Primo incontro oggi al ministero del Lavoro sulla vertenza Ilva, dopo la richiesta di Acciaierie d’Italia di accedere alla cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione, per un anno, per 3.000 dipendenti di cui 2.500 a Taranto. Da domani inizieranno gli incontri nei vari siti del gruppo, mentre il prossimo vertice al ministero potrebbe tenersi tra una decina di giorni.
A rappresentare il ministero del Lavoro e a coordinare i lavori c’era Andrea Bianchi, segretario generale, mentre il ministero dello Sviluppo Economico era rappresentato da Luca Annibaletti, coordinatore della struttura per le crisi di impresa, alla presenza dell’amministratore delegato, Lucia Morselli e dei segretari generali dei sindacati metalmeccanici e responsabili siderurgia, mentre i delegati di fabbrica e la Rsu erano collegate in remoto.
L’azienda ha ribadito la necessità che la cassa venga avviata il 28 marzo visto che il 26 termina quella con causale Covid-19. E che le intenzioni sono quelle di recuperare tutta la forza lavoro attiva appena sarà possibile, provando così a mitigare la grande preoccupazione dei sindacati che intravedono all’orizzonte la possibilità che i tremila possano poi trasformarsi in esuberi strutturali. Senza dimenticare i 1500 lavoratori in Ilva in AS, che l’accordo del 2018 prevede da reinserire nel perimetro aziendale tra il 2023 e il 2025, mentre l’accordo del dicembre 2020 tra Invitalia e ArcelorMittal (a tutt’oggi secretato) prevede esattamente il contrario: ovvero che questi lavoratori restino in campo ad Ilva in AS con un futuro lavorativo tutto da scrivere.
“Nel corso dell’incontro abbiamo ribadito che non si può discutere di cassa integrazione straordinaria senza un confronto sul piano industriale in grado di chiarire le incertezze sugli investimenti, sui volumi, sull’occupazione compresi i lavoratori in amministrazione straordinaria e sulle missioni produttive dei singoli stabilimenti (Taranto, Genova, Novi Ligure, Racconigi e la rete distributiva). Questo piano della discussione, a partire dai contenuti dell’accordo del settembre del 2018, deve intrecciare una fase di riorganizzazione preliminare e funzionale ad una riconfigurazione impiantistica e di progressiva decarbonizzazione dei processi produttivi, in particolare per quanto riguarda il sito di Taranto, che durerà almeno 10 anni. Per questo è indispensabile che qualsiasi confronto sugli ammortizzatori sociali contenga in premessa alcuni punti fermi che abbiamo ribadito al tavolo con il Governo e l’azienda: l’esclusione di qualsiasi previsione di esuberi strutturali; l’aumento della produzione a 6 milioni di tonnellate di acciaio con gli investimenti necessari e la relativa risalita occupazionale; un protocollo d’intesa per la gestione nei singoli siti con incontri periodici sul numero degli addetti in cassa integrazione, sui profili professionali e sulle rotazioni; la necessità di un’integrazione salariale al trattamento di cassa integrazione. Queste condizioni vanno costruite attraverso un percorso di confronto serrato nei singoli stabilimenti, a partire già da domani, prevedendo un incontro di ritorno al Ministero del Lavoro che si dovrebbe tenere il 24 o il 25 marzo prossimo: sarà quella la sede di una verifica conclusiva”. Lo dichiara in una nota Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile siderurgia.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/03/10/ex-ilva-la-vera-svolta-puo-attendere-1/)
“Tre gli elementi emersi al tavolo. Acciaierie D’Italia ha dichiarato che non ci saranno esuberi strutturali e che la richiesta di Cig rientra in un più ampio percorso, di gestione temporanea di sospensioni, legato agli investimenti aziendali. L’azienda si è impegnata a riassorbire entro il 2025 tutto il personale in capo ad Acciaierie D’Italia. Da parte di Acciaierie D’Italia, inoltre, si è registrato l’impegno per il 2022, rispetto alla situazione attuale, ad aumentare la produzione da gli attuali 4milioni a 5,7milioni e, a fronte di questo incremento di produzione, di ridurre la richiesta di cig in deroga, dalle attuali 4mila unità a un tetto di 3mila – così il Segretario nazionale Fim Cisl, Valerio D’Alò -. C’è poi la questione della gestione, rispetto ad un contesto limitato nel tempo, nell’ambito di un tracciato più complesso, che va verso la transizione energetica. L’accordo