Nel 1986 terminò la fase propulsiva di alcune band pop che caratterizzarono la prima metà degli anni ’80 (riferimento è a Duran Duran e Spandau Ballet) che in un certo senso proprio con i dischi editi in quest’anno ebbero un ultimo colpo di coda. Svolta decisiva, invece, per Madonna che nel sbancò definitivamente le classifiche così come per Prince che, grazie al singolone “Kiss”, ottenne un successo planetario.
Discorso differente per gli Smiths che pure produssero il miglior lavoro della propria discografia ad un anno dallo scioglimento e per i Depeche Mode che proseguirono, al contrario, la fase di ascesa graduale della loro carriera.
Chi, invece, proveniva dagli anni ’70, si adeguò definitivamente ai nuovi suoni del decennio ma anche alla cura della parte videoclip (MTV era all’apice). Il riferimento è ai Genesis – che rinnegarono in parte il loro passato di band prog-rock – producendo un lavoro pop-rock che gli regalò un enorme successo commerciale e ai Queen che completarono la trasformazione cominciata già con il precedente “The Work” del 1984. Svolta pop definitiva – ma di altissimo livello – anche per un altro reduce degli anni ’70, Peter Gabriel che dei Genesis era stato il cantante.
Il “nuovo” fenomeno, proveniente dagli States, fu rappresentanto dai Bon Jovi che riportarono le chitarre al centro dell’attenzione ma con un look (capelli cotonati) che richiamava quella cura dell’immagine che influenzò il decennio, specie nella prima parte.
DIECI ALBUM TRA QUELLI DA RICORDARE DEL 1986
Depeche Mode – Black Celebration – 13.03.1986
Questo disco rappresenta un punto di svolta per la carriera dei Depeche Mode perché si distacca completamente dai lavori precedenti e apre un bel varco per una nuova fase.
Siamo di fronte ad un capolavoro di produzione elettronica, quasi monolitico (ci sono brani che su vinile iniziano dove termina il precedente), di una cupezza mai espressa prima ad ora, sin dalla copertina. I testi e la musica raggiungono un hype emotivo eguagliato in pochissime successive rare occasioni.
Non ci sono grandi singoli da classifica (come in precedenza “People Are People” o “Everything Counts”) che trainano l’album ma certamente canzoni che danno un’anima alla musica elettronica, sin qui percepita fredda.
I singoli estratti sono differenti tra loro per sfumature: “Stripped” – uno dei loro migliori brani in assoluto- rappresenta l’essenza del disco, “A Question of Lust”, una delle più belle ballate elettroniche scritte ed interpretate da Gore, mentre “A Question of Time” ha un ritmo che ti aggredisce sin dalle prime note.
L’interesse della critica musicale nei loro confronti, con questo lavoro cresce e la fan base si allarga, mentre loro diventano quasi una religione. Lontani dal mainstream eppure in grado di affascinare un enorme e quasi insospettabile pubblico, i Depeche Mode erano, in quel momento, nella fortunata posizione di essere il segreto preferito di tutti.
Con Parade, Prince si conferma ancora una volta come artista geniale, non etichettabile, capace di reinventarsi continuamente. Questo album, segna la fine della collaborazione con The Revolution e rappresenta un punto di svolta artistico.
Parade è un’opera sofisticata e ambiziosa. Non ha la potenza radiofonica di Purple Rain, ma rappresenta il genio di Minneappolis forse al massimo della sua libertà creativa.
È un ponte tra il suo periodo più pop e le svolte funk-sperimentali degli anni successivi.
Parade abbraccia una scrittura più essenziale, mescolando pop orchestrale, jazz, funk, psichedelia e chanson francese.
L’album apre con “Christopher Tracy’s Parade”, che introduce subito un’atmosfera elegante e retrò, seguita da brani eterogenei come il pop cinematografico di “Girls & Boys”, l’acustica “Sometimes It Snows in April”, e l’electro-funk di “Mountains”.
Il picco commerciale e creativo è assolutamente rappresentato da “Kiss”, hit mondiale, iconica (ricordate Julia Roberts che la canta nella vasca da bagno nel film “Pretty Woman”?) che mette insieme una base minimale, falsetto sensuale e ironia funk: un capolavoro di sottrazione e stile. È il brano che meglio sintetizza l’estetica dell’album, dove Prince gioca con il vuoto e il pieno, la pelle e l’elettronica.
Quinto album solista per l’ex-vocalist dei Genesis che dopo anni di sperimentazioni art-rock, si concede un disco che unisce profondità artistica e successo commerciale, firmando un’opera ricca di sonorità globali e impreziosita da grandi collaborazioni: il batterista Jerry Marotta, il bassista Tony Levin, il chitarrista David Rhodes, il produttore e tecnico del suono Daniel Lanois (già con gli U2), oltre ai “cameo musicali” dell’ex batterista dei Police, Stewart Copeland, della cantante di culto Kate Bush e del frontman dei Simple Minds, Jimm Kerr.
So è stato un enorme successo, ha venduto milioni di copie nel mondo (5 milioni solo negli Stati Uniti, dove fu disco di platino).
