Pubblicato il 17 marzo del 1986, ‘Black Celebration’ rappresenta un punto di svolta per la carriera dei Depeche Mode perché si distacca completamente dai lavori precedenti e apre un varco decisivo verso una nuova fase della carriera.

Sin qui la band inglese aveva conquistato una solida popolarità nel panorama synth-pop europeo ma in questa occasione compie un passo verso una dimensione sonora più complessa, introspettiva, cupa, tendente al dark, come mai accaduto prima ma forse come mai accadrà anche dopo.

Registrato agli Hansa studio di Berlino (quelli che ospitarono il periodo berlinese di David Bowie) tra il 1985 e l’inizio del 1986, in un momento in cui la band non sapeva quale direzione prendere e in studio subentrò un bel pizzico di tensione, ‘Black Celebration’ trasforma il modo di fare musica elettronica: campionamenti metallici, tessiture sintetiche stratificate e ritmi minimali costruiscono un ambiente sonoro monolitico e un’atmosfera quasi cinematografica (merito di chi ha lavorato in studio, dal membro della band Alan Wilder, ai produttori Daniel Miller e Gareth Jones).

Il compianto Andy Fletcher, morto nel 2022, membro originario della band dichiarò a tal proposito: “A quel tempo seguivamo una teoria per cui ogni suono doveva essere diverso e non ci piaceva usare mai lo stesso suono due volte. Così campionare per noi era chiaramente qualcosa di grandioso” (fonte biografia scritta da Jonathan Miller nel 2008).

Ogni brano sembra appartenere a un unico paesaggio emotivo esaltato dai testi di Martin Gore –  che parlano di sensi di colpa, fragilità dei rapporti, tensioni interiori, la perdita dell’innocenza – e dalla caratteristica voce baritonale di Dave Gahan.

Tant’è che laddove finisce un brano, subito in sottofondo inizia l’altro. La tensione emotiva si percepisce sin dalla prima traccia, l’omonima (dell’album) ‘Black Celebration’, costruzione elettronica severa e ipnotica, sfocia in ‘Fly on the Windscreen’, che parla della caducità della vita, sotto la quale comincia ‘A question of Lust’. Accade anche nel lato B: laddove termina ‘Stripped’ e comincia ‘Here is the House’ (rieditata in italiano dai Bluvertigo nel loro primo album del 1995 con un brano dal titolo “Complicità”).

Non ci sono grandi singoli da classifica (come in precedenza ‘People Are People’ o ‘Everything Counts’) che trainano l’album ma certamente canzoni che danno un’anima alla musica elettronica, sin qui percepita fredda.

I singoli estratti hanno differenti sfumature e non sono fatti per le top chart: ‘Stripped’ – uno dei loro migliori brani in assoluto- rappresenta l’essenza del disco, suona quasi industrial (tanti gruppi ne hanno tratto ispirazione come i Nine Inch Nails o Linking Park), tra rumori di motori di auto (la Porsche di Gahan) e oggetti metallici campionati,  ‘A Question of Lust’, una delle più belle ballate elettroniche scritte ed interpretate da Gore, mentre ‘A Question of Time’ ha un ritmo incalzante che ti aggredisce sin dalle prime note.

C’è spazio, in coda all’album, anche per un brano politicamente impegnato, ‘New Dress’, dove si critica l’ossessione dei media verso le frivolezze (i citati, nel testo, cambi di abito della principessa Diana) a discapito di questioni mondiali più importanti (guerra, carestia e calamità naturali).

I Depeche Mode nel 1986

In molti considerano ‘Black Celebration’ il punto in cui il gruppo definisce definitivamente la propria identità artistica: una sintesi tra pop elettronico, atmosfere dark e scrittura emotivamente coinvolgente.

Non è un disco pensato per il successo immediato, ma per durare nel tempo. E infatti oggi è considerato uno dei capitoli fondamentali della produzione Depeche Mode.

L’interesse della critica musicale nei loro confronti, con questo lavoro cresce e la fan base si allarga, mentre loro diventano quasi una religione.

Lontani dal mainstream eppure in grado di affascinare un enorme e quasi insospettabile pubblico, i Depeche Mode erano, in quel momento, nella fortunata posizione di essere il segreto preferito di tutti.

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