Nel 2008 la rivista finanziaria Forbes calcolò che Marco Licinio Crasso, repressore della rivolta di Spartaco nel 60 d.C. e membro del primo triumvirato con Pompeo e Cesare, disponeva di una ricchezza pari a duecento milioni di sesterzi, equivalenti a centosettanta miliardi di dollari odierni. Il suo patrimonio valeva 526.000 stipendi medi, un numero colossale eppure assai inferiore al patrimonio di oltre 700.000 stipendi medi di cui oggi dispone Michele Ferrero a capo dell’omonima multinazionale dolciaria.

Ricchezze sterminate del passato come quelle di Crasso o di Rockfeller sono divenute proverbiali, ma sono pari ad una frazione delle incommensurabili ricchezze degli attuali uomini più ricchi del mondo, come Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, capaci di fatturati e di sostanze individuali paragonabili a quelle di intere nazioni.

Riccardo Staglianò è da oltre vent’anni una delle firme di punta di Repubblica, nonché docente di Giornalismo online all’Università di Roma e in passato corrispondente da New York per la rivista Reset: nel 2020 fece parlare di sé il suo libro-inchiesta sul fenomeno AirBnB, successo editoriale replicato dal volume intitolato “Hanno vinto i ricchi”, il cui titolo rimanda ad una famosa intervista rilasciata da Warren Buffet, da decenni influentissimo guru della finanza globale.

Lo scorso 30 gennaio per i tipi Einaudi Staglianò ha pubblicato un volumetto dal titolo eloquente quanto provocatorio e cioè “Tassare i milionari”. Recuperando materiali e schemi raccolti per il precedente testo e per diverse inchieste sia inerenti ai consumi sui generis dei ricchi di Cortina o Porto Cervo come anche nelle periferie tra gli emarginati e i cosiddetti “nuovi poveri”, Staglianò conduce nel libro un’inchiesta centrata sull’attualità e fondata su dati incontrovertibili, ovvero riferiti alle ricerche dell’OCSE, dell’ISTAT e di diverse istituzioni non prezzolate.

Il libro parte dalla riflessione riguardante il sempre maggiore distacco tra ricchi (spesso evolutisi in super ricchi) e una massa crescente di nuovi poveri. Il cosiddetto ascensore sociale dagli Anni Novanta è in agonia e Staglianò cerca di offrire al lettore utili indicazioni per meglio comprendere le radici di un’ipossia economica tutta italiana.

I salari, secondo il giornalista, non sono cresciuti nel Belpaese negli ultimi quarant’anni al contrario di quanto accadeva in tutta Europa non solo perché- come si ripete nei talk show- la produttività è inchiodata da decenni allo 0,7% annuo, ma anche per altre concause di pari rilevanza, come il nanismo del nostro sistema capitalistico (innervato in buona parte da microimprese incapaci di rinnovarsi e di competere sui mercati globali), come anche per il blocco atavico del rinnovo dei contratti nazionali di lavoro (fermi in media a ritardi di oltre quattro anni) e ancor più per la sommatoria delle sperequazioni sociali generatesi con i Decreti Legislativi a firma di Treu, di Biagi, di Sacconi e ovviamente per il Jobs act.

Sta di fatto che oggi il 77% degli italiani dispone sul proprio conto corrente bancario di meno di 12.500 euro e un altro 16% non arriva a 50.000 euro contro lo 0,2% di abbienti che dispone di un saldo superiore al mezzo milione: il 10% più ricco in Italia detiene il 60% della ricchezza e tra questi c’è un’ipernicchia di 50.000 italiani che negli ultimi anni hanno raddoppiato la quota di ricchezza nazionale detenuta, mentre tra il 2008 e il 2010 e poi di nuovo durante la pandemia Covid le buste paga sono in media crollate del 9%.

Che fare quindi? Se è incontrovertibile il fatto che la lotta di classe è finita e hanno vinto i ricchi, per far quadrare i conti l’autore recupera una proposta di legge che in Italia è rimasta da anni lettera morta, ovvero la famigerata “patrimoniale”. In sostanza, ispirandosi ad un principio di mutualità esso stesso funzionale all’intero corpo sociale, Staglianò nel libro ripropone la tesi dell’economista Thomas Piketty secondo il quale tassando al 2% chi dispone di un patrimonio complessivo superiore ai cento milioni, il Fisco recupererebbe 13 miliardi annui, ovvero il fabbisogno per garantire il “salario minimo” (cifre analoghe sono servite in passato per alimentare il contestatissimo reddito di cittadinanza).

La “patrimoniale” è tuttavia la bestia nera della politica italiana. Da tanto se ne discute ma viene sempre ritenuta dai partiti una mossa pericolosa a livello elettorale: costituirebbe cioè un precedente che potrebbe allargarsi ad una platea più ampia e quindi inconsciamente spaventare gli elettori, memori del traumatico e per fortuna mai ripetuto “prelievo forzoso” dello 0,6% operato su tutti i conti correnti bancari nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992 dal pro-tempore premier Giuliano Amato.

Scorrendo il testo di Staglianò il ritratto della nostra economia emerge con inusuale chiarezza in un periodo storico caratterizzato da proclami e utilizzo di dati numerici volutamente opaco: il debito pubblico è migliorato e lo spread, ossia il differenziale tra il rendimento dei Bond tedeschi e i BTP italiani, si è ridotto a 91 punti, favorendo outlook positivi elaborati dalle temute agenzie di rating finanziario come Fitch, Standard & Poor’s e Moody’s.

É tuttavia altrettanto innegabile che l’8% delle famiglie, pari a circa 2,2 milioni di nuclei per un totale di quasi 6 milioni di italiani, vive alla soglia della povertà assoluta, rimodulata dall’Istat in 640 euro mensili per un single e in 1.400 euro mensili per nuclei comprendenti un minore. Tra esse una su tre ha nell’ultimo anno ridotto le spese alimentari e oltre una su dieci ha addirittura dovuto rimandare le cure sanitarie.

Staglianò conclude spiegando che una tassazione sulla piccola minoranza di italiani facoltosi genererebbe ricadute positive per l’intero Paese: una mano invisibile smithiana che favorirebbe la crescita e il benessere collettivi.

 

“Tassare i milionari. Prendere ai ricchi per dare ai poveri”

di Riccardo Staglianò

Einaudi editore- 2026

pp.176- Euro 13,00

*Recensione a cura di Alessandro Epifani

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