Il singolo “Sledgehammer”, dalla ritmica funky-soul resta ancora oggi, uno dei più grandi successi di Gabriel, grazie anche al videoclip rivoluzionario (realizzato con la tecnica dello stop motion animata, all’avanguardia in quel periodo) che per anni ha detenuto il posto come video più trasmesso da MTV.
Da menzionare il duetto in “Don’t Give Up” con Kate Bush (due voci che si intrecciano in una delle ballate più intense degli anni ’80), “In Your Eyes” (spirituale e passionale, con influenze world music e la voce ospite di Youssou N’Dour), e l’elettro-funky di “Big Time”, un brano che più pop non si può ma con una sua precisa identità che suona ancora oggi moderno a conferma che Peter Gabriel è sempre stato un’artista avanti.
Queen – A Kind of Magic – 02.06.1986
A Kind of Magic è l’album che accompagna il periodo finale dei grandi tour dei Queen, oltre a rappresentare la colonna sonora (non ufficiale) del film Highlander – L’ultimo immortale.
È un disco che miscela epicità cinematografica, rock da stadio e influenze pop anni ’80, diventando uno degli ultimi grandi successi prima del ritiro dalle scene live di Freddie Mercury. Molte delle tracce dell’album sono appunto ispirate dal film Highlander e questo dona un’atmosfera epica, a tratti fiabesca.
La title track “A Kind of Magic” è una canzone pop-rock magnetica dal ritornello immediato. E poi “One Vision”, traccia d’apertura potente, tra hard rock e sperimentazione, e la splendida e emozionante “Who Wants to Live Forever”, struggente ballata orchestrale firmata da Brian May, resa immortale dalla voce di Mercury. Uno dei momenti più toccanti dell’intera discografia Queen.
La produzione, curata dalla band con David Richards (Bowie, Iggy Pop), è molto “anni ’80”: sintetizzatori, batteria elettronica e suoni levigati,
A Kind of Magic non è forse il capolavoro assoluto dei Queen, ma è un disco con diversi brani memorabili, capace di sintetizzare la loro vena epica, melodica e teatrale. Fece seguito l’ultima grande tournée di Freddie, immortalata nel celebre Live at Wembley ’86.
Genesis Invisible Touch 06.06.1986
Con l’inizio degli anni ’80, il progressive rock stava perdendo interesse, costringendo molti gruppi a reinventarsi. Tra questi i Genesis che, per stare al passo con i tempi, diedero libero sfogo alla loro vena più pop, facendo storcere il naso ai fan della prima ora che subissarono di critiche Phil Collins e compagni.
Eppure l’album segnò l’apice commerciale della band inglese, divenendo il più venduto in assoluto negli Stati Uniti, con sei dischi di platino.
“Invisible Touch” è di fatto la conferma del cambio stilistico della band brittannica, sancendo un aggiornamento delle sonorità che ne avevano sino ad allora caratterizzato il cammino.
Il gruppo si lasciò trasportare nelle sonorità elettroniche tipiche degli anni ’80.
Singoli come la title-track e “Land of Confusion” hanno un sapore decisamente pop e sono accattivanti fin dal primo ascolto. Non mancano alcuni richiami al loro passato progressive rock come nella parte centrale di “Tonight, Tonight, Tonight”, dove le tastiere tornano a dominare.
Invisible Touch” è un album indubbiamente dalle sonorità fresche, luminose e immediate . I cinque singoli usciti, restano, tra i più ascoltati della loro discografia.
The Smiths – Queen in Dead 19.06.1986
Considerato l’apice artistico, la band guidata dalla voce leggendaria di Morrissey e dalla chitarra geniale di Johnny Marr, firma un’opera intensa, elegante, tagliente. Un album che unisce melodia, malinconia e ironia amara con una coesione rara.
Con questo disco, i The Smiths raggiungono una maturità musicale sorprendente. Morrissey firma alcuni dei suoi testi più iconici: disillusi, poetici, provocatori, spesso punteggiati da un sarcasmo sferzante.
Il titolo stesso – “The Queen Is Dead” – è una dichiarazione di guerra culturale, una critica alla monarchia come simbolo di un’Inghilterra decadente.
Splendidi singoli che gli fanno da traino: la bellissima e struggente “The Boy With The Thorn In His Side”, “Bigmouth Strikes Again”, col suo immortale giro di chitarra, “There Is A Light That Never Goes Out”, perla incastonata com’è in una melodia elegante e asciutta, una poesia d’amore giovanile che sfiora il sublime.
“The Queen Is Dead” è un classico senza tempo. Unisce intensità emotiva e sarcasmo, bellezza e amarezza. È il disco che ha fatto dei The Smiths una leggenda del rock alternativo e ha influenzato generazioni di musicisti e ascoltatori.
Madonna – True Blue – 30.06.1986
Con questo disco Madonna compie il suo primo vero salto artistico. Dopo il successo dei primi due album, qui si presenta più matura, romantica e consapevole, sia sul piano musicale che tematico.
