L’inquinamento atmosferico è diminuito costantemente in tutta Europa negli ultimi decenni, ma rimane il principale rischio ambientale per la salute delle persone a livello continentale, causando malattie, peggiorando la qualità della vita e portando a morti premature evitabili.
L’Unione europea ha stabilito, nel corso dei decenni, standard di qualità dell’aria per ridurre i rischi posti dall’inquinamento atmosferico. Se per alcuni inquinanti i paesi europei stanno già rispettando i parametri stabiliti dalla legislazione, comunque, un numero significativo di località presenta oggi concentrazioni di altri inquinanti che superano gli standard attualmente in vigore, nonché i valori guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ancora più severi. Il raggiungimento dei limiti UE recentemente rivisti, richiesto entro il 2030, contribuirà a ridurre gli impatti sulla salute e ad avvicinare i la qualità dell’aria ai livelli indicati dalle linee guida dell’OMS nei prossimi anni.
“Servono però ulteriori sforzi da parte degli Stati membri, con misure più incisive e mirate, vista la complessità dello scenario, popolato da più inquinanti e da molteplici fonti emissive quali trasporti, riscaldamento domestico, emissioni industriali, agricoltura e allevamenti intensivi” affermano da Legambiente presentando il report Mal’Aria di città 2026.
In questo contesto l’Italia ha un ruolo non indifferente, essendo uno dei territori più colpiti dall’inquinamento atmosferico in Europa. Una situazione critica da molti decenni, che ha portato all’avvio di ben quattro procedure di infrazione da parte della Corte di Giustizia Europea per il mancato rispetto della normativa vigente.
“Con il report Mal’Aria di città 2026 abbiamo scattato una fotografia puntuale sullo stato della qualità dell’aria nei capoluoghi di provincia italiani constatando una situazione complessa e contraddittoria. Lo smog nelle città italiane diminuisce, ma non abbastanza da cambiare davvero rotta. Nel 2025 scendono a 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato i limiti giornalieri di PM10 (50 microgrammi per metro cubo per un massimo di 35 giorni all’anno), contro i 25 del 2024, i 18 del 2023 e i 29 del 2022. Si tratta di uno dei dati più positivi degli ultimi anni, ma che non deve far abbassare la guardia” si legge nella nota che accompagna il report.
Se si guarda al 2030, anno in cui entreranno in vigore dei nuovi e più stringenti limiti europei sulla qualità dell’aria (20 µg/m³ per il PM10, 20 µg/m³ per l’NO2, 10 µg/m³ per il PM2.5), l’Italia resta ancora lontana dai parametri richiesti: applicandoli ad oggi, sarebbe fuorilegge il 53% delle città per il PM10, il 73% per il PM2.5 e il 38% per l’NO2.
Nel 2025 la città di Taranto ha registrato una media annuale di PM2.5 pari a 11 microgrammi per metro cubo (come Bari, Brindisi, Barletta e Foggia), ben al di sotto del limite attuale di 25 µg/mc ma che supera, seppur di poco, quello fissato dalla nuova direttiva europea, che dal 2030 scenderà a 10 µg/mc. Per rientrare nel nuovo parametro, la riduzione necessaria è stimata intorno al 9%.
Sul fronte del PM10, Taranto non è tra le città che nel 2025 hanno superato il limite giornaliero dei 35 sforamenti annui né tra quelle con le concentrazioni medie più elevate. In Puglia, i valori medi annuali più alti si registrano ad Andria, con 24 µg/mc, seguita da Bari, Foggia e Barletta a 21 µg/mc. Tutti i capoluoghi pugliesi risultano comunque sopra il futuro limite europeo di 20 µg/mc, con riduzioni richieste che vanno dal 4% di Bari al 17% di Andria.
Anche per quanto riguarda invece il biossido di azoto (NO₂), inquinante legato soprattutto al traffico veicolare, Taranto non rientra tra le città più critiche a livello nazionale e non figura tra i capoluoghi pugliesi con superamenti significativi nel 2025.
“In Italia la lotta all’inquinamento atmosferico può e deve diventare un obiettivo strutturale delle politiche ambientali. Dopo anni di criticità e di interventi, la qualità dell’aria non può più essere gestita come un’emergenza, magari dipendente dai capricci della meteorologia, ma come il risultato di politiche strutturali pienamente efficaci. Continuiamo a pagare l’assenza di una strategia forte su ambiti cruciali come il trasporto collettivo, l’elettrificazione dei veicoli, l’efficientamento energetico degli edifici, lo sviluppo dell’agroecologia e della conseguente riduzione dell’allevamento e dell’agricoltura intensivi. Gli obiettivi UE, senza i quali negli ultimi decenni non ci sarebbe stato alcun argine alle criticità ambientali, saranno raggiungibili sole se perseguiti con la decisione e la continuità necessarie, da parte del Governo nazionale, dalle Regioni e delle Amministrazioni comunali” concludono da Legambiente.
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