Una schedina compilata di prima mattina. Penna in mano, numeri sussurrati a bassa voce, lo sguardo che corre sul monitor in attesa dell’estrazione. Anche a Taranto il gioco d’azzardo ha assunto proporzioni preoccupanti: cambia forma, si sposta dagli schermi dei cellulari ai banconi delle ricevitorie, dalle sale scommesse alle piattaforme online, ma resta una presenza costante, quotidiana. Invisibile a molti, devastante per alcuni.
Dietro quel gesto apparentemente innocuo, ripetuto come un’ossessione, si nasconde un fenomeno in crescita. I numeri del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Asl parlano chiaro: nel 2025 sono 237 i pazienti complessivamente presi in carico per disturbo da gioco d’azzardo, in aumento rispetto al 2024, quando erano stati 205, e in linea con il 2023 (236). Un dato che interrompe il breve calo registrato lo scorso anno e conferma una tendenza strutturale, aggravata dall’esplosione del gioco online.
Nel dettaglio, nel 2025 i nuovi utenti sono stati 90, a cui si aggiungono 21 rientri dopo una ricaduta e 126 pazienti già seguiti. Predomina la fascia d’età 45-49 anni, con 36 casi, seguita da quella 30-34 (31 casi), 50-54 (30), 40-44 (29) e 35-39 (27). A pari merito con 17 utenti le fasce 25-29, 55-59 e 65-80 anni; 16 i pazienti tra i 20 e i 24 anni, mentre sono due i casi nella fascia 15-19 anni, entrambi minorenni. Altri cinque utenti sono invece in carico al Servizio dipendenze da tecnologie.
Secondo il Libro nero dell’azzardo 2025 di Federconsumatori, Taranto è nona nella classifica delle province italiane per azzardo da remoto. Tutte le prime dieci superano i 3mila euro di spesa pro capite nella fascia 18-74 anni e hanno registrato crescite significative nel 2024. In provincia di Taranto il volume assoluto del gioco online ha superato 1,25 miliardi di euro, con una spesa pro capite di 3.161,60 euro; in città il volume delle giocate online è stato di oltre 455 milioni di euro.
È da qui che parte il nostro racconto. Dai numeri, certo, ma soprattutto dai luoghi e dalle persone. «L’aumento dei casi riguarda soprattutto la fascia tra i 45 e i 49 anni – spiega Katia Pierri, psicologa e psicoterapeuta, referente del Servizio Gioco d’Azzardo e Dipendenze Comportamentali – ed è un dato significativo perché gli assistiti arrivano quasi sempre in una condizione di cronicità. Un trentenne che arriva oggi spesso gioca già da vent’anni: il problema emerge quando diventa visibile anche per le persone intorno, che attivano la richiesta di aiuto. Anche il ventenne può aver iniziato a giocare a 11 o 12 anni».
Il servizio dell’Asl, dedicato alla prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione delle dipendenze comportamentali, è ad accesso diretto, libero e gratuito, senza impegnativa del medico di base. «Le giocate online sono tantissime – sottolinea Vincenza Ariano, direttrice del Dipartimento delle Dipendenze Patologiche – ed è facile anche per i minori, che spesso si spacciano per adulti. In molti casi i conti sono intestati ai nonni. Nel 2025 abbiamo preso in carico 90 nuovi utenti, circa il 30% in più rispetto all’anno precedente. Sono persone che arrivano da noi dopo aver già provato, inutilmente, a smettere da sole».
Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti. «Non c’è angolo della città senza una ricevitoria o una sala scommesse – osserva ancora Ariano – ma oggi gran parte del gioco si fa online. È un’evoluzione del rapporto con le nuove tecnologie, accelerata dal lockdown».
La presa in carico dei minori è ancora più complessa. «C’è un’escalation dal gioco conviviale a quello patologico – spiega Pierri – che si sviluppa nell’arco di anni. Finché la famiglia prende consapevolezza, passa molto tempo. Per questo è importante puntare sulla diagnosi precoce».
