale in quanto riporta alle ordinanze sindacali che prevedevano la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado ricadenti nel quartiere e le misure cautelative come l’invito a restare in casa e a chiudere le finestre. Per l’autrice non è noto che siano esistiti altri posti dove si è imposta “la clausura” – l’ha definita così – dei residenti come deterrente all’inquinamento con conseguente riduzione del diritto allo studio, visto che le scuole del quartiere restavano chiuse. Questa è la ragione fondamentale che l’ha spinta a scrivere “Wind Days” in cui pone al centro il vento e la vita delle persone.
La narrazione ruota proprio attorno alle giornate di vento che portano con sé non solo polvere e contaminazione ma anche silenzi e sospensioni di vita quotidiana in cui il tempo sembra fermarsi.
I protagonisti sono due fratelli figli di una giovane madre tarantina, Natalina, la quale cerca di mantenere un ordine fragile nel piccolo appartamento in cui vive con i suoi due figli: Mirko, adolescente disincantato che accoglie con sollievo l’allerta meteo per poter passare la mattinata alla PlayStation. Joele, bambino autistico non verbale. I due sono nella loro cameretta e Joele cerca disperatamente qualcuno con cui giocare, reclamando attenzione attraverso gesti e sguardi nella noia profonda di quella mattina a casa, per lui incomprensibile.
Wind Days, per la regia, è un racconto di reclusione e resistenza il cui obiettivo è restituire la sensazione fisica di un’aria che pesa, di un tempo sospeso. Sul piano simbolico e sociale, il fenomeno per Petrera rappresenta una metafora potente della condizione tarantina contemporanea: una città che vive il paradosso di un’aria che, invece di dare vita, porta malattia. Il vento, elemento naturale per eccellenza, si trasforma in vettore di contaminazione, costringendo gli abitanti a un isolamento temporaneo che assume tratti quasi esistenziali.
La regista interpreta i Wind Days come segno tangibile di una frattura ambientale e identitaria in cui il rapporto tra la comunità e il proprio territorio appare compromesso. È questa la sua chiave di lettura in quanto ritiene che si obblighi la popolazione a convivere con la consapevolezza della vulnerabilità del proprio spazio vitale. In questo contesto, la sospensione delle attività quotidiane non è soltanto un atto di precauzione ma diviene, per lei, una forma di resistenza silenziosa di un tempo sospeso di riflessione collettiva sulla qualità dell’ambiente, sulla memoria industriale della città e sul prezzo della sopravvivenza economica.
Mariangela Addolorata non è solo una regista in quanto, in mancanza di opportunità reali di poter maneggiare ed esercitarsi con una macchina da presa professionale, si è approcciata alla fotografia analogica. Il suo non è un piano B ma un’attività importante che segue tanto quanto la regia perché rappresenta la poetica che vorrebbe trasferire nel cinema. A riguardo ci ha raccontato che dietro il rullino da 36 foto c’è una ricerca dell’immagine, antropologica e documentaria, sul territorio che l’ha portata a pensare al di fuori delle dinamiche digitali nella quale la maggior parte delle persone scatta senza sosta.
“Mamma, dammi una Madre” è una mostra concepita come dispositivo curatoriale intimo, in cui la relazione madre–figlia nel Sud Italia viene indagata attraverso un dialogo tra pratiche fotografiche e performative. Il progetto mette in relazione le artiste Mariangela Addolorata Petrera e Barbara De Veteris.
Per la mostra fotografica analogica “Puglia Addolorata”, insieme all’artista Valentina Carlucci, Mariangela si è soffermata sulla nostra regione. L’ha osservata non generando volutamente foto instagrammabili ma per donarle un’immagine, spesso dimenticata, più cruda, truce, dolorosa ma sicuramente più vera e passionale.
La regista ha l’obiettivo di raccontare la realtà per quella che è, senza filtri e fronzoli. Per farlo, con questo ultimo progetto, necessità però di chi le possa finanziare “Wind Days” che ci auspichiamo si possa concretizzare presto.

