Le classifiche tornano puntuali e, ancora una volta, collocano Taranto nei bassifondi della qualità della vita. Un verdetto che pesa, che fa rumore e che rischia di cristallizzare un’immagine già segnata. Ma dietro i numeri e gli algoritmi si muove una città più complessa di quanto raccontino le graduatorie. Il mondo delle imprese e delle associazioni datoriali rifiuta la lettura rassegnata dei dati e prova a ribaltare la prospettiva: le classifiche come campanello d’allarme, non come condanna definitiva. La sfida, oggi, è trasformare l’ennesima fotografia negativa in un punto di partenza, individuando responsabilità, priorità e traiettorie di sviluppo capaci di incidere davvero sulla vita quotidiana dei cittadini.

Per Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto, «le analisi, per quanto impietose, non devono indurci a facili pessimismi». Rimanere stabilmente nelle fasce più basse, osserva, rischia di alimentare un racconto distorto del territorio, «come se qui non si muovesse nulla», mentre «Taranto è una realtà in fermento da anni, attraversata da trasformazioni profonde che le imprese vivono ogni giorno». Le aziende, piccole, medie e grandi, stanno innovando e diversificando, con ricadute che iniziano a essere «tangibili e misurabili». Questo, chiarisce Toma, non significa negare i limiti delle classifiche, ma leggerle con spirito critico: «Rispondono spesso a cliché consolidati che blindano il territorio in una fascia penalizzante». Allo stesso tempo, però, diventano uno stimolo a intervenire sugli indicatori più deboli: decoro urbano, servizi, verde, welfare. Prima di tutto, resta centrale il lavoro: «Dobbiamo creare opportunità per i giovani». Senza dimenticare, aggiunge, che esistono anche altri parametri in cui Taranto emerge per clima, qualità della vita quotidiana, senso di comunità. «C’è ancora molto da fare, ma impariamo anche a non piangerci addosso».

Più diretto il giudizio di Fabio Greco, presidente di Confapi Taranto, che riconduce le classifiche a una «situazione estremamente complessa», segnata da problemi economici, sociali e ambientali stratificati nel tempo. A pesare, sottolinea, è soprattutto «uno stato di incertezza cronica che ci impedisce di fare scelte lucide e ci porta ad aspettare che decidano altri». Taranto vive «uno dei momenti più difficili della sua storia recente», ma Greco invita a non trasformare la difficoltà in resa: «Uscire da questa crisi è possibile, non bisogna arrendersi». La chiave è la coesione: «Serve che tutte le forze sane della città inizino a remare nella stessa direzione». Guardando al futuro, con un 2026 ricco di appuntamenti anche internazionali, Greco parla di una città chiamata a «prendere consapevolezza dei propri mezzi», imparando dagli errori del passato. «Il futuro non deve spaventarci», conclude, «ma accompagnarci con maggiore fiducia».

Leonardo Giangrande, presidente di Confcommercio Taranto, invita a leggere le classifiche «andando a fondo dei parametri» e senza fermarsi alla posizione finale. «Sono indicatori con cui facciamo fatica a stare al passo da anni», ammette, ed è per questo che la risalita appare complessa. Il nodo vero, secondo Giangrande, è la direzione: «Bisogna decidere dove si vuole portare la città, con una visione chiara al 2030 e al 2040». Senza programmazione, avverte, «i risultati non arrivano». Le scelte non sono più rinviabili: dalla riqualificazione urbana alla questione industriale, «una situazione ormai mortificante che condiziona tutto». La qualità della vita, ricorda, dipende anche dalle decisioni collettive e dalla capacità di pianificare. «Abbiamo tutte le condizioni per invertire la rotta», sostiene, «ma serve lavorare insieme sugli stessi obiettivi». Nonostante le difficoltà, Giangrande si dice fiducioso: «La parola chiave resta programmazione».

Per Vincenzo Cesareo, presidente della Camera di Commercio Brindisi-Taranto, le classifiche «non sono false», perché basate su dati e algoritmi, ma «non rendono pienamente giustizia al territorio». Il primo limite, secondo Cesareo, è culturale: «Siamo noi i primi a non credere abbastanza nelle potenzialità della nostra terra». Accanto a questo, serve mettere a terra i progetti avviati, «dagli investimenti ai grandi eventi», e prestare attenzione agli indicatori che incidono sulle graduatorie. Cesareo richiama anche la necessità di rafforzare la capacità statistica del territorio, perché «i dati contano». Alcune criticità restano evidenti, come rifiuti e verde urbano, ma l’immagine complessiva rischia di essere «fuorviante». «Viviamo in uno dei posti più belli del mondo e spesso ce ne dimentichiamo», osserva, sottolineando come parametri come mare, bellezza e contesto non trovino spazio nelle classifiche. «Bisogna lavorare sui problemi, ma anche raccontare meglio ciò che siamo».

Chiude Fabio Paolillo, segretario generale di Confartigianato Taranto, per il quale le classifiche non devono essere vissute «come una condanna», bensì come «una chiamata alla responsabilità collettiva». Continuare a fermarsi alla fotografia delle criticità non basta più: «È il momento di passare dalla critica all’azione». Al centro, dice Paolillo, devono tornare le persone e la piccola impresa, «ossatura economica e sociale del territorio». Taranto, ricorda, «è molto più dei suoi problemi»: lavoro, competenze, creatività e bellezza spesso restano in ombra. «La città va ripulita, fisicamente e nel suo animo», restituendo senso di appartenenza e orgoglio. Serve fare squadra con istituzioni e rappresentanza politica, superando la monocultura economica: «Una siderurgia ambientalizzata deve convivere con nuove filiere, dal mare al turismo, dall’artigianato al commercio». Solo così, conclude, «la qualità della vita potrà davvero cambiare».

Dalle diverse voci emerge un filo comune: i dati non vanno negati, ma governati. Le classifiche possono inchiodare o spingere a reagire, a seconda delle scelte che seguono. Servono programmazione, coesione e decisioni nette, capaci di superare vecchi schemi e monoculture economiche. La qualità della vita non migliora per inerzia, né per decreto: si costruisce con lavoro, servizi, visione e fiducia condivisa. È su questo terreno che il sistema economico locale chiede di misurarsi, per smettere di inseguire le classifiche e iniziare, finalmente, a riscriverle.

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