Prodotto insieme a Stephen Bray e Patrick Leonard, True Blue abbandona parte del synth-pop acerbo degli esordi per abbracciare sonorità più raffinate, ispirate agli anni ’60, alla musica latina e al pop orchestrale.
Il cambiamento è evidente già dalla ballata “Live to Tell”, primo singolo del disco: introspettiva, malinconica, cinematografica al punto da essere inserita nella colonna sonora del film con Sean Penn “A distanza ravvicinata”, a quei tempi marito di Madonna.
Il cuore dell’album è una sequenza di singoloni da classifica: – “Papa Don’t Preach”, “Open Your Heart”, “True Blue”, “La Isla Bonita”. I videoclip diventano veri cortometraggi che MTV rilancia in continuazione.
True Blue è il disco con cui Madonna passa da popstar ad icona pop mondiale, ottenendo uno strepitoso successocommerciale. Parallelamente alla musica, Madonna costruisce con True Blue un’immagine nuova: platino, anni ’50, diva ribelle.
Bon Jovi – Slippery When Wet 08.08.1986
I Bon Jovi firmano uno degli album più iconici degli anni ’80 e diventano superstar globali, con oltre 28 milioni di copie vendute. È il disco che definisce il sound dell’hair metal commerciale: un mix travolgente di hard rock, pop, e melodia di facile ascolto radiofonico.
I Bon Jovi divennero un fenomeno culturale, facendo scuola e ispirando decine di band.
L’album porta al centro la voce di Jon Bon Jovi, la chitarra potente di Richie Sambora, cori memorabili e arrangiamenti pensati per conquistare le masse. Contiene tutti gli ingredienti in grado di piacere al rocker romantico: brani da cantare a squarciagola nelle arene e ballate da accendini al buio negli stadi.
La sequenza di brani che citeremo sono rimasti nella storia dell’hard rock made in USA: “You Give Love a Bad Name” (apertura esplosiva, riff immediato e ritornello da urlare in coro), “Livin’ on a Prayer” (crescendo emotivo per una traccia epica di puro hard rock), “Wanted Dead or Alive”( ballata western-rock, acustica e malinconica) e “Never Say Goodbye” (classica power ballad sentimentale).
Insomma, un manifesto del rock degli anni ’80, fatto di sogni, cori da stadio e capelli cotonati. Non è perfetto, non inventa nulla di memorabile ma è efficace, travolgente e senza tempo per chi cerca puro intrattenimento rock.
Spandau Ballet Through the Barricades 17.11.1986
Con quest’album gli Spandau segnano un’evoluzione importante: da band simbolo del New Romantic britannico a gruppo maturo, capace di affrontare temi più profondi con una scrittura musicale più riflessiva e solida.
È il loro quinto album in studio e, per molti, l’ultimo vero grande capitolo della loro carriera prima delle tensioni interne e del declino commerciale.
Il capolavoro dell’album è senza dubbio “Through the Barricades”, una ballata potente e malinconica, ispirata al conflitto nordirlandese. Il brano parla d’amore e divisione con delicatezza e intensità, sorretto dalla voce sentita di Tony Hadley e da un crescendo emotivo che resta uno dei momenti più alti del pop britannico anni ’80.
Through the Barricades è un disco meno immediato rispetto ai precedenti e suona più profondo, coeso e maturo. Segna la fine di un’epoca e l’ambizione di essere qualcosa di più di una band da classifica.
La title track da sola basta a giustificarne l’importanza per gli amanti del pop ma ci sono altri pezzi che all’epoca fecero presa come “How Many Lies?” “Man in Chains” e “Fight for Ourselves” che mostrano l’anima più soul e impegnata del gruppo.
Duran Duran – Notorius 17.11.1986
la pop band più famosa del pianeta, nella prima metà degli anni’80, prova a reinventarsi, dopo lo scioglimento parziale della formazione originale a cinque, che si ritrova a rifondarsi come trio: Simon Le Bon, Nick Rhodes e John Taylor.
L’album rappresenta un unicum nella discografia perché si distacca dalle loro precedenti produzioni, facendosi trascinare da una svolta funk-pop raffinata, dovuta alla riconoscibile impronta del nuovo produttore Nile Rodgers (già chitarrista degli Chic, gruppo disco anni ’70), e figura chiave nella trasformazione sonora del gruppo (in seguito porterà al successo da classifica i Daft Punk).
Notorious segna l’abbandono dei suoni new wave e synth-pop puri degli esordi, abbracciando un funk-pop elegante e influenzato dalla black music. L’album è pervaso da bassi incisivi, da una sezione fiati mai così presente in precedenza, ritmiche serrate e atmosfere sensuali, che ne fanno una delle produzioni più raffinate dei Duran Duran.
Nei brani inseriti nell’album i primi due singoli sono quelli che lasciano maggiormente il segno: “Notorious” (irresistibile, funky, tagliente) e “Skin Trade” (brano ambizioso con Simon Le bon, il cantante, impegnato a fare il verso in falsetto ad un certo Prince, tra fiati soul e atmosfere sofisticate).

