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In una città già segnata da crisi industriali, vertenze infinite e tassi di disoccupazione tra i più alti d’Italia, ora è il lavoro nei call center a finire sotto la scure dell’incertezza. Circa 800 addetti impiegati tra Covisian, Network Contact e System House guardano con angoscia al cambio di appalto Enel che, dal secondo anno di gara, potrebbe aprire la strada a delocalizzazioni, licenziamenti e intelligenza artificiale al posto delle persone.

«La fotografia scattata dall’ultimo rendiconto sociale INPS di Taranto parla chiaro: non possiamo più permetterci il rischio di perdita di ulteriori posti di lavoro. La condizione è drammatica», hanno denunciato SlC Cgil, Fistel Cisl e Ugl Telecomunicazioni nel corso di una conferenza stampa. Un allarme che parte dal territorio ionico ma assume una portata nazionale e che porterà venerdì 9 gennaio a scioperi e assemblee in più presìdi italiani.

Qui, dove ogni posto di lavoro pesa come un macigno, la prospettiva è vissuta come una minaccia diretta. Il nuovo assetto della commessa Enel prevederebbe l’uso dell’intelligenza artificiale e la possibilità di trasferire le attività in altre città, eludendo la clausola sociale sulla territorialità. In concreto, spiegano i sindacati, questo significa una scelta secca per molti lavoratori: o trasferirsi a centinaia di chilometri, o uscire dal perimetro occupazionale.

«È un cappio al collo che suona come un bere o affogare», affermano le sigle. Un meccanismo che colpisce soprattutto chi lavora part-time involontario, con redditi già ridotti e margini di manovra inesistenti. «Succede questo: un’azienda a partecipazione pubblica elude la territorialità di una clausola sociale che abbiamo fortemente voluto proprio qui», denuncia Vera Monaco (Slc Cgil). «Si permette alle aziende di gestire la commessa a distanza di chilometri. Immaginiamo famiglie costrette a lasciare tutto per inseguire un part-time: o accetti o ti licenzi. Per noi questa è una volontà di esubero mascherata».

Per Ugl il quadro è altrettanto netto. «Non è solo un ricatto occupazionale, è una scelta scellerata», dice Francesco Russo. «Dietro ogni licenziamento c’è una perdita di reddito, di consumi, di contributi. L’economia locale si contrae e lo Stato si ritrova con meno contribuenti. E il rischio è l’effetto domino: se lo fa Enel, lo faranno altri».

Fistel Cisl richiama anche il quadro normativo. «Abbiamo difeso una legge dello Stato e un contratto che tutelano la clausola sociale», sottolinea Gianfranco Laporta. «Qui si tenta di aggirare la territorialità per mascherare licenziamenti. Chiediamo che queste scelte vengano revocate e che i bandi rispettino il limite dei 15 chilometri. A Taranto parliamo di 800 lavoratori, ma sul prossimo bando del front office i numeri saliranno ancora».

In vista dello sciopero del 9 gennaio, lavoratori e sindacati hanno scritto al sindaco, alla giunta e ai consiglieri comunali di Taranto, oltre che ai rappresentanti regionali e parlamentari pugliesi. La richiesta è una sola: una presa di posizione chiara contro delocalizzazioni, automazione selvaggia ed elusione della clausola sociale. La lettera, pur articolata, ruota attorno a pochi punti chiave: stop alla sostituzione dei lavoratori con l’intelligenza artificiale, rispetto della territorialità, responsabilità di un’azienda pubblica verso i territori.

Per i sindacati il rischio è concreto e immediato. «La perdita anche solo di un lavoratore su questo territorio avrebbe effetti pesanti», avvertono, chiedendo alle istituzioni locali e regionali di schierarsi apertamente. A Taranto la vertenza riguarda circa 800 addetti, ma il timore è che il modello possa estendersi ad altre commesse e ad altri settori, innescando una spirale difficile da fermare. Un precedente che, se passasse sotto silenzio, potrebbe aprire la strada a una deregolamentazione più ampia del lavoro nei servizi.

Il nodo resta la clausola sociale sulla territorialità, introdotta proprio per evitare che i cambi di appalto si trasformino in strumenti di espulsione dal lavoro. «Se viene aggirata, salta una tutela fondamentale», ribadiscono le sigle. Ed è su questo punto che si concentra anche la richiesta alla politica: intervenire ora, prima che le decisioni diventino irreversibili. Il timore, condiviso da tutte le organizzazioni, è l’effetto domino. «Se passa qui, passa ovunque», sintetizzano.

A Taranto la preoccupazione è doppia. Da un lato il peso di un’economia locale già segnata da crisi industriali storiche, dall’altro la consapevolezza che il comparto dei call center rappresenta una delle poche valvole occupazionali ancora attive, soprattutto per donne e giovani. Per questo la mobilitazione del 9 gennaio viene vissuta come un passaggio chiave, non solo simbolico. «O si corregge ora la rotta, o il danno sarà strutturale», avvertono.

Il messaggio che parte dal capoluogo ionico è diretto: fermare un meccanismo che rischia di trasformare un cambio di appalto in una selezione naturale tra chi può permettersi di partire e chi no. In gioco non c’è solo un contratto, ma la tenuta sociale di un territorio già messo alla prova. Per questo, spiegano i sindacati, «non chiediamo solidarietà, chiediamo responsabilità». E il 9 gennaio sarà il primo banco di prova.

 

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