Silvia Di Comite, 28enne tarantina, ha trovato sin da bambina rifugio nella letteratura diventando una divoratrice seriale di libri. Oggi è in libreria con l’esordio letterario “Particolarmente sensibile” di Giacovelli Editore.
Se dovessimo stabilire la data in cui è sorta questa sua passione, sicuramente sarebbe il 6 gennaio di una ventina di anni fa. Ogni persona prova a costruirsi il proprio futuro ma lo sguardo lungimirante della nonna Mimma aveva presagito dove avremmo incanalato le nostre passioni primordiali. Se chi scrive, per l’appunto, trovò nella Calza della Befana il “Libro dei Perché”, Silvia, al contrario, ricevette “L’Iliade illustrata”. In questo modo è cresciuta coltivando un amore viscerale per la letteratura e per tutto ciò che parla al cuore.
Laureatasi in “Archeologia, Storia e Letterature del Mondo Antico” all’Università di Trieste, ha proseguito gli studi a Verona conseguendo la magistrale in “Tradizione e Interpretazione dei Testi Letterari”, approfondendo il dialogo tra memoria, parola e identità. Nel 2018 ha aperto la pagina Instagram “Battiture” che nel tempo è diventata una vera comunità di oltre 130.000 persone accomunate dal desiderio di bellezza, gentilezza e rinascita.
Questo libro è un diario di dieci anni in cui hai trascritto pensieri, poesie, brandelli di notte presi al volo sullo schermo del cellulare, appunti nei margini dei libri, scontrini e fogli sparsi per casa. C’è un prima fatto di perdita e smarrimento e un dopo che chiameresti “ritorno a me” ma ti rivolgi anche a terzi con l’espressione “Spieghiamo le vele. Ce l’abbiamo fatta”. Quel che può sembrare un diario intimo e personale in realtà pone lo sguardo, anche, in chi legge. A chi ti rivolgi?
«Mi rivolgo a chi si riconosce nelle mie maree interiori, a chi ha sentito il peso delle delusioni, delle incertezze e dei tradimenti. Le onde che racconto sono le mie ma anche quelle di chiunque abbia attraversato il mare agitato della vita. Questo libro è una mano posata sulla spalla della me del passato ma anche su quella di chi si sente smarrito: spieghiamo le vele. Non siamo soli. Ce l’abbiamo fatta, o lo faremo».
C’è una storia che si cela dietro il titolo “Particolarmente sensibile”?
«Sì. Nel 2019 ho ritrovato le mie vecchie pagelle delle elementari. Nella valutazione comportamentale c’era scritto: “particolarmente sensibile”. Allora pensavo fosse solo timidezza, sensazione di sentire troppo. Ora so che era la mia natura. Questo titolo mi rappresenta profondamente, è autentico e vicino a chi sono davvero. Non è solo un nome: è un pezzo di me».
Ancor prima dell’introduzione interpelli la piccola te e scrivi “A chi si sente difficile da amare”. Si tratta della difficoltà di amare sé stessi?
«Per molto tempo ho pensato di essere difficile da amare perché sentivo troppo, perché chiedevo verità e connessione. Crescendo ho capito che questa difficoltà nasceva dal modo in cui mi guardavo, o meglio, dal modo in cui non riuscivo a guardarmi. Quando non ci si vuole bene, si finisce spesso in amori che rispecchiano questa mancanza. Questo libro è dedicato a chi ha faticato ad amarsi e ha vissuto incontri che hanno reso il peso della vita ancora più pesante. Ora so che quando cominci a volerti bene, tutto cambia: il mondo diventa più leggero, meno ostile».
Dedichi una poesia a Cassandra intitolata “Noi siamo Cassandra” perché di tutta la mitologia greca, hai scelto lei e come motivi questo titolo?
«Cassandra mi ha scelta. Non era una decisione razionale: il suo nome compariva nei sogni, nei libri, nella musica. È diventata una voce della mia interiorità, simbolo della donna che vede la verità ma non viene ascoltata. “Noi siamo Cassandra” significa che ogni donna che ha lottato e amato senza essere compresa porta dentro di sé un frammento di lei. Fragilità e forza possono coesistere, il dolore può diventare poesia e anche quando il mondo non ascolta, la propria voce può risuonare con verità».
Nel porti questa domanda si ha la sensazione di camminare su un pavimento di cristallo perché nella poesia “Lucifero” riveli autenticamente le tue vulnerabilità. Emerge chiaramente la parte più intima e fragile di te, conosciuta solo da una persona che hai amato, la quale però l’ha maneggiata con la stessa delicatezza con cui un affamato impugnerebbe un bel panino farcito. Quando hai capito che questa persona fosse un “Lucifero” e perché i tuoi malesseri parlano la sua lingua?
«L’ho sempre sentito nel profondo, ma la consapevolezza piena è arrivata solo quando la realtà si è mostrata nuda. Non era Icaro, era Lucifero: l’angelo più bello, la luce che offuscava la mia. Simboleggia potenza, bellezza, solitudine e caduta. I miei malesseri parlavano la sua lingua perché erano segnati dalla sua presenza, dai suoi silenzi, dai suoi limiti. Nella sua caduta ho trovato il mio risveglio, nella sua forza la mia resilienza. È stata la prova più intensa di quanto dolore e crescita possano convivere».
Non può esistere linearità quando si cerca di dar voce alla sfera emotiva ed è questa la sensazione che si prova leggendo le tue pagine. Un fiume in piena di parole che provano a plasmare un ventaglio infinito di emozioni. In quel che pare un flusso di coscienza tradotto principalmente in poesia, ci sono però dei punti fermi. Sono delle ancore che ti permettono di non andare alla deriva e a cui dedichi diversi versi: tua mamma e tuo papà. È così?
«Sì. Le emozioni sono onde che arrivano senza preavviso, si sovrappongono e si contraddicono. La scrittura è sempre stata un fiume in piena. Mia mamma e mio papà sono le mie ancore: la loro presenza silenziosa mi ha permesso di non perdermi, anche nei momenti più duri. Dedicar loro versi è un modo per riconoscere che nel caos emotivo c’è sempre qualcosa che resta, che regge e salva».
Scrivi: «Come Taranto, abbandonata a me stessa, mi ricucio i polsi e attendo le navi nel vento salino dei marinai, severa nel mio resistere. Nel nostro resistere non c’è gloria, ma dignità». Dal tuo resistere, avvicinandosi verso la fine del libro, avviene una metamorfosi e scrivi a chiare lettere che hai cominciato a guarire. Dato il paragone, credi che il tuo stesso destino spetterà anche a Taranto?
«Ho scelto Taranto perché incarna chi continua a respirare anche quando sembra abbandonato. Come me, la città convive con ferite, difficoltà e contraddizioni, ma custodisce resilienza e dignità. Credo che anche Taranto possa guarire, lentamente ma davvero. La città e la mia esperienza si intrecciano: entrambe ferite, entrambe capaci di ritrovare dignità e pronte a rinascere».