dovrà determinare un salto di qualità nelle relazioni anche a livello aziendale ricucendo i rapporti – nel recente passato molto spesso conflittuali – con i sindacati. Altro fattore emerso riguarda il tema dell’integrazione salariale, inserita nel programma di discussione da parte del Ministero del Lavoro. Non meno importante la questione relativa ai tempi di attuazione del programma di transizione, con una prospettiva nel breve e nel lungo periodo”. “Per il rilancio concreto del polo siderurgico – commenta ancora il segretario nazionale della Fim Cisl Valerio D’Alò – è fondamentale dar vita ad una discussione partecipata, nel più ampio rispetto delle corrette relazioni industriali. Non possiamo consentire a nessuno che ci possa essere una cassa integrazione calata dall’alto senza accordo, perché sappiamo già cosa significhi una procedura priva di accordo”. La Fim Cisl è consapevole delle difficoltà del momento, ma punta su accordo che possa traghettare nel migliore dei modi il transitorio, con una nuova modalità di gestione della cassintegrazione, attraverso una discussione approfondita e con un piano industriale che non lasci indietro nessuno. “Serve un senso di responsabilità comune fondato sulla trasparenza e che quanto si andrà a concordare venga osservato. Da parte del Ministero, quindi, ci aspettiamo un ruolo di garanzia. Per noi – aggiunge D’Alò – è importante riprendere la discussione nel merito, partendo dai vari siti, con le Rsu. Abbiamo ribadito al tavolo che per noi l’accordo del 2018 è sempre valido e non può essere modificato in maniera unilaterale. Se dal 2018 ad oggi le esigenze sono mutate è importante discuterne con i firmatari di quell’accordo, ma rimarcando i nostri punti fondamentali che sono la tutela dell’occupazione totale e il rispetto del piano ambientale. Dobbiamo dare garanzie a tutti coloro orbitano nel perimetro di quell’accordo: i lavoratori di Acciaierie D’Italia, di Ilva in amministrazione straordinaria, dell’appalto e dell’indotto. Ci auguriamo – conclude il segretario nazionale della Fim Cisl con delega alla siderurgia, Valerio D’Alò – che nei prossimi incontri in programma ogni nodo possa essere sciolto, in modo da avviare in maniera concreta un piano di rilancio dell’acciaieria più grande del Paese”.
“L’incontro odierno non ha fugato le nostre preoccupazioni sulle prospettive occupazionali e industriali dell’ex Ilva. Continuiamo a essere perplessi sulla richiesta di cassa integrazione per il numero di 3mila addetti che, a nostro avviso, sarebbe finalizzata esclusivamente a una riorganizzazione per il ridimensionamento complessivo del gruppo siderurgico, e su questo non siamo d’accordo”. Così Guglielmo Gambardella, coordinatore del settore siderurgia della Uilm. “Con l’accordo del settembre 2018 – continua – furono già dimensionati gli organici a 10.700 addetti, per il raggiungimento del break even, sulla base di un volume produttivo a 6 milioni di tonnellate senza Afo 5 e successivo incremento a 8 milioni con il riavvio di quest’ultimo per il reintegro dei lavoratori in AS”. “Se l’azienda intende superare la fase congiunturale – spiega Gambardella – dovuta all’incremento del costo dell’energia, alle difficoltà finanziarie e al reperimento delle materie prime, occorre trovare altre soluzioni. Se invece l’azienda intende cambiare il piano industriale condiviso in sede ministeriale nel 2018, esca allo scoperto, ne faccia richiesta e si confronti al MiSE con i sindacati e il socio Invitalia, in rappresentanza del governo, dichiarando che intende licenziare quasi 5mila lavoratori“. “Noi invece – continua il sindacalista – diciamo che mai come in questo momento, con la necessità di ghisa e acciaio primario, c’è bisogno di tutte le forze per accelerare la risalita produttiva dell’unico sito siderurgico italiano a ciclo integrale. Ce lo chiede il nostro sistema industriale, ce lo chiede il Paese, ce lo chiedono i lavoratori dell’ex Ilva e delle ditte degli appalti che da troppo tempo soffrono per le mancate decisioni. Andrea Bianchi, del ministero del Lavoro, ha chiesto all’azienda di confrontarsi a livello territoriale su organici, investimenti e volumi produttivi tenendo in considerazione il percorso dell’intera vicenda, con la promessa di una nuova convocazione al Ministero del Lavoro entro 10 giorni”, conclude Gambardella.
