Il Natale arriva a Taranto in una fase delicata, segnata da interrogativi profondi sul futuro industriale, sociale e ambientale della città. In questo contesto l’arcivescovo di Taranto Ciro Miniero, rispondendo alle domande del corriereditaranto.it, affida alla comunità una riflessione che intreccia fede, responsabilità e speranza, richiamando credenti e istituzioni a uno sguardo nuovo sul presente, la città attraversa un nuovo passaggio delicato della sua storia, sospesa tra le ombre che continuano ad avvolgere la vicenda del siderurgico e il desiderio, mai sopio, di riscatto.

Quale messaggio rivolge ai tarantini per il Natale?

«Natale è la festa di Gesù Bambino che nasce lì dove nessuno se lo sarebbe aspettato: povero tra i poveri, in un territorio occupato. Nasce ed è portatore di un messaggio rivoluzionario di amore e speranza. Noi cristiani non possiamo che seguire l’esempio di Gesù, amare incondizionatamente l’essere umano, il creato, essere portatori di speranza ma, allo stesso tempo, essere promotori di azioni capaci di andare oltre lo status quo.

Siamo entrati nel nuovo millennio con lo sguardo troppo spesso rivolto a quello passato nel quale il progresso è stato costruito a spese dell’uomo. Soprattutto le nuove generazioni non sono più disposte, giustamente, a sacrificare qualità della vita e ambiente al profitto. A governare pero sono soprattutto gli anziani, che sono anche maggioranza in occidente a causa del calo demografico, e adottano spesso scelte superate. Credo molto nelle nuove generazioni, vanno sostenute, solo loro potranno cambiare in meglio l’ordine delle cose. Ai tarantini dico: siate protagonisti attivi della vita della vostra città, del suo cambiamento, singoli o, meglio, in gruppi organizzati. E lasciatevi ispirare dal messaggio rivoluzionario di amore e speranza del bambino Gesù».

La Curia ha spesso preso posizione sempre in questo ambito, chiedendo alle istituzioni e alle parti coinvolte lo sforzo di contemperare le diverse esigenze e mettere da parte slogan e promesse. Ritiene ci siano stati dei passi in avanti in questo senso?

«Allo stato dell’arte non mi pare, tutt’altro. Dovessi scegliere una parola simbolo del momento direi “incertezza”. E l’incertezza è un tarlo che rode dall’interno e rende fragile chi lo ospita. Incerto è il futuro dei lavoratori, diretti e dell’indotto; incerto è il futuro dello stabilimento siderurgico; incerto lo stato delle bonifiche. Anni di incertezza hanno minato profondamente la coesione sociale, esacerbato la dicotomia tra chi in fabbrica ci lavora e chi ne paga le conseguenze: da una parte gli operai, dall’altra gli ammalati. Ad oggi, vittime tutti. È tempo di scelte coraggiose e definitive, se un modello industriale ha mostrato tutti i suoi limiti occorre proporne uno nuovo, altrimenti potremmo parlare di inutile accanimento».

Lo ha detto anche prima delle elezioni amministrative, rivolgendosi agli allora candidati sindaco: “agire sempre per il bene comune”. Per chi ha un ruolo pubblico è facile farsi sedurre dai personalismi. Quale dovrebbe essere secondo lei la strada maestra?

«Quello che ho detto “agire sempre per il bene comune”. Occorre farlo, oltre che con responsabilità, con competenza. E con il coraggio di scelte anche impopolari ma utili per la città. Ormai sono qui da un tempo che mi consente di sentirmi tarantino: ricostruiamo insieme l’orgoglio di appartenere a una comunità, lavoriamo sulla cura dei beni comuni, sul decoro urbano, la legalità. Mi piacerebbe che l’atmosfera che si vive a Taranto durante i Riti della Settimana santa fosse la stessa tutto l’anno».

Un pensiero per gli ammalati, per i giovani che lasciano la città, per i disoccupati, i lavoratori precari, i senzatetto, i poveri che frequentano mense e dormitori. Gli invisibili, gli ultimi, sono troppo spesso dimenticati. C’è bisogno di un richiamo alle responsabilità, al prendersi cura del prossimo?

«Viviamo un periodo storico che promuove l’individualismo; la politica, la tecnologia, i social, ci vendono un surrogato arido di comunità, ci fanno credere di essere in tanti ma siamo solo un consumatore tra tanti. Ci sono semi di speranza, uomini e donne che ancora dedicano il loro tempo a prendersi cura del prossimo, lo vedo nelle parrocchie, nel nostro centro notturno, nelle meritevoli associazioni di vari indirizzi, ma non possiamo dire che sia una disponibilità diffusa. Avere a cuore il prossimo nei fatti non è complicato: una parola, un gesto di conforto, un’ora del proprio tempo sottratta al tran tran quotidiano, potrebbero da soli fare la differenza. Sarà un Natale più povero di cose certamente, riempiamolo di amore e solidarietà. Del resto, non è quello il suo significato?».

Il nuovo anno sarà ricco di sfide per Taranto: dalla questione del Siderurgico all’apertura del nuovo ospedale San Cataldo, dalla rivoluzione della mobilità con le Brt ai Giochi del Mediterraneo. Troppe occasioni sono state perse in passato. A chi ha smarrito la fiducia, a chi dice che “non cambierà mai niente”, cosa si sente di dire?

«La città è tutta un cantiere, i disagi che inevitabilmente tutti subiamo sono pari alla speranza di una definitiva inversione di tendenza, uno sguardo rivolto al futuro con le radici ben salde nella Storia. La sfida è titanica, richiede comunione di intenti e superamento delle ambizioni personali, confronti franchi ma costruttivi, in una parola: unità. Ciò che ha sfiancato l’opinione pubblica sono gli anni che la politica ha sprecato, il peggioramento della qualità della vita, le giovani generazioni che hanno dovuto realizzare le proprie ambizioni lontano dai loro affetti. Tornare a sentirsi ed essere “cittadini”, questa è la sfida più grande. È una responsabilità pesante e condivisa con le istituzioni, non delegata».

 

Una risposta

  1. L’arcivescovo dice cose sacrosante e pienamente condivisibili. Peccato che non ha detto niente sulla “Cittadella” e peccato che nemmeno gli è stato chiesto. Pazienza! Buon Natale ugualmente.

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