Sotto un post, tra un like e una condivisione, bastano poche parole digitate d’impulso per trasformare uno sfogo in un problema giudiziario.

«Un idiota!». Due parole, pubblicate su Facebook, che hanno innescato una diffida legale, una richiesta di risarcimento e un confronto tra studi legali.

È l’ultimo esempio di una tendenza sempre più diffusa: l’odio digitale che esce dallo schermo e approda nei tribunali.

L’avvocato Balistreri

«Da un po’ di anni a questa parte è un fenomeno che sta esplodendo», spiega Luca Balistreri, avvocato penalista del foro di Taranto. «Nella maggioranza dei casi – ci spiega – parliamo di diffamazione a mezzo internet. Nel mirino non finiscono solo personaggi noti, come è accaduto ad esempio alla premier Giorgia Meloni, ma sempre più spesso gente comune».

Il legale racconta di un caso seguito direttamente: «Mi è capitato di assistere una parte civile, un imprenditore, che era stato denigrato e insultato da una persona che nutriva nei suoi confronti invidia e risentimento. A conclusione del processo l’autore della diffamazione è stato condannato».

L’avvento dei social ha cambiato radicalmente la portata delle offese. «Proprio per la valenza sociologica – osserva Balistreri – che hanno oggi i social, commenti con contenuto diffamatorio producono una pervasività che incide molto di più sulla onorabilità della persona, non più rispetto a un numero limitato di persone, ma con un uditorio potenzialmente mondiale». L’insulto, aggiunge, «come forma di reazione del singolo di fronte a tante frustrazioni. In questo caso racchiudeva una sorta di invidia anche di carattere sociale perché tutelavo una persona di un certo livello».

Scorrendo i commenti a una notizia o a un post virale non mancano offese, attacchi personali, giudizi sommari. I social «sono diventati una sorta di sfogatoio», racconta ancora l’avvocato, «come quando si va allo stadio: ci sono anche persone di una certa rettitudine che non riescono più a contenersi».

Sul piano giuridico, la cornice è definita dall’articolo 595 del codice penale, con l’aggravante dell’uso di mezzi di pubblicità, tra cui la giurisprudenza include stabilmente internet. Le conseguenze non sono solo penali, ma anche civili. «Se non si hanno precedenti specifici – sottolinea Balistreri – l’eventuale condanna si concretizza in una pena pecuniaria, ma non bisogna pensare di avere una garanzia di impunità». Il rischio aumenta in caso di reiterazione: «Nel momento in cui il reato è ripetuto, perché ci sono i malati da tastiera che lo fanno ormai di mestiere, si rischia anche il carcere».

Un altro errore diffuso è credere che l’anonimato protegga. I commenti online, anche se pubblicati da profili fake, lasciano tracce tecniche che possono portare all’identificazione dell’autore attraverso gli strumenti dell’autorità giudiziaria.

La giurisprudenza recente conferma una linea rigorosa ma equilibrata. La differenza passa dal principio di continenza: toni aspri possono essere ammessi, l’attacco personale gratuito no. E a pesare sono la diffusione del commento, la gravità delle parole e la notorietà della persona offesa.

In questo contesto si inserisce il caso che ha recentemente attirato l’attenzione a Taranto. Una cittadina ha ricevuto una diffida formale dallo studio legale che assiste l’europarlamentare Roberto Vannacci. Oggetto della contestazione: un commento pubblicato su Facebook, breve ma diretto, «Un idiota!».

La lettera, firmata da un legale romano, chiede la rimozione immediata del contenuto e una lettera di scuse, aprendo alla possibilità di una soluzione extragiudiziale.

Sul tavolo, secondo quanto emerso, una richiesta risarcitoria tra i 2mila e i 3 mila euro. La donna è assistita dall’avvocato Francesco Marturano, che ha già contestato la pretesa, ritenendola sproporzionata.

Una vicenda nata da poche parole digitate su un social e rapidamente trasformatasi in un caso legale. Un passaggio che mostra come, oggi, il confine tra uno sfogo online e una richiesta di risarcimento possa essere sottile e immediato. In rete, le parole restano. E possono costare care.

 

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