«Non era un lavoro, sembrava di stare sotto una dittatura». È così che Maria Teresa D’Aprile descrive l’ambiente in cui lavorava suo marito, Claudio Salamida.

Il 12 gennaio scorso, all’interno dello stabilimento ex Ilva di Taranto, l’operaio di 46 anni è morto precipitando dal quinto al quarto piano dell’Acciaieria 2, nell’area del convertitore 3, mentre stava eseguendo lavori di manutenzione. Una morte che apre uno squarcio su turni estenuanti, sicurezza carente e su un clima di paura che, secondo la testimonianza della moglie, spingeva i lavoratori al silenzio.

Quella rilasciata a Diego Bianchi per la trasmissione di La 7 “Propaganda live” è stata una intervista drammatica. Un racconto che va oltre il dolore privato e diventa atto d’accusa contro un modello di lavoro che sembra fondarsi sulla soggezione verso l’azienda, sul timore di ritorsioni e su un’omertà che soffoca la verità.

Claudio era nato ad Alberobello, viveva a Putignano e lavorava nello stabilimento da oltre 25 anni. Un’esperienza che non lo ha protetto, ma forse lo ha reso ancora più esposto.

«Nell’ultimo periodo mi ha detto che non sarebbe vissuto molto, non so perché», rivela Maria Teresa. Parole che oggi suonano come una profezia. E aggiunge che «quando c’è stato il boom delle assunzioni all’Ilva per lui è stato un miracolo trovare un posto fisso. Mi diceva sempre che non avrebbe mai sputato nel piatto dove gli davano da mangiare». Una frase che racconta meglio di mille analisi il ricatto implicito che spesso governa il lavoro: accetti tutto, perché il lavoro è sopravvivenza.

I turni erano estenuanti, ben oltre il dovuto. «Non erano mai otto ore», spiega la moglie. Claudio usciva di casa due ore prima e rientrava anche un’ora e mezza dopo, affrontando ogni giorno il viaggio da Putignano a Taranto. A volte arrivava a lavorare 16 ore consecutive.

«Non riposava quasi mai». E quando un collega mancava, il contratto imponeva di coprire almeno quattro ore in più. Una spirale che trasformava l’eccezione in regola.

«Lui – ha spiegato Maria Teresa – ha sempre lavorato nell’acciaieria 1, la gemella dell’acciaieria 2 dove si era fatto reintegrare perché non voleva stare in cassa integrazione. Si sentiva inutile, per lui il lavoro era tutto, voleva lavorare a tutti i costi perché voleva contribuire alle spese della famiglia e non si dava pace. Diceva: ma perché dopo tutti questi anni mi devo ritrovare in cassa integrazione?».

In questo contesto, parlare di sicurezza diventa quasi una beffa. «I dispositivi di protezione non esistono se non quel misero caschetto che hanno trovato accanto al suo corpo», denuncia Maria Teresa. Claudio conosceva i rischi, li minimizzava per non spaventare la famiglia, ma confidava alla moglie che «lì è tutto rischioso». Eppure non mollava perché per lui «il lavoro era dignità, era sacro».

Il racconto della scoperta della morte è uno dei passaggi più strazianti. Maria Teresa era al lavoro quando la notizia circolava già ovunque sin dalle 8 del mattino. «Sono venuti a prendermi alle 11:20». All’ospedale, il riconoscimento del corpo prima consentito e poi negato. «Era chiuso in una sacca nera. Ho visto solo la sua mano. Purtroppo è caduto di faccia e quindi gli altri mi hanno detto: non lo vedere perché potresti rimanere scioccata e quindi me l’hanno impedito. Sopra c’erano le polveri dell’Ilva. Mi raccomandarono di non toccarla». E allora la domanda, feroce e inevitabile: «io che ero entrata per la prima volta non dovevo toccare mio marito perché c’erano le polveri e gli operai che in quel luogo lavorano da una vita? Non hanno mai pensato a loro?».

