A distanza di quasi quattro anni dall’avvio dell’iter amministrativo, il “Progetto per la realizzazione di un impianto di essiccamento e recupero energetico dei fanghi” presentato dalla società S.T.F. Puglia quattro anni fa, ha ottenuto il Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR) che costituisce il giudizio favorevole di compatibilità ambientale (V.I.A.) e contestuale Valutazione di Incidenza Ambientale (V.Inc.A.), sulla scorta della determinazione motivata di conclusione della conferenza di servizi del 15 settembre 2025.
Un progetto identico venne bocciato nel 2019 (fu presentato nel 2012), dopo aver ottenuto il parere negativo da parte di molti enti preposti alla valutazione dello stesso (ma non dalla Provincia), oltre ad una sconfitta definitiva dalla giustizia amministrativa (Tar Lecce).
Della vicenda ce ne siamo occupati più volte nel recente e lontano passato. Giova innanzitutto ricordare che il sito di progetto è prossimo alle discariche esaurite del Comune di Massafra e all’impianto di preselezione, biostabilizzazione e produzione di cdr e relativa discarica in esercizio gestiti dalla CISA spa e, non lontano, da analoghi impianti in essere e in fase di valutazione di realizzazione da parte degli enti preposti. Quasi adiacente a quella individuata dalla STF, seppur separata dalla SS 100, si trova infatti l’area sulla quale la stessa Cisa ha presentato alla Provincia un’istanza per l’avvio del procedimento di PAUR del progetto di ‘Realizzazione di una piattaforma per lo stoccaggio e il trattamento di rifiuti liquidi non pericolosi’, il cui iter è ancora in corso.
In sintesi, il progetto della S.T.F. “mira a trasformare il fango di depurazione, trattandolo termicamente (incenerimento a letto fluido) per recuperare energia termica, riducendo così la dipendenza dallo smaltimento in discarica, soprattutto per la Provincia di Taranto” si legge nella determina di autorizzazione.
Per quanto attinente alla conformità alla Pianificazione Regionale Rifiuti, Il progetto è stato valutato in coerenza con il Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Speciali (PRGRS), in quanto localizzato in zona PIP, definita come “aree idonee per l’ubicazione dei nuovi impianti di gestione dei rifiuti”. Localizzazione che determina la sua piena conformità urbanistica poiché è al di fuori delle aree a destinazione A-B-C (escludente) o agricola E (penalizzante).
Inoltre, l’intervento non rientra tra i relativi criteri escludenti relativi al fattore “reticoli idrografici, alvei fluviali in modellamento attivo, aree golenali” e “Aree di pregio agricolo” atteso che, “nel primo caso, sono state escluse criticità riguardo gli aspetti idraulici, e che l’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale ha espresso parere favorevole con prescrizioni ed altresì perché l’ubicazione del lotto di intervento esclude la continuità fisica con un canale, posto che tra quest’ultimo e l’area in questione corre la linea ferroviaria, che rappresenta comunque una barriera rispetto al deflusso delle acque, mentre, nel secondo caso, l’area di intervento risulta a destinazione d’uso industriale e comunque non è interessata dalle produzioni agricole”.
L’impianto occuperà una superficie complessiva di circa 11.348 m², mentre la quantità massima prevista di fanghi da trattare sarà pari a 85.000 t/anno provenienti da diversi impianti di trattamento delle acque reflue.

In totale sono 10 le prescrizioni ambientali imposte alla società.
Il sito sul quale sorgerà l’impianto ricade infatti nell’ambito “Buffer dei Siti di Rete Natura 2000” (Rete Ecologica Polifunzionale – REP), che il Piano Regionale Gestione Rifiuti Speciali individua come criterio penalizzante ma non escludente. A tal fine è stata prodotta la Valutazione di Incidenza Ambientale (V.Inc.A.), che ha concluso che gli impatti sugli habitat più prossimi alla ZPS-ZSC “Area delle Gravine” e al PNR “Terra delle Gravine” sono “non significativi”. L’ufficio competente della Provincia di Taranto, ha determinato che “[..]Pur essendo le concentrazioni dei parametri relativi alle emissioni del solo impianto al di sotto dei valori limite previsti dalla normativa vigente, in virtù della valenza ecologica degli habitat presenti all’interno della ZSC e del Parco e in virtù del principio di precauzione, si dovrà monitorare, ante esercizio ed in esercizio, la presenza degli inquinanti nelle suddette aree attraverso l’utilizzo di apposite centraline”.
