Per molto tempo, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del secolo scorso, nei paesi scandinavi era in uso inserire sugli inviti a feste o cenacoli culturali di famiglie importanti la seguente dicitura: “si prega di non discutere di Casa di bambola”.
L’aneddoto, storicamente fondato, viene riportato nell’ampia introduzione di Franco Perrelli, docente al DAMS di Torino ed insigne studioso di teatro, nella recente nuova edizione del capolavoro di Henrik Ibsen, pubblicato in una sontuosa edizione da Mondadori nella collana dei “Meridiani” fondata nel 1969 dal poeta Vittorio Sereni.
È vero, infatti, che (al pari di Anna Karenina, Le avventure di Huckleberry Finn e Madame Bovary) il dramma in tre atti dello scrittore norvegese suscitò tale clamore da costringerlo a modificarne il finale per l’edizione in lingua tedesca, cosa che invece non accadde in Italia dove l’opera fu rappresentata per la prima volta il 9 febbraio 1891 con traduzione di Luigi Capuana e magistrale interpretazione addirittura di Eleonora Duse, lasciando tuttavia indecisa la critica italiana.
Ma perché “Casa di bambola”, o meglio “Una casa di bambola”, resta un’opera così controversa e scioccante? Questa nuova traduzione e l’ampio commento introduttivo aiutano anche il lettore non esperto a comprenderne l’originalità perché, sia pure fondata su un’esile struttura narrativa, l’opera di Ibsen fu una colossale sberla al perbenismo dei suoi tempi.
Nora è la protagonista di una tiepida storia d’amore apparentemente felice, funestata dai problemi di salute del marito a causa dei quali ella è costretta a commettere un illecito (una firma falsa) e a chiedere un grosso prestito all’amico Krogstad, il quale lavora nella stessa banca dove lavora il marito.
Non sopportando i ricatti del creditore e addirittura patendo gli insulti del marito che la ripudia dopo aver scoperto il fatto, Nora capisce che la sua felicità è in realtà una felicità inautentica. Ella squarcia il velo di Maya schopenauriano delle apparenze e si scopre allo specchio succuba del marito, nonché vittima delle convenzioni sociali. La sua reazione è tuttavia sorprendente quanto energica, perché Ibsen la consegna alla storia del teatro moderno rendendola, sia pur tardivamente, una donna “ribelle”, la quale abbandona il tetto coniugale per ricostruirsi una vita.
Ecco, dunque lo scandalo e le ampie polemiche che animavano, con giudizi spesso sprezzanti, le conversazioni intorno a questa vicenda. Ibsen aveva tratto spunto, romanzandola, da una storia analoga riguardante una sua amica e con tale dramma riuscì a portare alle estreme conseguenze il corrosivo realismo di tutto il suo arco produttivo, caratterizzato da temi ancora attuali come quelli dei diritti delle donne, come pure della corruzione e del nepotismo dei politici, della dilagante superficialità dei borghesi, sino ad anticipare i temi delle maschere sociali che in quegli stessi anni avrebbero trovato ampia divulgazione sia nel teatro pirandelliano che nei concetti di “scena” e “proscenio sociale” teorizzati da Goffman.
Ragazzino solitario e brusco, aduso a picchiare chi voleva bullizzarlo, Ibsen avrebbe voluto studiare Medicina, ma si era presto appassionato alla letteratura antica (anche scrivendo poesiole giovanili) adattandosi per molti anni a lavorare come garzone in una farmacia a causa delle precarie condizioni economiche della sua famiglia.
Da quell’osservatorio privilegiato egli aveva preso l’abitudine di spiare tic, manie, finzioni e ruoli sociali (si narra che anche da anziano egli soleva nascondere uno specchietto per spiare i passanti) e così erano nate le prime opere teatrali come “Catilina” e “Il tumulto del guerriero”, cui erano seguite tra il 1877 e il 1890, quando Ibsen grazie al violinista Ole Bull aveva assunto la direzione di un teatro, capolavori come “I pilastri della società” (denaro, potere e maschere) e, appunto, “Casa di bambola”, che resta non solo il suo dramma più noto ma in assoluto uno dei vertici del teatro di tutti i tempi al punto che, appena diciottenne studente a Dublino, James Joyce, dopo essersi guadagnato ventitrè ghinee scrivendo una recensione su Ibsen, volle scrivere all’ormai settantatreenne scrittore norvegese per comunicargli tutta la sua ammirazione, paragonandolo addirittura a William Shakespeare.
Proprio per i temi trattati in questo dramma, pertanto la meritoria iniziativa della Mondadori assume una connotazione particolarmente cogente, offrendo spunti di riflessione sulle falsità e sulla violenza psicologica (e non solo!) che tutt’oggi caratterizzano la vita quotidiana di molte donne anche nell’apparentemente evoluto mondo occidentale.
“Una casa di bambola”
di Henrik Ibsen, introduzione a cura di Franco Perrelli
Mondadori editore- 2025
pp.224- Euro 22,00
*recensione a cura di Alessandro Epifani
