In questi giorni ricorre il quarantesimo anniversario dall’inizio del processo penale più lungo della storia, al pari di alcuni processi di durata trentennale celebratisi dopo la Seconda guerra mondiale in Polonia e Germania per crimini di guerra e al famoso “caso Dreyfus”.
“U Maxi” è difatti il titolo del corposo libro edito da Feltrinelli di recente scritto da Pietro Grasso, oggi operatore culturale e già Presidente del Senato, all’epoca dei fatti narrati nominato giudice a latere del primo grande processo istruito contro Cosa Nostra. Grasso racconta di essere stato chiamato dal Presidente del Tribunale di Palermo mentre era in ferie a Mondello: era l’estate del 1985 e il giovane procuratore addirittura inventò la scusa di avere l’auto in avaria per sottrarsi all’increscioso invito, ricevendo in risposta l’arrivo a casa sua dell’auto personale del Presidente.
Si trattava di cominciare a studiare le carte, raccolte in oltre 120 faldoni, che sarebbero servite per quello che è passato alla storia giudiziaria italiana e non solo come il “Maxiprocesso”. Racconta Grasso che dovette rivolgersi a Paolo Borsellino per utilizzare la mappa che quest’ultimo aveva elaborato per districarsi tra i numerosi procedimenti confluiti in questo vero e proprio mastodonte giuridico.
Erano infatti 707 gli indagati (divenuti poi 475 imputati) per un totale di 8.600 pagine che l’estate precedente avevano preparato i giudici istruttori Falcone e Borsellino, a lungo costretti in quel periodo a vivere in caserma sull’isola dell’Asinara per motivi di sicurezza. In verità quell’abnorme numero di procedimenti inerenti ad oltre cento omicidi e ad una miriade di altre fattispecie delittuose, erano il frutto del lavoro che il giudice Chinnici aveva svolto negli anni precedenti, istruendo il cosiddetto “processo ai 162” riguardante le stragi che avevano insanguinato la Sicilia provocando oltre seicento morti in pochi anni nello scontro tra l’emergente cosca corleonese di Liggio, Provenzano, Riina e Bagarella contro il “triumvirato” storico dell’èlite mafiosa siciliana dei boss Inzerillo, Badalamenti (il famoso “Tano seduto” irriso dal povero Peppino Impastato) e Bontate.
Il 10 febbraio 1986, non senza difficoltà organizzative, iniziò un processo dagli esiti incerti e particolarmente complessi che si sarebbe concluso in primo grado dopo ben 349 udienze e 635 arringhe difensive il 30 gennaio 1992. La giuria era composta da Grasso e sei giudici popolari, coordinati da Alfonso Giordano, magistrato figlio d’arte, esperto in procedimenti civili e non penali, nominato- come egli stesso rivelò in occasione del venticinquennale del processo- in tutta fretta dopo ben dieci rifiuti da parte di colleghi che temevano per la loro incolumità.
L’attenzione dei media era caratterizzata da un clima arroventato, alimentato sia dal noto articolo di Sciascia, che sul Corriere della Sera aveva adombrato un certo carrierismo di alcuni magistrati coinvolti nelle indagini, sia da un protagonista assoluto della cultura italiana come Indro Montanelli, che su Il Giornale fu particolarmente critico nei confronti del pur vasto impianto accusatorio: tra il 1979 e il 1982 erano caduti sotto i colpi dei mafiosi il commissario Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova e il Prefetto Dalla Chiesa, sino alla strage ad opera del boss Madonia, autore nell’83 dell’omicidio del giudice Chinnici mediante una “Fiat 126” contenente ben 75kg di tritolo.
Grasso ricorda così nel libro che il contesto nel quale si generò il processo era inedito perché le cosche non si stavano più limitando in quel periodo a reciproci regolamenti di conti, ma- prevalendo l’ala stragista dei corleonesi- si stavano eliminando di volta in volta uomini delle istituzioni ritenuti scomodi. Le carte processuali raccontavano, infatti non solo di estorsioni e omicidi, ma anche di conti cifrati nelle banche di Lugano, ove arrivavano colossali somme in contanti, raccontavano di una stretta collaborazione tra Cosa Nostra siciliana e le “cinque famiglie” della mafia statunitense, sino all’inchiesta “Pizza town” (ben documentata nel film intitolato “Pizza connection”) caratterizzata dall’utilizzo di pizzerie gestite da italoamericani oltreoceano, in realtà strumento di riciclaggio di denaro e di traffico di narcotici.
Come è noto, dopo trentacinque giorni di camera di consiglio (anche questa dalla durata record), si giunse a sentenza e il presidente Giordano, con barba incolta e voce stanca, lesse le condanne che ammontavano a diciannove ergastoli, oltre duemila anni di carcere complessivi e oltre undici miliardi di lire di rimborsi.
Il processo di Appello si aprì il 22 febbraio 1989 e ridusse nel 1990 gli ergastoli da diciannove a dodici, suscitando indignazione popolare per le ben 86 assoluzioni riguardanti soprattutto alcuni membri della Cupola mafiosa ritenuti estranei ai delitti riguardanti personalità dello Stato. Si temettero scarcerazioni perché si pensava che la Cassazione potesse correggere i gradi di precedenti, poiché vi era il noto giudice Carnevale, soprannominato “ammazzasentenze” per le sue cavillose obiezioni ai giudici di secondo grado: si decise per una rotazione dei membri della Cassazione e infatti la Suprema Corte confermò in sostanza le sentenze originarie che erano maturate durante il primo dibattimento svoltosi nella cosiddetta “astronave verde”, ribattezzata così dai giornalisti per il colore delle pareti dell’aula-bunker fatta costruire apposta dal ministro Martinazzoli e dotata- su impulso proprio di Grasso- di un’apertura che consentiva alla giuria di fruire di un piccolo cortile recintato.
L’autore infine rievoca nel testo alcune giornate memorabili del processo (che Giordano impose si svolgesse tutti i giorni tranne la domenica), come quella in cui un imputato si cucì le labbra con una spillatrice, quella in cui si dovette ricorrere ad un docente di linguistica per tradurre il dialetto siciliano con cui comunicava il pentito Contorno e soprattutto i momenti più significativi delle deposizioni di Tommaso Buscetta, il quale aveva per due mesi raccontato al giudice Falcone, con appunti scritti a mano, l’organizzazione interna, la gerarchia, il codice di affiliazione di Cosa Nostra, rifiutandosi tuttavia di raccontare quanto sapesse dei pur profondi legami tra i mafiosi e Massoneria e politica.
“U maxi. Dentro il processo di Cosa Nostra”
di Pietro Grasso
Feltrinelli editore- 2026
pp.336- Euro 20,00
*Recensione a cura di Alessandro Epifani
