C’è un porto che cerca di sfilarsi di dosso la “tuta da lavoro” della vecchia siderurgia per indossare i panni hi-tech dell’eolico offshore e della blue economy. Taranto rappresenta uno dei principali banchi di prova della transizione, tra le criticità legate alla crisi industriale e le opportunità offerte dalla diversificazione e dall’energia rinnovabile. È questo il senso della due giorni “Pianificazione strategica dei sistemi portuali: vulnerabilità apparenti e opportunità di sviluppo sostenibile del trasporto intermodale e di rilancio del territorio”, un evento promosso dal Comitato Scientifico della Camera di Commercio. A confronto istituzioni, accademici e operatori del settore con l’ambizione di consegnare al Governo la “Carta di Taranto”: un documento per rendere l’Italia la porta d’accesso privilegiata ai traffici globali.
Sul tavolo, la riforma del sistema portuale e il disegno di legge che prevede la nascita di “Porti d’Italia spa” (la nuova società pubblica destinata a centralizzare la governance e gli investimenti), ma soprattutto il futuro concreto di scali come quello ionico, oggi sospesi tra le difficoltà della grande industria e la necessità di reinventarsi.
Un equilibrio delicato emerso con forza dalle parole del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, intervenuto da remoto per aprire i lavori. «L’Italia, questo meraviglioso Paese immerso nel Mediterraneo, ha una produzione strategica che dobbiamo avere la capacità di tradurre con un beneficio per i nostri cittadini», ha esordito il Ministro. «Il tema della portualità – ha aggiunto – è legato certamente alla posizione geografica, alla nostra storia. Gli scambi commerciali sono fondamentali per un Paese che è un paese trasformatore, è un Paese che ha poche materie prime, ma è capace di trasformarle a fare i migliori prodotti al mondo».
Pichetto Fratin ha poi affermato che «Taranto ha gli spazi per uno sviluppo notevole ed è giusto che abbia il coraggio di guardare avanti. Pensando a Taranto, penso anche all’Ilva: anche lì c’è tutto un futuro da dare a seguito di esperienze, di know-how, di conoscenze, di capitale umano che ha».
Ma la vera partita si gioca al largo, dove il vento diventa energia. «Taranto rappresenta una parte rilevante come porto per quelli che saranno gli sviluppi della produzione del nuovo mercato dell’offshore eolico», ha spiegato il Ministro. «Noi l’abbiamo individuato con un decreto del dicembre 2023 – ha precisato – che prevede proprio due riferimenti italiani, Taranto e Augusta, per attivare quelle che saranno le idee di produzione non solo per l’Italia. Devono guardare all’opportunità di essere hub di riferimento e questo comporta la necessità di programmare l’utilizzo delle aree demaniali che l’Autorità portuale dovrà individuare per lo sviluppo dell’attività manifatturiere, industriali, di assemblaggio, riparazione, produzione del manufatto». Questo «si traduce in opportunità di lavoro e di sviluppo: è un beneficio – ha evidenziato il ministro per la qualità dell’occupazione, per la crescita della formazione e della conoscenza. Poi c’è il GNL che accompagnerà le produzioni di rinnovabili nei prossimi decenni prima di avere anche il nucleare. Su questo bisognerà anche trovare i punti di equilibrio rispetto ai comitati che portano avanti le istanze dei territori».
Eppure, il presente racconta una realtà più complessa. Il porto di Taranto continua a fare i conti con la crisi dell’ex Ilva e con ritardi infrastrutturali che ne frenano il rilancio. A fotografare questa situazione è stato il presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio, Giovanni Gugliotti. «La riforma – ha chiarito – è ancora in itinere e parte dalla necessità di un maggior coordinamento fra le diverse autorità. Abbiamo già evidenziato quelle che sono le criticità del porto di Taranto legate anche a opere infrastrutturali che servono da tempo. Una su tutte: i dragaggi».
Il nodo infrastrutturale è solo una parte del problema. Il vero convitato di pietra resta la grande industria siderurgica. «La crisi dell’Ilva – ha ammesso Gugliotti – ovviamente pesa. Il porto di Taranto per decenni è stato il porto dell’Italsider prima e dell’Ilva dopo, quindi è ovvio che delle ripercussioni anche molto evidenti ci sono». Tuttavia, la parola d’ordine è “metamorfosi”. «Sicuramente in agenda – ha affermato – c’è un’attività importante di diversificazione perché mentre prima il porto di Taranto era visto come un porto siderurgico industriale legato alla grande industria, oggi stiamo provando ad agire su più leve, quindi la cantieristica navale, l’eolico offshore, la croceristica, diversi settori per riuscire appunto a diversificare».
Il contrasto tra presente e futuro è netto. Da un lato l’incertezza sulla sorte della siderurgia, dall’altro la volontà di non restare ancorati a un solo modello. «Dobbiamo capire cosa succederà alla grande industria perché non è detto che si chiuda», ha osservato ancora il presidente dell’Authority Gugliotti, lasciando aperto uno spiraglio: «Magari con una nuova pelle, con forni elettrici, con un nuovo ciclo di produzione continuerà ad esistere e quindi a far vivere anche pro-quota il porto. Accanto a questa attività dobbiamo diversificare con tutta un’altra serie di iniziative».
Nel frattempo, però, il porto ha la necessità di accelerare su altri fronti. «È notizia dell’altro giorno – ha ricordato Gugliotti – che il ministero ci ha dato il via libera sulla progettazione esecutiva che abbiamo completato. Siamo in attesa dello stanziamento dei 28 milioni di euro per partire con i lavori di consolidamento della banchina».
Segnali concreti si attendono anche sul fronte turistico. «Per quanto riguarda il terminal crociere – ha annunciato Gugliotti – ormai abbiamo licenziato l’accordo procedimentale con il privato. Sarà realizzato quanto prima un nuovo terminal con un investimento che si aggira intorno ai 5 milioni di euro».
L’avvocato Cristina Lenoci, componente del Comitato scientifico e promotrice dell’evento, ha posto l’accento sull’importanza «che gli operatori del settore si confrontino sui temi essenziali legati non solo alla costituzione di un soggetto come Porti d’Italia spa, ma a tutti gli investimenti che ruotano intorno a strade, autostrade, ferrovie, aeroporti, energia e ambiente». L’obiettivo finale è ambizioso: «offrire contributi, la “Carta di Taranto”, e spunti per migliorare dove possibile il testo base della riforma e far sì che veramente la portualità italiana aumenti la strategicità del nostro Paese».
A fare da eco a questa spinta verso il futuro è stato Vincenzo Cesareo, presidente della Camera di Commercio di Brindisi-Taranto, che vede nel porto non solo un punto di transito, ma un produttore di energia pulita. «Si sta lavorando – ha rammentato – per realizzare zone franche e far sì che Taranto possa diventare anche un hub per l’idrogeno che potrebbe essere ospitato proprio a ridosso dell’area portuale». L’idea è quella di una filiera integrata dove l’idrogeno serva a «superare quelle difficoltà che in questo momento incontrano le navi che arrivano sul territorio e che hanno bisogno di essere alimentate non più da carburanti fossili».
E mentre il dibattito prosegue tra governance, digitalizzazione e intermodalità, resta una certezza ribadita dal ministro Pichetto Fratin: «Noi dobbiamo essere i primi ad arrivare ad attrezzare i nostri porti e preparare il nostro personale». Una sfida che, per Taranto, è già cominciata.