Il progetto ha incluso una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) e, in riscontro alle richieste di ARPA, un documento integrativo specifico con un approccio epidemiologico.
L’ASL Taranto, esprimendo parere favorevole con prescrizioni, ha ribadito che l’impatto del nuovo progetto “non evidenzia criticità di rilievo in termini di accettabilità” se si considerano i riferimenti internazionali (US-EPA) e nazionali (ISS). È emerso nel dettaglio che, per quanto attinente al rischio tossico (Non Cancerogeno), “i valori di rischio cumulativo (per organi bersaglio) relativi agli effetti tossici non cancerogeni (sommati agli scenari di background) rimangono sempre inferiori a 1 e, per quanto relativo al rischio cancerogeno, Il “cancer risk” cumulativo ricade nei valori più bassi dell’intervallo di accettabilità”.
Nell’ambito, invece, della valutazione epidemiologica, la relazione integrativa ha considerato le concentrazioni massime stimate ai recettori dei parametri PM10, PM2.5 e NO2. Il risultato è che i casi attesi annui previsti per ciascuno scenario espositivo sono “ampiamente inferiori” all’unità (da 2 a 4 ordini di grandezza inferiori). Nonostante la bassa criticità rilevata, il parere favorevole dell’ASL è stato condizionato all’adozione di azioni aggiuntive di tutela della salute pubblica. La valutazione sanitaria quindi (VIS/Relazione epidemiologica) indica un rischio molto basso, ma la localizzazione in un’area già critica (vicina a ZPS e ad alta concentrazione industriale) ha richiesto all’ASL l’imposizione di un esteso e continuo piano di monitoraggio (aria, suolo, matrici alimentari) e di sorveglianza epidemiologica per la tutela della salute pubblica.
Per quanto attiene allo stress idrologico e la riduzione dei prelievi sotterranei per favorire il riuso delle acque reflue in sostituzione dei prelievi dalle falde, la previsione iniziale di un pozzo per l’approvvigionamento è stata stralciata, anche a causa del rischio di inversione salina nell’area. L’approvvigionamento idrico avverrà tramite autobotti ed è previsto il recupero delle acque meteoriche che confluiranno in una vasca di accumulo e verranno riutilizzate per l’impianto antincendio, l’irrigazione delle aree verdi e il lavaggio dei pavimenti.
Infine, a seguito di specifica valutazione di Arpa Puglia sulla potenziale sottostima delle emissioni odorigene, le prescrizioni relative ai limiti emissivi, alle modalità di esercizio, ai sistemi di abbattimento e ai dispositivi di monitoraggio in continuo e/o periodico dovranno assicurare che le condizioni operative dell’impianto siano mantenute entro i parametri assunti negli studi previsionali. E che in caso di superamento l’impianto verrà immediatamente bloccato. A tal proposito, nella determina si sottolinea che la società ha accolto e recepito tutti i rilievi di Arpa al Piano di Monitoraggio e Controllo, adeguandosi alle richieste dell’Agenzia.
L’efficacia temporale di tutte le autorizzazioni è pari a 5 anni. Mentre l’Autorizzazione Integrata Ambientale ha durata pari a 10 anni decorrenti dalla data di rilascio del PAUR, con il Gestore che verserà in favore della Provincia di Taranto una garanzia finanziaria pari a € 1.062.500,000.
Tutto ciò detto, resta la nostra sensazione che è ormai una convinzione accertata dai fatti degli ultimi anni: ovvero che ancora una volta si voglia continuare a trasformare la provincia ionica in un enorme impianto di discarica e trattamento di rifiuti, per il business di pochi.
*Sullo stesso argomento leggi l’articolo Fanghi e rifiuti: Massafra sono assedio
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