Sono passati esattamente 696 giorni da quando, era il 12 ottobre del 2020, il presidente del Consiglio di allora Giuseppe Conte partecipò alla posa della prima pietra del costruendo nuovo ospedale ‘San Cataldo’ di Taranto. Il 5 giugno 2020 il Consiglio di Stato aveva scritto la parola fine sull’affidamento dell’appalto concesso al Consorzio Debar, di cui fanno parte le società Com di Modugno, Cn Costruzioni, Edilco, Icoser e Mazzitelli con l’appoggio di Invitalia, bocciando il ricorso del consorzio Reserch, di cui è capofila la Guastamacchia di Ruvo e di cui facevano parte la Cisa Massafra, Ciro Menotti e la Cobar. L’11 settembre avveniva l’affidamento dei lavori al consorzio vincitore da parte di Invitalia.
Purtroppo però, non tutto è andato per il meglio. Perché se da un lato i lavori del cantiere per la realizzazione della struttura procedono e sono quasi giunti al suo completamento previsto per il 18 novembre (punto di arrivo più volte spostato in avanti nel tempo a causa prima della pandemia da Covid-19 e poi dal rincaro dei materiali e delle materie prime imposto dalla guerra tra Russia e Ucraina scoppiata lo scorso 24 febbraio), lo stesso non si può dire per quanto concerne il restante 15% dei lavori. Che riguarda l’acquisto di apparecchiature elettromedicali, arredi fissi, attrezzature, sale operatorie ad alta tecnologia e relativi lavori civili ed impiantistici di completamento, il cui costo ammonta ai famosi 105 milioni di euro di cui si discute da mesi.
Ora, dopo che ieri la Giunta regionale ha approvato una delibera per utilizzare i fondi dell’art. 20 della legge 67/88 (una delle ipotesi di cui avevamo scritto nei mesi scorsi), per il completamento con arredi e attrezzature del nuovo ospedale San Cataldo di Taranto, che, su una dotazione di 297,5 milioni, ne ha assegnati 105 a Taranto di cui 99,750 sono la quota dello Stato e 5,250 a carico della Regione., si può pensare che la soluzione sia stata finalmente trovata. Ed invece sembrerebbe che le cose non stiano effettivamente così.
Questo perché la delibera regionale permetterà sì alla Asl di Taranto di bandire la gara per l’appalto ma non di aggiudicarla. Affinché ciò avvenga serve, come più volte ribadito in commissione Bilancio in Regione dal presidente Fabiano Amati, consigliere regionale Pd, un accordo di programma con il ministero della Salute. Che come tutti gli altri ministeri è stato travolto dalla crisi di governo che ha portato alla caduta del premier Draghi: motivo per il quale non è semplice ad oggi instaurare una dialettica di un certo tipo. Se si pensa che il 25 settembre si andrà a votare e dal 13 ottobre inizieranno le consultazioni per la formazione del nuovo governo, si intuisce come i tempi rischiano di dilatarsi enormemente, impedendo la conclusione dei lavori previsti per il 18 novembre. A meno che la Regione Puglia non si assuma la responsabilità politica di autorizzare la ASL di Taranto ad intraprendere azioni giuridicamente vincolanti in assenza di un accordo con il ministero della Salute: un rischio, certamente, non di poco conto.
In soldoni, stando le due delibere regionali (la prima dello scorso 27 luglio), l’accordo di programma andava chiesto al ministero mesi addietro: perché non è stato fatto? Di chi sono le responsabilità?
E se le cose stanno così, e secondo le nostre fonti così stanno, non solo si rischia di veder slittare i tempi a chissà quando, ma soprattutto si corre il concreto rischio che il consorzio di imprese che sta realizzando il San Cataldo possa decidere di fermare temporaneamente il cantiere per l’impossibilità di procedere con il completamento, iscrivendo anche una riserva per i danni che il fermo cantiere produrrà alle aziende coinvolte, chiedendo un bel risarcimento danni. Di svariati milioni di euro.
Un ginepraio di burocrazia, ritardi, superficialità, rinvii e quant’altro di cui, almeno questa volta, avremmo fatto senz’altro a meno.
(leggi l’articolo https://www.corriereditaranto.it/2022/09/06/san-cataldo-la-regione-sblocca-i-fondi/)