Non è solo il bilancio dei colpi né l’elenco delle località a restituire la portata dell’operazione che ha portato a cinque fermi per gli assalti ai bancomat.

È soprattutto il racconto di chi ha coordinato e condotto le indagini, fatto di parole che tornano più volte: squadra, sinergia, metodo. Concetti ribaditi con forza nella conferenza stampa al comando provinciale dei Carabinieri di Taranto, convocata per spiegare il lavoro investigativo dietro un’indagine definita «complessa e tecnicamente ineccepibile».

«È stato fondamentale il lavoro di squadra per fermare una serie impressionante di assalti ai bancomat», ha esordito la procuratrice di Taranto Eugenia Pontassuglia, spiegando anche il senso di una presenza pubblica non consueta. «Non sono adusa a partecipare a conferenze stampa, ma sono qui perché questa operazione merita un’attenzione particolare e, soprattutto, la gratitudine della Procura verso il comando provinciale dei carabinieri». Un ringraziamento che diventa anche rivendicazione di metodo: «La sinergia tra ufficio di Procura e polizia giudiziaria ha consentito di ricostruire, in poco più di due mesi, una sequenza di episodi che non potevano essere casuali».

Pontassuglia ha ripercorso le prime fasi dell’indagine sottolineando come, fin dagli esordi, fosse chiaro il livello organizzativo degli autori. «Le modalità con cui venivano realizzati gli assalti facevano capire subito che non si trattava di episodi isolati, ma di persone organizzate». Da lì la progressiva ricostruzione di un’attività che ha superato i confini provinciali e regionali. «Con le stesse modalità operative, gli stessi soggetti si sono spostati in altri territori. È emersa anche la capacità di intrecciare rapporti con gruppi operanti in diverse regioni», un elemento che, secondo la Procura, ha reso concreto «il pericolo di fuga» e necessario il ricorso ai provvedimenti di fermo.

Un concetto, quello della cooperazione, che ritorna anche nelle parole del colonnello Antonio Marinucci. «Questa conferenza è l’espressione finale di una sinergia che abbiamo cercato di consolidare su un’onda già esistente», ha detto il comandante provinciale dei Carabinieri. «Dopo i primissimi eventi abbiamo immediatamente rafforzato i servizi notturni: eravamo presenti ogni notte, su tutto il territorio provinciale, davanti agli istituti bancari. È stato uno sforzo non indifferente, ma necessario per dare una risposta alla cittadinanza».

Accanto alla prevenzione, l’indagine. «Abbiamo creato una squadra operativa dedicata – ha spiegato Marinucci – composta dal Nucleo investigativo e dal Reparto operativo, in stretta collaborazione con le compagnie del territorio. Un lavoro certosino, costato la visione di migliaia di ore di filmati di videosorveglianza». Un impegno che, secondo il comandante, dimostra che «quando c’è il giusto coordinamento si ottengono sempre i migliori risultati».

Dai dettagli tecnici emerge il profilo di un gruppo esperto, capace di adottare contromisure sofisticate. «Scaricavano il contenuto degli estintori all’interno delle autovetture per impedire le indagini tecniche – ha rivelato Marinucci – perché la polvere bruciava residui e tracce biologiche». E ancora: «Lanciavano i cosiddetti tripodi, chiodi a più punte, per evitare l’inseguimento delle forze dell’ordine».

Gli assalti ai bancomat commessi mediante l’utilizzo di ordigni esplosivi artigianali (la cosiddetta tecnica della marmotta) hanno interessato inizialmente i centri di Montemesola, Monteiasi, Mottola, Palagiano e Ginosa, nel territorio tarantino, nonché il comune di Scanzano Jonico, in provincia di Matera. In seguito sono stati ricostruiti assalti messi a segno nelle province di Cosenza, Caserta, Benevento, Frosinone, Napoli e Salerno, nonché ulteriori tentativi e colpi andati a segno ai danni di istituti di credito e uffici postali in concorso con altri soggetti in via di identificazione.

Complessivamente, solo per gli episodi accertati in Puglia e Basilicata, l’ammontare del denaro sottratto supererebbe i 200mila euro, a cui devono aggiungersi i rilevanti danni strutturali arrecati agli immobili e agli impianti. Tuttavia, hanno spiegato gli inquirenti, tenuto conto anche dei numerosi colpi documentati fuori regione, si può ragionevolmente ipotizzare che la somma complessivamente sottratta nel periodo considerato sia prossima al milione di euro.

Sulla complessità del lavoro investigativo si è soffermato anche il tenente colonnello Francesco Marziello. «Avevamo pochi elementi iniziali, se non quelli che arrivavano di volta in volta sui luoghi del crimine. Per questo abbiamo messo in campo personale specializzato, anche in antisabotaggio e materiale esplosivo. Ogni singola traccia è stata analizzata». Un’attività «meticolosa e difficile», che ha richiesto «professionalità e capacità di ricostruire gli eventi partendo da dettagli minimi».

Le indagini hanno consentito di ricostruire dettagliatamente il modus operandi del gruppo e di documentare la presenza degli indagati nei luoghi e negli orari compatibili con i singoli assalti. In diverse circostanze, i mezzi utilizzati per la fuga venivano condotti a velocità elevatissime, superiori ai 200 km/h, con grave rischio per la sicurezza della circolazione e per l’incolumità pubblica.

Il maggiore Gennaro De Gabriele ha infine sintetizzato l’impianto investigativo: «L’attività si è basata su tre pilastri fondamentali: geolocalizzazioni satellitari, attività tecniche e analisi dei filmati di videosorveglianza». Un lavoro che ha portato anche a «comparazioni antropometriche», capaci di collocare gli indagati «nei luoghi e negli orari compatibili con i singoli assalti, pur nel rispetto della presunzione di innocenza».

Parole che, nel loro insieme, raccontano un’indagine che va oltre i numeri e i fermi: il ritratto di una macchina investigativa messa sotto pressione da una sequenza di colpi «impressionante», ma capace di reagire facendo leva su coordinamento, competenze e lavoro di squadra.

*sull’argomento: Assalti ai bancomat, eseguiti 5 fermi – Corriere di Taranto

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