La produzione rallenta, gli impianti si fermano, le offerte dei fondi americani restano sullo sfondo. Intanto, nelle case di chi lavora o ha lavorato all’ex Ilva, il Natale arriva con l’ansia della cassa integrazione e con il timore dei licenziamenti. È in questo clima che Michele De Palma, segretario generale della Fiom Cgil, torna a Taranto per incontrare i delegati sindacali dentro lo stabilimento, insieme al segretario territoriale Francesco Brigati.

«Abbiamo i lavoratori degli appalti in una situazione drammatica, con il rischio concreto di licenziamenti, e persone che non hanno ancora ricevuto nemmeno la tredicesima». È da qui che De Palma fa partire la sua denuncia, dando voce a una rabbia che corre tra i reparti e l’indotto.

La fotografia che emerge dall’incontro è quella di una fabbrica sospesa e di un territorio che paga il prezzo più alto dell’incertezza. «C’è chi al governo dice che va tutto benissimo – afferma – ma quella tranquillità non esiste per i lavoratori». Una distanza che, secondo il leader Fiom, si allarga ogni giorno di più.

«Siamo in una situazione paradossale», prosegue. «La produzione è sostanzialmente quella dell’anno precedente, ma con un aumento netto delle lavoratrici e dei lavoratori che non sono al lavoro». Un paradosso che pesa soprattutto sulle manutenzioni e sull’indotto, dove «la sofferenza è evidente».

Il nodo, per De Palma, è politico oltre che industriale. «È impensabile continuare così. La presidente del Consiglio deve assumersi la responsabilità di convocare il tavolo a Palazzo Chigi». Un passaggio ritenuto ormai indispensabile: «Noi abbiamo una proposta concreta».

Sul futuro dell’ex Ilva e sulle offerte dei fondi Bedrock e Flacks Group, la linea è netta: «Ci sono due gambe su cui l’azienda deve camminare: la certezza della decarbonizzazione e la garanzia occupazionale per tutti, compresi i lavoratori dell’indotto e degli appalti». E lancia un allarme che pesa come un macigno: «Alcune aziende rischiano di chiudere fermando le batterie. Nelle prossime settimane potremmo trovarci con i licenziamenti».

Il racconto si fa più amaro quando entra nella quotidianità: «Siamo a Natale. Un delegato mi diceva che in passato almeno c’era un gesto di attenzione verso i lavoratori. Oggi ci sono persone che non hanno nemmeno la tredicesima». E avverte: «Quando si dice che la situazione è sotto controllo, bisogna dirlo ai lavoratori che non riescono a essere tranquilli nemmeno il giorno di Natale».

Il rifiuto del piano a ciclo corto è totale: «In quattro anni è un piano di chiusura». E la critica colpisce le scelte mancate: «Si fermano gli impianti, si fermano le cokerie, mentre ciò che dovrebbe partire non parte. Nessuno spiega perché Dri Italia non abbia ancora fatto il bando per costruire il Dri a Taranto».

La proposta alternativa passa da un nuovo strumento: «Sappiamo che la decarbonizzazione avrà impatti sull’occupazione, per questo serve una cassa per la transizione». Non un parcheggio: «Le persone non devono essere messe in cassa integrazione, ma fare formazione ed essere ricollocate nelle aziende che possono nascere nell’area».

Infine, l’unità sindacale come argine alla frammentazione: «La posizione di Fim, Fiom e Uilm è unitaria. Abbiamo lo stesso piano di rivendicazione in tutto il Paese».

E l’affondo finale: «Il “divide et impera” dei tavoli separati non ha portato soluzioni. Ha lasciato la situazione drammatica così com’è, perché il ciclo corto, il piano di chiusura, non è stato ritirato».

 

 

One Response

  1. La FIOM e le altre organizzazioni hanno ragione a richiedere un impegno diretto della presidente del consiglio Meloni, ma faccio osservare che la vicenda ex ILVA non può essere gestita solo dalle federazioni di categoria e allo stesso impegno richiesto alla Meloni deve corrispondere l’impegno dei segretari generali di CGIL, CISL e UIL. Va da se che se chiedi il massimo livello del governo devi impegnare i massimi livelli sindacali.

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