A pesare è un’eziologia multifattoriale: familiare, psicologica, sociale. «Ci sono luoghi comuni – aggiunge Pierri – da sfatare. Non bisogna pensare solo al giocatore che è arrivato a vendersi la casa. In tante situazioni parliamo di cifre importanti, ma dall’inoccupato al grande imprenditore, il gioco non si può ricondurre soltanto alla parte economica. Effettivamente l’alert scatta quando comincia a delinearsi un problema di soldi in famiglia perché ovviamente una persona che ha dovuto contrarre debiti, accendere finanziamenti, se non addirittura arrivare agli usurai, non riesce a uscire da questa spirale e chiede aiuto. Ma il problema economico si aggiunge a quello psicologico. Prima ancora c’è la perdita di relazioni, di tempo, di lavoro e di affetti».
Il percorso di cura è multidisciplinare. «L’equipe – chiarisce Ariano – è composta da uno psicologo, la dottoressa Pierri, un assistente sociale, un educatore e il medico, che in questo caso sono io e vedo gran parte dei pazienti. Ognuno prende in carico il paziente, poi ci si mette insieme per definire il piano terapeutico individualizzato e si va avanti con i trattamenti. Ci sono anche gruppi di auto-aiuto, giocatori che si riuniscono in una stanza e raccontano le proprie esperienze. Ma qui parliamo di gruppi terapeutici con la presenza di un professionista»
Per «guarigione», precisa la direttrice, «intendiamo una remissione oltre i cinque anni dall’ultima giocata, secondo il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, ndr). La percentuale di regressione si attesta intorno al 30-35%, che si allinea a quello nazionale e rappresenta comunque un risultato importante. Più che di guarigione dobbiamo parlare di cura e di controllo della patologia. È un percorso finalizzato a dare degli strumenti al paziente, e alla sua famiglia, affinché si possano intercettare segnali prodromici di un eventuale ricaduta».
Le scommesse online fanno ormai la parte del leone, ma le città restano disseminate di luoghi fisici in cui la giocata è ancora un rito quotidiano. Raggiungiamo una ricevitoria abilitata. Il flusso si nota sin dall’apertura, «ma c’è un calo – spiega il titolare – rispetto a qualche anno fa. La vendita dei gratta e vinci sta superando le giocate al lotto. Sono quattro le estrazioni settimanali». Quanti clienti al giorno? «Un centinaio», ci risponde. Tutto, ma proprio tutto, dipende dalla dea bendata. C’è chi prova i numeri che da sempre reputa fortunati, chi interpreta i sogni e li traduce in numeri. Ci sono i clienti abituali e quelli di passaggio. Il profilo è trasversale: scommettono giovani e anziani, uomini e donne. «Ma soprattutto dai 40 anni in su», racconta il tabaccaio.
Le cifre? «Massimo venti euro». Il nostro interlocutore non ricorda situazioni particolari, clienti per i quali il gioco sarebbe diventato una dipendenza. Ma mentre parliamo continuano ad arrivare clienti con in mano un pugno di schedine e di speranze. Lotto, superenalotto, 10eLotto. Gli occhi sono incollati sul monitor che campeggia nel locale: l’estrazione è un rituale che si ripete, l’attesa è febbrile. Dai volti si comprende tutto.
A pochi isolati di distanza, il clima cambia ma la sostanza resta. Entriamo in una sala scommesse. Luci soffuse, maxi schermi, file di terminali. Il titolare non usa giri di parole: «Per alcuni clienti il gioco è diventato una malattia, anche se per fortuna parliamo di eccezioni». Riferisce che il personale prova a intervenire quando qualcuno esagera: «Se vediamo che una persona non riesce a fermarsi, cerchiamo di dissuaderla. Ma non è sempre facile».

Per molti, spiega, la sala è anche un luogo di socialità. «La gente viene per svagarsi, si creano amicizie. Il calcio resta lo sport su cui si gioca di più, ma oggi si può scommettere su tutto. Il rischio di accanirsi è sempre dietro l’angolo. Si vince, si perde, si ritenta». Una spirale che, quando si intreccia con fragilità personali o difficoltà economiche, può diventare pericolosa. Il confine tra svago e patologia è sottile. A Taranto, oggi, passa anche da una cifra: 3mila euro all’anno a testa. Una media che racconta molto più di una giocata persa o vinta.
Buon giorno si Asl lotto patologie però per i furti del identità e degli immobili vincenti non c’è la patologia degli affari ma cosa dite annamariacarrozzo390@gmail.com da Taranto