La città come ecosistema e gli alberi come parte fondamentale di esso, non quali meri arredi urbani da spostare.
È il punto di vista di Gladys Spiliopoulos, economista per l’ambiente e la sostenibilità, che interviene sul tema degli alberi abbattuti in corso Italia e via Mediterraneo per fare spazio al transito di BRT e sulle relative compensazioni ambientali.
“Abbiamo salvato circa 60 alberi, che saranno ripiantati altrove – ha dichiarato in merito l’assessore all’Ambiente del Comune di Taranto, Fulvia Gravame – per quelli abbattuti abbiamo chiesto che ne fossero piantati il doppio”.
La questione, peraltro, sarà discussa in Commissione Ambiente proprio nel pomeriggio di oggi.
L’assessore alla Mobilità e Urbanistica, Gianni Patronelli, ha sottolineato che si è trattato di un atto dovuto: “In Corso Italia lo spartitraffico centrale necessitava di una rivisitazione e per tale motivazione, purtroppo, siamo stati costretti ad espiantare, o meglio in questo caso a tagliare, le piante esistenti. C’è da dire però che nella totalità dell’appalto le misure compensative sono di gran lunga superiori al taglio degli alberi. A fronte del dispiacere, anche personale, per gli abbattimenti l’unica attività che in questo momento possiamo fare è minimizzare i disagi tanto alla popolazione quanto a quelle che possono essere queste operazioni drastiche, ma necessarie per consentire la realizzazione dell’opera”.

“L’altro punto particolarmente sensibile è via Mediterraneo con via Carlo Magno dove, in prossimità del centro commerciale di ultima realizzazione, verrà realizzata una rotatoria e quello spartitraffico centrale servirà in futuro come invito, ingresso e uscita dei BRT tanto verso circonvallazione dei Fiori passando da via Mediterraneo, via Carlo Magno e arrivando al deposito, quanto in uscita dal deposito facendo il percorso al contrario via Carlo Magno e poi via Mediterraneo. Purtroppo sono delle progettazioni che vanno realizzate e, anche in questo caso, abbiamo dovuto attuare il taglio delle alberature”.
Dott.ssa Spiliopoulos, è possibile affrontare la questione del verde urbano in termini di “tolgo un albero, ne ripianto altrove due”?
“Quando parliamo di natura dobbiamo essere consci del fatto che non possiamo attribuirle di per sé non ha un prezzo di mercato, ma questo non vuol dire che non abbia un valore. L’economia ambientale va proprio a misurare in termini economici quel valore invisibile che, però, esiste. Le attività economiche molto spesso hanno delle ricadute sul benessere collettivo che sono dette esternalità negative, ovvero gli impatti che un’attività ha sulla collettività in termini di costo.
La natura di per sé non può essere considerata come un arredo urbano, l’albero non è semplicemente un oggetto urbano all’interno di una città, ma è un ecosistema che svolge delle funzioni. Queste funzioni sono dette servizi ecosistemici, ovvero i benefici che noi riceviamo dalla natura. Sono diversi, sono collegati a un valore di uso diretto, a un valore di uso indiretto come l’ombreggiamento, l’evapotraspirazione, l’assorbimento delle emissioni inquinanti e poi c’è anche un valore di esistenza.
Tutti questi servizi ecosistemici, in economia ambientale, sono quantificati in termini economici e ti dicono quanto vale la natura”.
E quanto vale la natura nelle nostre città?
“Il tema della compensazione può essere ricondotto alle tasse collegate all’inquinamento. In termini tecnici noi parliamo di tassa pigouviana, cioè quella imposta che tu applichi sul livello di inquinamento per, tecnicamente si dice, internalizzare il costo dell’inquinamento e un degrado sociale.
Quando una tassa non copre esattamente quel livello di inquinamento si sta di fatto sottostimando il livello di inquinamento, quindi vuol dire che l’effetto negativo ricade sulla collettività.
Se non stimiamo i servizi ecosistemici collegati alla natura, tra cui rientrano i servizi di regolazione (l’approvvigionamento di ossigeno, l’assorbimento di CO2, l’assorbimento degli inquinanti, l’ombreggiatura e quant’altro) e il valore di esistenza, nel momento in cui si parla di una compensazione in termini meramente numerici, ovvero “tolgo uno e metto due”, si sta semplicemente facendo una compensazione in termini numerici, ma il danno ecologico collegato alla perdita dei servizi ecosistemici non viene quantificato“.
