Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene alla luce dei più recenti dati scientifici diffusi dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, che delineano un fenomeno in crescita e con caratteristiche strutturali.
Secondo la ricerca dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR relativa al 2025, circa 87 mila studenti tra i 15 e i 19 anni — pari al 3,5% degli iscritti alle scuole superiori — dichiarano di aver utilizzato un coltello in ambito scolastico per intimidire o ferire qualcuno, dato in netto aumento rispetto all’1,4% registrato nel 2018. La stessa indagine evidenzia inoltre che il 3,6% degli studenti ha dichiarato di aver colpito un insegnante, mentre il 5% riferisce di aver provocato danni fisici gravi ad altre persone.
Numeri che, secondo il Coordinamento, confermano un quadro non episodico ma strutturale, aggravato da recenti episodi di cronaca e da segnali di disagio sempre più frequenti tra i giovani. Parallelamente, i dati amministrativi dell’anno scolastico 2025/2026 mostrano una riduzione delle aggressioni formalmente registrate ai danni del personale scolastico — quattro episodi tra settembre e dicembre contro i ventuno dello stesso periodo dell’anno precedente — segnale dell’efficacia di alcuni interventi recenti, ma non sufficiente a considerare superata la criticità.
Il fenomeno viene interpretato come parte di una trasformazione più ampia delle dinamiche relazionali giovanili, in cui la violenza emerge come modalità disfunzionale di gestione del conflitto e come espressione di fragilità socio-emotive. Anche comportamenti violenti legati al contesto digitale, come ricerche online su come fare del male a coetanei, sono considerati indicatori sistemici e non semplici anomalie individuali.
Sul piano giuridico, la questione coinvolge direttamente i principi costituzionali legati alla tutela dei diritti fondamentali e del diritto all’educazione, oltre agli obblighi internazionali in materia di protezione dei minori. Per il Coordinamento, la sicurezza scolastica deve essere intesa come parte integrante del diritto a un ambiente formativo adeguato allo sviluppo personale, relazionale e civico.
Da qui la critica a risposte basate esclusivamente su strumenti sanzionatori o securitari, ritenute “ontologicamente parziali” perché intervengono sugli effetti senza incidere sulle cause educative e relazionali del fenomeno.
Secondo il CNDDU, la prevenzione richiede un approccio integrato che includa educazione ai diritti umani, competenze socio-emotive, mediazione dei conflitti, educazione digitale responsabile e modelli di giustizia riparativa. In questa prospettiva, l’educazione ai diritti non viene considerata un semplice contenuto curricolare, ma uno strumento di prevenzione primaria capace di fornire agli studenti categorie operative come responsabilità, dignità e riconoscimento.
Particolare attenzione viene inoltre richiesta per il ruolo dei media nella narrazione della violenza giovanile, che — se semplificata — rischia di alimentare risposte emergenziali non adeguate alla complessità del fenomeno.
Il Coordinamento propone quindi una visione istituzionale che riconosca la prevenzione della violenza scolastica come funzione educativa pubblica stabile, fondata su risorse professionali adeguate e su un’integrazione strutturale tra diritto, pedagogia e organizzazione scolastica.
“La scuola — conclude il CNDDU — rappresenta un presidio costituzionale di convivenza democratica: garantire condizioni educative idonee alla gestione non violenta del conflitto significa rafforzare la funzione preventiva dell’istruzione e l’effettività dei diritti fondamentali”.