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La sinistra che non c’è

La scorsa estate il nome di Fausto Bertinotti è assurto alle cronache nazionali per una notizia di costume riguardante la vendita della sua collezione di opere d’arte costituita da 24 pezzi e collocata sul mercato da Finarte per complessivi 2,2 milioni di euro.

Bertinotti è, tuttavia un nome che i meno giovani ricordano per ben altre questioni: figlio di un operaio delle Ferrovie dello Stato e di una casalinga e studente poco brillante (ben tre bocciature), diplomatosi perito elettronico era entrato in CGL giovanissimo per diventare prima un importante dirigente sindacale e poi tra i fondatori, nel 1994, del Partito della Rifondazione comunista insieme all’ex partigiano Cossutta.

Bertinotti è l’autore di un interessante volumetto pubblicato da Rai Libri di recente ed intitolato “La sinistra che non c’è”. Il testo è frutto di un lungo dialogo sull’attualità con Roberto Genovesi, attualmente direttore di Rai Kids, acclamato autore di graphic novel didattiche, nonché storico collaboratore di Panorama, L’Espresso e Repubblica. Già dal titolo è evidente la corrosiva critica di uno dei più influenti uomini politici di fine Novecento rispetto all’attuale panorama progressista del nostro Paese, sempre più caratterizzato da infruttuose litigiosità quando non da vere e proprie faide interne.

“Dì qualcosa di sinistra…anche non di sinistra ma di civiltà…” urlava Nanni Moretti in una famosa scena del film “Aprile” del 1998 perché già a quel tempo in Italia il fronte progressista sembrava quantomai disorientato dal nuovo scenario socio-economico emerso dopo il crollo del Muro di Berlino di un decennio prima.

L’autore trae spunto da quel male antico della sinistra (o, come più correttamente scrive, delle sinistre) per rammentare che, benchè essa sia al governo in molti paesi decisivi per l’assetto mondiale (Germania, Spagna, Danimarca, Norvegia e ovviamente Cile, Colombia, Messico e Brasile) essa nell’immaginario collettivo resta ancorata a forme autoritarie di governo come i regimi tutt’ora illiberali vigenti in Vietnam, a Cuba e soprattutto in Cina. Sebbene la carenza di valori certi di riferimento abbia infatti favorito dall’inizio di questo secolo i sovranismi e i populismi e quindi un’ondata conservatrice, Bertinotti riprende la sintesi elaborata intorno a questi temi già da Norberto Bobbio nell’ “aureo libretto” dedicato ormai mezzo secolo fa a “Destra e sinistra”. Essere dell’una o dell’altra parte, al netto delle pur pertinenti ironie della nota canzone di Giorgio Gaber del ‘94, consisterebbe in definitiva nel valore attribuito all’eguaglianza dall’una e dall’altra parte politica.

Per la sinistra storicamente i diritti inalienabili dell’uomo includono prioritariamente che si è tutti uguali, mentre per i conservatori questo diritto assume contorni sfumati e spesso curvati all’individualismo. Del resto originariamente fu durante la Rivoluzione francese che si concretizzò la distinzione tra clericali-monarchici (destra) rispetto ai radicali e progressisti di sinistra, i quali avrebbero interpretato più avanti il sistema hegeliano non per giustificare lo status quo, ma al contrario per asserire che nella storia vi è sempre un germe di cambiamento che muta di volta in volta il contesto e con esso i valori etici e gli obiettivi economici.

Nel testo emerge la nostalgia degli autori per un ideale, quello teorizzato da Marx e realizzato da Lenin, troppo spesso confuso o distorto al punto dal rendere i valori comunisti una sorta di utopia socialmente irrealizzabile: una lettura che, al netto di talune esagerazioni, può certamente aiutare il lettore a comprendere sia le radici di una distinzione partitica invero oggi sfumata, sia soprattutto la pericolosa china assunta da certi decisori politici, dimentichi degli orrori della storia recente.

“La sinistra che non c’è”
di Fausto Bertinotti
Rai Libri- 2025
pp. 192- Euro 15,00

Recensione a cura di Alessandro Epifani

 

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