Facciamo un esempio concreto.
“Tra le tecniche di valutazione dei beni ambientali c’è una tecnica che si chiama prezzo edonico, che stima quanto vale un immobile al di là della metratura, della posizione, sulla base dell’ambiente che lo circonda. Quindi, quanto più un ambiente è favorevole (un viale alberato, la vista sul mare), tanto più il valore dell’immobile aumenta, perché ingloba la bellezza ambientale.
Letto al contrario, e noi lo sappiamo bene, il degrado ambientale svaluta gli immobili. Noi lo viviamo per esempio al quartiere Tamburi, in cui il mercato immobiliare ha subito una pesante svalutazione per effetto dell’inquinamento.
Imsomma, la privazione del patrimonio arboreo, oltre al tema ecologico e climatico in senso stretto, andrà anche a incidere sul valore degli immobili, perché nei fatti si sta privando una zona di quel servizio ecosistemico culturale che ha fatto sì che il suo valore fosse migliore rispetto ad altre zone.
Per questo dico che la compensazione deve considerare tutti questi aspetti, compreso il degrado del patrimonio immobiliare, che ne risente degli effetti.
A maggior ragione se gli alberi non verranno rimessi nella stessa zona, quindi quella zona alla fine degrada necessariamente.
E questo è un tema importante che poi, quando noi parliamo di ecologia, di ambiente, perché più una città degrada e viene privata degli spazi pubblici, del verde pubblico, più tu spingerai la comunità, ma anche le imprese, a sostenere ulteriori spese difensive, che sono poi quelle spese che noi sosteniamo per difenderci dal degrado urbano”.
Quindi non è sufficiente dire: “Tolgo gli alberi ma la qualità dell’aria della zona migliora comunque rispetto allo stato attuale perchè sarà servita da mezzi elettrici come BRT”?
“Se la cittadinanza non userà più le macchine e si sposterà con BRT è verosimile ipotizzare che si riducano le emissioni collegate agli scarichi automobilistici perché utilizziamo un mezzo sostenibile. Ma è necessaria a supporto di questa tesi un’analisi robusta che misuri effettivamente la compensazione dell’uso della BRT, posto che venga poi utilizzato, rispetto all’assorbimento degli inquinanti da parte del patrimonio arboreo.
Anche perché parliamo di un patrimonio arboreo che ha oltre quarant’anni, se non di più, che verrà sostituito da alberi giovani. Posto che, come ho detto prima, il rapporto uno a due non ha nessun valore ecologico perché parliamo di due ecosistemi completamente diversi, qual è la capacità di un albero giovane di assorbire inquinanti o comunque di erogare gli stessi servizi ecosistemici di un albero di cinquant’anni? Il rapporto è sproporzionato.
Quindi non basta semplicemente ridurre la quantità inquinante, ovvero le macchine, per poter dire con certezza scientifica che effettivamente io ho un abbattimento delle emissioni. Non è un ragionamento robusto.
È un ragionamento corretto, ma non supportato da dati scientifici, a meno che non ci sia stato uno studio”.
Tra l’altro abbiamo osservato che alcuni di questi alberi abbattuti, all’interno, erano completamente cavi: questo riporta l’attenzione sulla necessità di una maggior manutrenzione del verde urbano.
“Basti dire che a Milano il team che si occupa di questo non è composto soltanto da agronomi, ma anche da ecologi, biologi, economisti, architetti paesaggisti forestali. Quello che viene fatto è innanzitutto una carta d’identità e un censimento di ogni albero, ma non soltanto in termini di età, tipologia e dimensioni: viene anche realizzata un’analisi dei servizi ecosistemici.
Affinché, quando poi debbano essere prese delle decisioni di tipo urbanistico, quali rifacimento di strada e quant’altro, questa analisi — che ripeto è fatta da un pool di esperti e non soltanto da agronomi — fa sì che si possano prendere delle decisioni in senso diverso e quindi, anziché procedere a un abbattimento, si possa procedere a una deviazione della strada o a un restringimento o quant’altro.
Quindi una schedatura di questa natura consente di effettuare delle scelte più ponderate.
Ora, io non lo so se questo tipo di analisi in città viene svolto, ma probabilmente no, perché se poi si scopre che gli alberi erano cavi solo tagliandoli, vuol dire che non si sapeva. E questa è una cosa che noi non ci possiamo permettere, perché siamo una città altamente inquinata”.