Alla fabbrica, tra vigilanti e telecamere, Maria Teresa si è sentita accerchiata. «Hanno speculato sul dolore degli altri. Noi siamo sempre stati riservati. Hanno filmato anche il bambino senza consenso. Io ho chiesto di parlare con un responsabile. Una persona mi ha confidato che era lì da poco e che si occupava della sicurezza. Ho detto: alla faccia della sicurezza, ma che sicurezza è questa? E lui: non è proprio così». «L’ultima morte è avvenuta molto tempo fa», le è stato detto, come se la statistica potesse consolare una vedova o restituire un padre a un bambino che ha compiuto tre anni due giorni dopo la morte di Claudio.

Restano le domande sulla dinamica: una pedana di legno a coprire una voragine, nessun collaudo, forse un uomo mandato da solo dove si dovrebbe andare in due. «Chi l’ha fatto salire?», chiede la moglie. Nessuno risponde. I colleghi tacciono, i capi anche. «Tutti hanno paura di perdere il posto di lavoro». È qui che la morte sul lavoro smette di essere solo un incidente e diventa il prodotto di un sistema che schiaccia, isola, mette gli uni contro gli altri.

Nell’audio whatsapp diffuso dalla moglie, Claudio spiegava: «Poi che fai? Ti metti contro l’azienda? L’azienda poi ti castiga giorno per giorno». È il cuore del ragionamento: il timore di chiedere un giorno di riposo, la paura di essere segnati. «Sembrava stesse sotto una dittatura», ammette Maria Teresa. E aggiunge un dettaglio che accresce la sua rabbia: «Dell’azienda non mi ha chiamata nessuno. Neanche una telefonata».
Claudio Salamida «era una matricola, non era una persona», conclude amaramente la moglie. «È morto, l’hanno già sostituito». In questa frase c’è tutta l’impotenza, la frustrazione e l’indignazione di chi resta.

Un sistema che muove capitali, produzioni, numeri e bilanci e relega ai margini le persone. In contesti come questi il lavoratore rischia di diventare una voce intercambiabile, un ingranaggio facilmente sostituibile, un numero da ottimizzare. La sicurezza, anziché essere un valore non negoziabile, diventa un costo da comprimere, una voce da ridurre, una formalità da citare dopo l’ennesima tragedia.

Si lavora stanchi, si lavora con paura, si lavora sapendo che parlare può significare isolamento, punizione, perdita del posto. Si accetta il rischio perché il ricatto è silenzioso ma potente: se non lo fai tu, lo farà un altro.

In questo clima, l’omertà non è scelta ma difesa, il silenzio non è complicità ma sopravvivenza. E così si continua, finché qualcuno cade, finché qualcuno muore.

La morte di Claudio Salamida è la storia di un operaio precipitato da un’impalcatura, ma anche la fotografia di un meccanismo che pensa al profitto e perde di vista l’umanità.

È il simbolo di una fabbrica che non chiama una vedova, che non si ferma a guardare in faccia il dolore, che dà la percezione di voler archiviare tutto come un “caso”.

Ma dietro ogni “caso” c’è un bambino che cresce senza padre, una moglie che resta sola, una famiglia spezzata.

E c’è una società che non può più permettersi di voltarsi dall’altra parte.

One Response

  1. Buongiorno
    Rinnovo le mie condoglianze alla famiglia e alla Moglie del Sig. Salamida.
    Dall’ intervista si evince la turnazione massacrante a cui era sottoposto il Sig. Salamida e con lui sicuramente tanti altri dipendenti di Acciaierie d Italia in AS.
    Ed oggi si continua a fare straordinari su straordinari.
    Ma al contempo abbiamo dai 3500 ai 4000 dipendenti in cassa integrazione
    E tutto questo i Sindacati come lo spiegano?
    Nelle aziende normali quando si attiva la cassa integrazione si stoppano gli straordinari a qualsiasi titolo.
    Ma la Ex Ilva non è una azienda normale, è un manicomio e basta dove la mano sinistra non sa cosa fa la mano destra.
    Cara Sig.ra Salamida alla fine della storia giudiziaria della morte di Vostro marito, diranno che ci sono decine di colpevoli, quindi nessun colpevole. E alla fine la colpa la daranno al defunto perché non doveva stare lì.
    Mi spiace dover pronunciare queste parole, ma andrà a finire così, proprio come i casi precedenti.
    Signora Maria Teresa oggi avete un compito immane: crescere un figlio piccolo da sola.
    Saluti
    Vecchione Giulio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *