“Non sono bastati 12 giorni consecutivi di sciopero e l’occupazione del tetto del capannone a Taranto ai lavoratori di Vestas Italia per farsi notare dal ministro Urso. A quanto pare, la decisione di questa multinazionale delle rinnovabili di procedere con un trasferimento forzato dell’attività da Taranto a San Nicola di Melfi, per il governo Meloni è assolutamente trascurabile. Un altro schiaffo per la città di Taranto, che vive in queste ore l’ennesima peripezia industriale assurda. Ai lavoratori ho portato tutta la mia solidarietà e quella del M5s nei giorni scorsi”, così, in una nota inviata alle redazioni, Mario Turco, senatore e vicepresidente del M5S.
“Altresì – annuncia Turco – ho depositato oggi un’interrogazione a cui sarebbe bene che il ministro Urso rispondesse. Come è possibile che un’azienda decida dall’oggi al domani di fare armi e bagagli e spostare cose, persone e vite a 200 km di distanza senza che nessuno dica nulla? Riteniamo incredibile che per questa vertenza il Mimit non abbia nemmeno accennato all’apertura di un tavolo: praticamente il governo avvalla trasferimenti d’imperio che altro non sono che licenziamenti mascherati. Vogliamo capire se Vestas ha ricevuto contributi pubblici, se è in atto o meno un piano di drastico ridimensionamento dell’insediamento produttivo e se ci sia da parte del governo piena contezza di quanto sia critica la situazione a Taranto. Urso dia risposte immediate”.
Intanto nelle scorse ore i lavoratori della Vestas hanno continuato a far sentire la loro voce esponendo sul tetto della sede tarantina uno striscione con la scritta: “Trasferimento forzato = licenziamento mascherato” e un manichino impiccato sono i simboli della contestazione che è entrata in una fase delicata, dopo che la multinazionale ha deciso “unilateralmente” il trasferimento del magazzino a Melfi, in Basilicata. Coinvolti 32 lavoratori.
“Il manichino impiccato – sottolinea in una nota la Uilm, che ha organizzato la mobilitazione con la Fiom Cgil – è il simbolo brutale di un futuro che viene tolto, di una dignità calpestata e di un territorio che rischia di essere svuotato per sempre”.