La nostra città è nota a livello nazionale per numero di ondate di calore. Esistono studi scientifici che affermano l’importanza di strade alberate per contrastare gli effetti del surriscaldamento globale, soprattutto in città inquinate come la nostra.
“Se le strade sono cementificate, prive di alberi, diventano vere e proprie lingue di fuoco in cui è poco piacevole stare e intrattenere delle relazioni anche sociali; infatti, durante l’estate ci chiudiamo nei centri commerciali, perché se si attraversa il Borgo alle tre del pomeriggio si rischia il collasso dal caldo.
Spostarsi in un centro commerciale per difenderci dal caldo vuol dire innanzitutto utilizzare la macchina, emettere emissioni inquinanti collegate chiaramente all’uso dell’automobile, utilizzare l’aria condizionata a casa, quindi sostenere dei costi energetici per difenderci dal degrado ambientale.
Se invece si interpreta la strada come uno spazio in cui ci vivere relazioni sociali e quindi vivibilità ottenuta attraverso il verde urbano, io avrò più piacere a stare fuori e quindi a vivere il quartiere, a vivere il negozio di prossimità.
Il centro della questione è considerare la città come un ecosistema”.
Eppure sembra che le piste ciclabili che saranno realizzate nell’ambito del progetto BRT non saranno, con ogni probabilità, dotate di alberature, similmente alla pista ciclabile di via Dante.
“Noi viviamo una città che è soggetta alla desertificazione, che subisce le ondate di calore non soltanto nel periodo estivo ma che è soggetta a temperature sopra la media durante tutto l’arco dell’anno. Il patrimonio vegetale e gli alberi rappresentano il principale strumento di mitigazione al cambiamento climatico, meglio di ogni altra tecnologia prodotta dall’uomo.
Quindi una pianificazione che non avviene nella logica ecosistemica e che non considera i servizi ecosistemici derivanti dalla natura come infrastrutture del benessere collettivo e sociale vuol dire pianificare dei non luoghi in cui, di fatto, non si genera benessere sociale ma si genera malessere.
Una pista ciclabile priva di copertura vegetale, come avviene ad oggi su via Dante, vuol dire spendere soldi e creare non luoghi che non verranno utilizzati proprio perché non generano benessere, bensì malessere”.


Praticamente ci sta confermando che vivremo nel deserto e per capirlo non c’era bisogno di luminari. Ma il tarantino, che non utilizzerà il BRT perchè attualmente per andare al bar usa l’auto, non se ne accorge o, al solito, esordisce col “ce me ne futte a me”. Per lui l’importante è godersi il fresco (spesso glaciale) dei negozi dove non compra nulla ma vi ciondola. Povera Taranto, dovremmo protestare anche per questo! Molti di quegli alberi non presentavano alcun danno nè cavità. Guardando la Luna ci rispecchieremo in essa.
Come sempre comanda il profitto, il tutto e subito e l’ignoranza è la strafottenza delle masse di fatto agevola questo modo di fare.
Mi piange il cuore ma non vedo speranze, anzi, negli anni (ne ho quasi 62) ho imparato che il detto “al peggio non c’è mai fine” è una sacrosanta verità.
Non sono mai voluto andare via perché amo troppo la mia città e i suoi dintorni, ma per quello che mi resta da vivere forse un pensierino lo sto facendo, visto che negli anni, al susseguirsi delle giunte, ho visto solo peggioramenti, a cominciare dalla deriva dell’educazione e del rispetto per il bene comune.
Ma che lo dico a fare……
Vorrei tanto che i politici al governo di questa città, capissero una cosa molto semplice. Se prima di tutto non si educa la cittadinanza al rispetto, alla condivisione, e al decoro, compiere opere volte, a quanto si dice, a migliorare il luogo dove questa cittadinanza vive, non serve assolutamente a nulla. Il trasporto pubblico, soprattutto tram elettrici e bici, sono eccellenti soluzioni, se integrate in una società predisposta al loro utilizzo. Sì, se non si comincia non si fa mai niente, però se troppa gente, qui a Taranto, non ha il minimo rispetto né per la città né per l’ambiente, se giovani e vecchi sporcano, inquinano e vandalizzano ovunque, come potremmo mai sperare che utilizzino mezzi volti al benessere collettivo? E tagliare alberi che non potranno mai essere sostituiti – quelli eventualmente piantati ex novo avranno bisogno di anni per diventare grandi a sufficienza per fornire ombra – di certo non aiuterà.