“Ad oggi l’azienda continua a non fornire garanzie sufficienti e a non rispettare gli impegni fin qui assunti nel piano industriale, come quello ad esempio di recuperare tutta la forza lavoro. Consapevoli dei grandi sforzi che vanno fatti, chiediamo l’individuazione di un ammortizzatore sociale in grado di sostenere e accompagnare i lavoratori in questo percorso, lungo e di non facile realizzazione”. Lo dichiara il vicesegretario nazionale UGL Metalmeccanici con delega alla siderurgia, Daniele Francescangeli, presente insieme alla RSU Dipino all’incontro che si è svolto oggi presso il ministero del Lavoro l’apertura della procedura di CIGS per 3000 unità del personale Acciaierie d’Italia, così come richiesto da quest’ultima il 1° marzo scorso. “Chiediamo inoltre la condivisione dì un piano in cui gli aspetti essenziali per noi dell’UGL Metalmeccanici sono il numero reale del personale coinvolto rispetto alla produzione, una rotazione trasparente e l’integrazione salariale“. “Ribadiamo l’inserimento in questo percorso dei lavoratori di Ilva in AS e controllate, riconoscendo loro gli stessi diritti dei lavoratori attualmente in forza ad Acciaierie d’Italia, confermando la nostra massima disponibilità nell’assunzione di responsabilità, ai quali però si richiama anche l’azienda, unico presupposto per condividere un percorso mirato al bene dei
lavoratori e alla realizzazione di un piano industriale che punti sull’ambientalizzazione e la riconversione di un sito strategico per l’economia nazionale”. “Pertanto diamo ampia disponibilità ai prossimi incontri per entrare nel merito di una discussione reale sito per sito, per meglio affrontare gli aspetti peculiari“, conclude Francescangeli.
“Oggi confronto nella capitale, al Mise, dopo gli incontri tenuti sul territorio nei vari siti produttivi. Ci attendevamo notizie sui possibili investimenti promessi da Acciaierie d’Italia, ma è stata invece avanzata nuovamente la richiesta di cassa straordinaria per 12 mesi. Una cassa straordinaria che coinvolgerebbe 3.000 dipendenti senza alcuna garanzia di rotazione e di reddito. L’azienda sostiene che non esistono esuberi e che il percorso sarà virtuoso, ma come USB temiamo che queste promesse ad oggi siano nuovamente difficili da mantenere e comunque deficitarie. Abbiamo infatti contestato i numeri della richiesta, che consideriamo troppo alti, soprattutto se rapportati alla produzione preventivata per il 2022. Chiediamo un taglio drastico del numero delle unità lavorative da porre in cassa e di utilizzare strumenti di sostegno al reddito dei lavoratori, applicando nella cassa straordinaria il riconoscimento dei ratei, un’integrazione al reddito e la rotazione integrale per tutti i lavoratori interessati. Tra le nostre richieste anche i lavori di pubblica utilità per i lavoratori di Genova attraverso l’Accordo di Programma già esistente e vigente dal 2005. Abbiamo inoltre ribadito che, per l’USB, la clausola di garanzia per il rientro dei 1700 lavoratori di Ilva in AS, è tuttora valida, e abbiamo chiesto al Ministero dello Sviluppo Economico di vigilare sul rispetto degli impegni assunti proprio in sede ministeriale, in termini di mantenimento di reddito e livelli occupazionali. Auspichiamo un cambio di passo rispetto a quello che si è fatto nel 2018″ concludono dal Coordinamento USB Acciaierie d’Italia.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/03/11/ex-ilva-si-cerca-il-rilancio-produttivo/)