Il rumore del vuoto, all’ex Ilva, non si è ancora spento. Dopo la morte di Claudio Salamida, l’acciaieria 2 lavora a metà, con il convertitore 1, mentre il 3 è chiuso, sigillato, sotto sequestro. È lì che l’operaio 46enne è precipitato dal quinto piano. È lì che ora si concentrano domande, rabbia e carte giudiziarie.

La Procura della Repubblica di Taranto ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’area del convertitore 3 e ha acquisito tutta la documentazione sulle attività di manutenzione. Un fascicolo pesante, perché i lavori sull’impianto sono stati lunghi e complessi: avviati a settembre, conclusi il 5 gennaio, poi un nuovo stop per ulteriori regolazioni. In mezzo, turni, squadre, ditte esterne, coordinamento della sicurezza affidato a un professionista non interno. Un mosaico che la pm Filomena Di Tursi sta ricomponendo pezzo dopo pezzo con l’ipotesi di omicidio colposo e violazione delle norme antinfortunistiche.

Il punto chiave è il piano di calpestio. Dove di solito c’è il grigliato metallico, c’erano pedane in legno. Provvisorie. Installate per consentire il passaggio delle attrezzature durante la manutenzione. Secondo i sindacati «le pedane si sono aperte per cause da accertare». Per gli inquirenti, ora, non è una formula: è un nodo. Chi ha disposto la sostituzione? Dovevano essere già rimosse? C’erano protezioni adeguate? È stato un cedimento o uno spostamento accidentale? E ancora: Salamida, che stava intervenendo sulle valvole dell’ossigeno, lavorava da solo. È scivolato? Ha perso l’equilibrio per la pressione esercitata? La risposta passerà anche dall’autopsia, per la quale la Procura conferirà l’incarico.

Dentro lo stabilimento il clima è teso. I reparti parlano sottovoce, si guarda in alto, si guarda a terra. Ogni passerella, ogni botola, ogni pedana diventa improvvisamente visibile. Poche ore dopo l’incidente, la doppia fuga di gas nei reparti Ene e Dta dell’Afo2 ha fatto scattare un altro allarme. L’azienda ha spiegato che «sono state avviate in via precauzionale le procedure di sicurezza previste a seguito dell’attivazione dei rilevatori ambientali di monossido di carbonio» e che «i lavoratori sono stati invitati ad allontanarsi dall’area, che è stata immediatamente messa in sicurezza». «Il personale tecnico, in collaborazione con i Vigili del Fuoco aziendali, è subito intervenuto per individuare e risolvere l’anomalia senza registrare danni alle persone o agli impianti». «Una volta ripristinate le condizioni di sicurezza, le attività di manutenzione straordinaria dell’Altoforno 2 sono regolarmente riprese». Ma il segnale, in una fabbrica già ferita, pesa.

Fuori, la voce dei lavoratori corre sui telefoni. Un commento ad un post, in una pagina Facebook dei dipendenti ex Ilva, sintetizza lo stato d’animo: «La morte di Claudio deve farci riflettere tutti, perché la sicurezza non è un favore ma un diritto sacrosanto. Nessun lavoro vale una vita. È giusto ribadire che denunciare non è vigliaccheria, ma responsabilità verso se stessi, le proprie famiglie e i colleghi. Onore e rispetto a chi ogni giorno sceglie di lavorare nel rispetto delle regole e di opporsi a un sistema che troppo spesso mette il profitto davanti alle persone. Riposa in pace Claudio». Parole che rimbalzano da reparto a reparto, più forti di qualsiasi comunicato.

Claudio Salamida lascia una moglie e un figlio di tre anni. Un dato che non entra nei verbali ma resta addosso. Come resta addosso l’immagine di quel quinto piano senza grigliato, coperto da tavole di legno. Come resta addosso la sensazione che, ancora una volta, la sicurezza sia stata un dettaglio e non la regola.

Il sequestro non riguarda l’intera acciaieria 2, che continua a produrre con il convertitore 1. Ma la fabbrica sa che questa non è una parentesi. È un confine. Da una parte il lavoro che va avanti, dall’altra una caduta che chiede risposte. E una città che, stanca di contare i morti, pretende verità.

In coda, anche la protesta: il 30 gennaio è annunciato un sit-in dal titolo «Giù le mani da Taranto». Gli attivisti parlano di salute, futuro, dignità. Ma oggi, più di tutto, pesa quel vuoto di sette metri. E una domanda che rimbalza tra gli impianti come un colpo secco: chi doveva impedire che accadesse?

 

 

 

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