I 73 lavoratori ex IsolaVerde, la società partecipata della Provincia di Taranto fallita nel 2016, sono senza reddito da dieci mesi. Ovvero dallo scorso 1 maggio, quando terminò la fruizione del trattamento di disoccupazione prevista dalla Naspi esauritasi lo scorso 30 aprile.
Da allora attendono una svolta che tarda ad arrivare. Una via d’uscita, seppur temporanea per il sostegno al reddito di questi lavoratori, in realtà è stata anche trovata nel giugno dello scorso anno dalla task force regionale guidata da Leo Caroli. Che ha individuato nelle casse della Regione Puglia un tesoretto di una decina di milioni di euro, destinati esclusivamente al sostegno al reddito sul quale però la l’ente regionale pugliese (così come tutte le altre regioni) non può legiferare autonomamente per il suo utilizzo, se non dopo un provvedimento del Parlamento.
Da qui la soluzione in un emendamento pronto già a luglio scorso, da inserire in un decreto d’urgenza e che, essendo a costo zero per il Governo, sembrava di facile approvazione avendo anche ricevuto l’ok anche dagli uffici tecnici dei vari ministeri coinvolti. Ed invece così non è stato. Passata l’estate, il senatore del Movimento Cinque Stelle Mario Turco a fine ottobre, durante uno dei tanti presidi dei lavoratori organizzato dai Cobas all’esterno della prefettura, aveva mostrato loro l’emendamento presentato e bocciato al decreto legge 1578 ‘Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2025’.
Ad inizio novembre l’onorevole Dario Iaia, responsabile anche del CIS Taranto, in alcune interlocuzioni con i lavoratori e i Cobas li informò di aver interloquito con la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone per studiare la possibilità di un intervento in tal senso. Ma né nella legge di Bilancio né nel così detto Milleproroghe l’emendamento in questione ha trovato collocazione. Senza che sia stata fornita ai lavoratori e alle organizzazioni sindacali una qualsiasi motivazione. Anche in occasione dell’ultima riunione del Cis Taranto svoltasi lo scorso 31 gennaio, durante un incontro improvvisato sul momento tra lo stesso Iaia e i sindacati, è stata rinnovato l’impegno dell’esecutivo ad intervenire in tal senso, senza però comunicare tempi e strumenti.
Nè può di certo essere di conforto il fatto che la scorsa settimana, dopo un articolato percorso di trattativa con Commissione europea e Governo, il progetto ‘Green Belt’ che prevede la forestazione urbana della città di Taranto, ha avviato le procedure per l’ammissione definitiva a finanziamento (per 80 milioni di euro) previsto dai fondi europei del Just Transition Fund.
Questo perché, se da un lato è vero che la prospettiva di rientro al lavoro per i lavoratori ex Isolaverde si concretizzerà proprio grazie a questo progetto (visto che sono già formati essendo stati impiegati sino all’aprile 2024 nel progetto denominato ‘Green Passage’ consequenziale al progetto ‘Verde Amico’ ideato a suo tempo dall’ex commissario Vera Corbelli), dall’altro i tempi di concretizzazione dello stesso sono molto lunghi e andranno ben oltre la prima metà del 2026.
Ecco perché resta di vitale importanza individuare quanto prima una forma di sostegno al reddito degna di questo nome. Vista l’assenza, come avviene per altre vertenze, della possibilità di usufruire della cassa integrazione o della mobilità, o l’impossibilità di applicare il reddito di dignità regionale (RED). Perché mentre il tempo continua a passare, i lavoratori ex Isolaverde restano bloccati in un limbo sempre più drammatico.
“Questi lavoratori e lavoratrici a breve rischiano di non avere più risorse economiche nemmeno per mangiare: è questa la drammatica realtà, non è populismo o pietismo. Quando uno non ha da mangiare e non ha da curarsi, come pagare le bollette, l’acqua e quan’altro, gli zuccheri non arrivano al cervello. La gravità è già in sé perché questa è miseria. E se non li vedete tutti presenti nei vari presidi, è perché si sta alimentando il lavoro nero. Se dovesse accadere qualcosa di grave a questi lavoratori, come anche forme drammatiche di autolesionismo, le responsabilità se le dovranno assumere fino in fondo” ha più volte denunciato Salvatore Stasi dei Cobas del Lavoro Privato.
Chissà se nelle prossime settimane la politica riuscirà a trovare una soluzione temporanea per sostenere questi lavoratori e se il 2026 sarà finalmente l’anno in cui potranno tornare a lavorare e vivere. Sarebbe il doveroso riconoscimento a chi da mesi chiede soltanto il rispetto dei propri diritti e della propria dignità, come uomini prima ancora che come lavoratori.
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