Con il passare dei giorni sembra sempre più remota la possibilità che gli asset industriali del gruppo ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, potranno essere acquisiti dal fondo americano Flacks Group.

Il silenzio e l’attesa infatti, così come il tempo in più che il governo ha concesso al fondo per presentare una documentazione completa e strutturata dal punto di vista finanziario (ovvero dimostrare di avere le risorse economiche per un’operazione di questo tipo ed avere alle spalle una o più strutture bancarie per sostenerla), non hanno portato i frutti sperati e attesi per venerdì 20 marzo.

Anzi. Il fondo americano Flacks avrebbe inviato una nuova lettera nella quale chiede più tempo (dopo che era slittato un primo termine al 12 marzo fissato dai commissari straordinari di Ilva in AS e AdI in AS) e un nuovo incontro nei prossimi giorni per fare il punto della situazione.

Il fondo ad inizio marzo aveva ‘promesso’ di inviare un incartamento che “includerà un piano industriale revisionato, prove della regolare situazione dell’entità acquirente, una lettera di impegno di capitale e di altri elementi che dimostrano la disponibilità di asset significativi. Flacks Group sta inoltre discutendo con dei partners industriali di primaria importanza” (ovvero il gruppo siderurgico ucraino Metinvest e l’azienda italiana Danieli e ruolo di partner commerciale per il gruppo Marcegaglia, già cliente dell’ex Ilva). E che “qualora la documentazione venga ritenuta accettabile, il gruppo prevede di firmare un accordo di acquisizione vincolante entro la fine di marzo”. Ma nulla di tutto questo è sin qui avvenuto.

Nel frattempo, lunedì 23 marzo i commissari straordinari di Ilva in AS e di AdI in AS attendono la presentazione dell’offerta vincolante degli indiani di Jindal Steel International, che è tornata a mostrare interesse formale per l’ex Ilva nelle scorse settimane (dopo il rallentamento delle trattative per l’acquisizione di Thyssenkrupp Steel Europe. Vedremo se almeno gli indiani rispetteranno i termini e offriranno qualche garanzia sulla quale impostare un eventuale trattativa. E che ha presentato nella giornata di oggi sabato 21 marzo, una sorta di conferma del loro interesse (che per molti è l’anticipo di una proposta vincolante) ai commissari per l’ex Ilva secondo fonti vicine al dossier.

Nella lettera inviata ai commissari straordinari, Jindal ha chiesto di essere individuato come interlocutore unico dal 21 marzo, per portare avanti le negoziazioni con i commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria e Acciaierie d’Italia in Amministrazione Straordinaria, avendo forse già previsto che entro venerdì 20 marzo il fondo americano avrebbe mancato l’appuntamento decisivo.

il colosso indiano ha specificato in una lettera inviata alle istituzioni e ai commissari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria la volontà di acquisire la maggioranza del controllo degli asset di Ilva e Acciaierie d’italia, possibilmente con il governo come socio di minoranza.

Nella manifestazione di interesse, Jindal ha spiegato che entro il 2030 intende dismettere la produzione di acciaio a Taranto da ciclo integrato, investendo sulla costruzione di un forno elettrico con la capacità di 2 milioni di tonnellate. La produzione del nuovo forno elettrico sarà poi supportata dalla fornitura di 4 milioni di tonnellate all’anno di bramme prodotte in Oman, nel nuovo impianto di Jindal capace di produrre acciaio a ridotte emissioni di CO2. La proposta della società indiana non forniva però dettagli sul tema occupazionale, lasciando intendere una forte riduzione del personale attraverso la dismissione dell’area a caldo di Taranto, ipotesi però smentita dal Ministro Urso.

Il piano di Jindal non si differenzia di molto rispetto ai volumi da quello soltanto annunciato a parole da Flacks Group: entrambi puntano a circa 6 milioni di tonnellate entro il 2030. La differenza maggiore, però, riguarda la metodologia di produzione. Flacks ha sempre parlato della volontà di affiancare due altoforni a nuovi forni elettrici, mentre Jindal ha comunicato in modo chiaro la volontà di dismettere totalmente il ciclo integrato a Taranto, per rifornire il gruppo con bramme prodotte in Oman.

In totale, Jindal è pronto ad investire in Italia 1 miliardo e mezzo di euro, che andrà ad aggiungersi all’investimento di 3 miliardi di euro in corso in Oman. Ma anche in questo caso siamo al momento soltanto alle intenzioni manifestate in una semplice lettera.

Intanto nel siderurgico tarantino si è registrata la fermata temporanea dell’altoforno 2, l’unico attualmente in marcia sui tre esistenti e che é ripartito a fine febbraio dopo lavori di ammodernamento, tra cui l’installazione del nuovo crogiolo, partiti ad agosto scorso e terminati nelle scorse settimane.

L’azienda ha informato le organizzazioni sindacali che l’altoforno 2 che si era fermato nelle ore scorse per un problema legato a un nastro di agglomerato. La ripartenza potrebbe avvenire già in questo weekend. Attualmente l’altoforno 4 è fermo da fine febbraio per lavori che andranno avanti sino a fine aprile mentre l’altoforno 1, a causa dell’incendio di maggio 2025, è ancora sotto sequestro senza facoltà d’uso e tre richieste dell’azienda di dissequestro – due alla Procura e una al gip – sono state tutte rigettate dalla Magistratura. L’ultimo provvedimento del gip è stato ora impugnato dall’ex Ilva in Corte di Cassazione.

*Sull’argomento leggi tutti gli articoli sull’ex Ilva 

One Response

  1. Con grande sorpresa di nessuno, l’eroico investitore straniero venuto fuori dal nulla, senza competenza nella siderurgia, senza piano industriale e che voleva comprare Ilva ad 1€, si sta rivelando un flop.
    Ora c’è il ritorno del player indiano, senza piano industriale e che propone la dismissione dell’area a caldo entro 5 anni scarsi. ovviamente nella totale assenza di un qualsiasi piano industriale serio. Sapete, no? i piani industriali seri, quelli con i numeri, con costi, proiezioni e tutto ciò che c’è nelle aziende normali. Sarebbe il caso che qualcuno chiedesse a Jindal come si intenda sostenere un ciclo completamente elettrico in uno dei paesi europei col più alto costo dell’energia.

    Più che una vendita sembra una disperata corsa per cercare di lasciare qualcuno con un cerino in mano. Uno spettacolo penoso.

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